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Responsabilità professionale medica: il caso del parto

La sentenza tratta della responsabilità professionale medica di una struttura sanitaria per i gravissimi danni neurologici subiti da un neonato. I sanitari non hanno eseguito un cesareo d’urgenza nonostante un tracciato cardiotocografico allarmante, né informato correttamente la madre sui rischi. Il Tribunale ha accertato il nesso causale e condannato la struttura al risarcimento.

Riferimento:
SENTENZA TRIBUNALE DI ROMA N. 11344 2026 - N. R.G. 00033661 2021 DEPOSITO MINUTA 21 07 2026 PUBBLICAZIONE 21 07 2026
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Pubblicato il 23 luglio 2026 in Diritto Civile, Giurisprudenza Civile, Procedura Civile

Responsabilità professionale medica: il caso del gravissimo danno neonatale

In materia di responsabilità professionale medica, la tempestività dell’intervento e la correttezza dell’informazione fornita al paziente sono pilastri fondamentali. Una recente sentenza del Tribunale di Roma affronta un caso drammatico riguardante le lesioni permanenti riportate da un neonato a causa di una gestione negligente della fase pre-parto. Il provvedimento analizza profondamente il dovere di cura delle strutture sanitarie e il diritto dei congiunti al risarcimento del danno parentale.

Il caso di responsabilità professionale medica

I fatti risalgono al 2009, quando una gestante alla quarantesima settimana si presentò al Pronto Soccorso segnalando l’assenza di movimenti fetali. Nonostante un monitoraggio cardiotocografico (CTG) non rassicurante, che evidenziava una variabilità ridotta e scarse accelerazioni cardiache del feto, i sanitari decisero per la dimissione della paziente. Tale dimissione avvenne sulla base di un modulo di “rifiuto al ricovero”, senza tuttavia che la donna venisse adeguatamente informata dell’estrema gravità della situazione e dei rischi imminenti per la salute del nascituro.

Il giorno seguente, presso un’altra struttura, fu eseguito un cesareo d’urgenza, ma il neonato venne alla luce con una grave encefalopatia ipossico-ischemica. Il piccolo ha riportato esiti permanenti gravissimi, quantificati in un’invalidità del 100%, comprendenti emiparesi, ritardo psicomotorio e assenza di linguaggio.

La valutazione della responsabilità professionale medica

Il Tribunale, basandosi sulle risultanze di una Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU), ha accertato la piena responsabilità della prima struttura sanitaria. I medici avrebbero dovuto disporre l’immediata estrazione del feto già al momento del primo accesso in Pronto Soccorso. La condotta è stata censurata sotto due profili principali: l’errata diagnosi della sofferenza fetale in atto e la violazione dell’obbligo di informazione.

Il giudice ha chiarito che il consenso o il rifiuto del paziente non esonera la struttura se non è preceduto da un’informazione dettagliata e diligente. Nel caso di specie, la madre non era stata messa in condizione di comprendere che il rifiuto del ricovero avrebbe portato a danni cerebrali irreversibili per il figlio.

Le motivazioni

Sotto il profilo del nesso causale, la CTU ha stabilito che l’asfissia si è verificata in epoca antecedente alla nascita e che un parto cesareo tempestivo avrebbe evitato o ridotto drasticamente le conseguenze neurologiche. Per quanto riguarda la liquidazione dei danni, il Tribunale ha applicato le Tabelle Uniche Nazionali per il danno biologico del minore, riconoscendo inoltre la personalizzazione per il danno morale data la gravità della patologia.

Parallelamente, è stato riconosciuto il danno da lesione del rapporto parentale per i genitori e la sorella del piccolo. Il giudice ha motivato tale scelta evidenziando come la gravità delle lesioni del bambino abbia alterato radicalmente e in modo peggiorativo le abitudini di vita e le relazioni personali dell’intero nucleo familiare, provocando una sofferenza morale soggettiva di enorme impatto.

Le conclusioni

Il procedimento si è concluso con la condanna della struttura sanitaria al pagamento di una somma superiore ai due milioni di euro complessivi. Questa cifra include il danno non patrimoniale del minore, il danno patrimoniale per la futura perdita della capacità lavorativa (calcolato analogicamente sul triplo dell’assegno sociale) e i danni riflessi per i congiunti. La sentenza ribadisce che la responsabilità professionale medica non si limita alla mera esecuzione di protocolli, ma richiede una vigilanza attiva e un’informazione trasparente che permetta al paziente di compiere scelte consapevoli per la propria salute e quella dei propri cari.

Cosa succede se i medici dimettono una gestante nonostante un tracciato CTG anomalo?
La struttura sanitaria può essere condannata per responsabilità professionale medica se la dimissione avviene senza informare pienamente la paziente dei rischi di asfissia fetale e senza procedere a un cesareo d’urgenza.

È possibile ottenere il risarcimento per la capacità lavorativa futura di un neonato disabile?
Sì, il Tribunale può liquidare questo danno patrimoniale futuro applicando il criterio del triplo dell’ammontare annuo dell’assegno sociale, moltiplicato per gli anni di presunta vita lavorativa.

Il rifiuto del ricovero da parte della paziente esonera i medici da responsabilità?
No, il rifiuto non esonera i medici se questi non hanno fornito un’informazione completa, specifica e diligente sulla gravità della situazione e sulla necessità dell’intervento tempestivo.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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