Responsabilità professionale consulente lavoro: i confini del mandato
Quando ci si rivolge a un esperto per gestire la propria pratica pensionistica, si dà per scontato che questi debba sempre indicare la strada più vantaggiosa. Tuttavia, una recente sentenza della Corte d’Appello di Trieste ha stabilito che la responsabilità professionale consulente lavoro ha dei perimetri ben definiti, legati strettamente all’oggetto dell’incarico ricevuto dal cliente.
Il caso: la pensione sfumata e la richiesta di danni
Un cittadino, intenzionato a cessare l’attività lavorativa, si era rivolto a un consulente del lavoro per inoltrare la domanda di pensione. Dopo un primo diniego dell’INPS, il professionista era riuscito a far ottenere al cliente una pensione in regime di totalizzazione per circa 1.700 euro mensili. Successivamente, tramite un ente di patronato, l’uomo scopriva che, attendendo solo pochi mesi e applicando la cosiddetta Legge Fornero, avrebbe potuto percepire un assegno quasi doppio, pari a circa 3.400 euro.
Il cliente ha quindi citato in giudizio il professionista, lamentando una violazione della responsabilità professionale consulente lavoro per non essere stato informato dell’alternativa più favorevole. Il Tribunale di primo grado aveva però respinto la domanda, portando il caso davanti alla Corte d’Appello.
La decisione della Corte d’Appello di Trieste
I giudici di secondo grado hanno confermato integralmente la sentenza del Tribunale di Udine, rigettando le pretese del pensionato. La Corte ha chiarito che non si può parlare di inadempimento se il professionista ha eseguito esattamente quanto richiesto dal cliente, ovvero l’invio della domanda di pensione per smettere di lavorare il prima possibile.
Limiti del dovere informativo e responsabilità professionale consulente lavoro
La Corte ha sottolineato che l’attività di consulenza volta a individuare il trattamento più conveniente in assoluto richiede un mandato specifico. Se il cliente insiste per l’inoltro immediato della pratica, ignorando persino il suggerimento del consulente di rivolgersi a un patronato (più esperto in materia previdenziale specifica), il professionista non può essere ritenuto responsabile per la mancata segnalazione di benefici futuri non ancora maturati al momento della richiesta.
Le motivazioni
Le motivazioni della Corte si fondano sull’ampiezza dell’obbligo informativo correlato allo specifico incarico. Secondo i giudici, la verifica di quale sia il momento più favorevole per andare in quiescenza integra una prestazione di consulenza autonoma che esula dal mero incarico tecnico di invio della domanda. Poiché il cliente aveva manifestato la volontà ferma di andare in pensione subito e aveva rifiutato il consiglio di approfondire presso altre sedi, la condotta del professionista è stata giudicata conforme alla diligenza qualificata richiesta dall’art. 1176, comma 2, del Codice Civile.
Le conclusioni
Le conclusioni tratte dal provvedimento evidenziano che la responsabilità professionale consulente lavoro non opera come un’assicurazione contro scelte personali del cliente che si rivelino, col senno di poi, non ottimali. Il professionista è tenuto a fornire tutte le informazioni utili relative alla pratica affidatagli, ma non è obbligato a svolgere ricerche su scenari futuri o alternativi se questi non rientrano esplicitamente nell’accordo siglato con il committente. La sentenza ribadisce dunque l’importanza di definire con chiarezza l’oggetto dell’incarico per evitare malintesi sui doveri di assistenza e consulenza.
È possibile chiedere i danni al consulente se la pensione ottenuta è bassa?
È possibile solo se si dimostra che il consulente ha agito con negligenza rispetto all’incarico specifico ricevuto o ha fornito informazioni errate sui requisiti già maturati.
Il consulente deve sempre suggerire la pensione più alta possibile?
Sì, ma solo se ha ricevuto un incarico di consulenza volto allo studio del trattamento più conveniente e non un semplice mandato per l’invio tecnico di una domanda.
Cosa succede se ignoro il consiglio del professionista di andare a un patronato?
In questo caso il cliente si assume il rischio della scelta e non può poi lamentare la responsabilità del professionista per non aver analizzato opzioni previdenziali complesse che esulavano dal suo incarico abituale.