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Regolarizzazione Contributiva INPS: No all’Azione contro l’Ente

Un lavoratore ha citato in giudizio l’INPS per ottenere la regolarizzazione contributiva INPS relativa a un periodo di lavoro non coperto da versamenti. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: il lavoratore non può costringere l’INPS a regolarizzare la sua posizione. L’obbligo di versare i contributi è esclusivamente del datore di lavoro. L’INPS è solo l’ente che riceve i pagamenti. Al lavoratore restano altre tutele, come l’azione di risarcimento contro il datore o la richiesta di costituzione di una rendita vitalizia, ma non un’azione diretta di condanna contro l’Istituto. Di conseguenza, il lavoratore ha perso la causa.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 6823 Anno 2023
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Pubblicato il 28 aprile 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

L’azione per la regolarizzazione contributiva INPS

La gestione della propria posizione previdenziale è cruciale per il futuro di ogni lavoratore. Un caso recente affrontato dalla Corte di Cassazione chiarisce i limiti e le corrette modalità di azione in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro. La vicenda riguarda un lavoratore che, dopo aver prestato servizio per anni presso un Comune, si è accorto di un ‘buco’ contributivo. Per risolvere il problema, ha deciso di fare causa direttamente all’INPS, chiedendo ai giudici di condannare l’ente alla regolarizzazione contributiva INPS per il periodo scoperto. Questa scelta, apparentemente logica, si è rivelata proceduralmente errata.

I fatti: un rapporto di lavoro e i contributi mancanti

La storia inizia con un lavoratore che per circa sette anni ha svolto la sua attività per un ente pubblico. Anni dopo, al momento di controllare la sua situazione previdenziale, scopre che per tutto quel periodo non risultano versati i relativi contributi. Convinto di subire un’ingiustizia, decide di agire legalmente per tutelare i suoi diritti pensionistici. La sua strategia processuale si concentra su un unico obiettivo: ottenere una sentenza che obblighi l’INPS a sistemare la sua posizione, accreditando d’ufficio i contributi mancanti. Il lavoratore riteneva che, essendo l’INPS l’ente gestore della previdenza, fosse anche il soggetto da chiamare in causa per sanare l’irregolarità.

La questione giuridica: contro chi agire?

Il cuore del problema non è se il lavoratore avesse diritto ai contributi, ma contro chi avrebbe dovuto rivolgere la sua pretesa. Può un lavoratore fare causa all’INPS per costringerla a regolarizzare un’omissione commessa dal datore di lavoro? La risposta della giurisprudenza è netta e si basa su una chiara distinzione dei ruoli. Il rapporto contributivo è un’obbligazione che lega due soggetti specifici: il datore di lavoro, che ha il dovere di versare i contributi, e l’ente previdenziale, che ha il diritto di riceverli. Il lavoratore è il beneficiario finale di questo rapporto, ma non può sostituirsi al datore nell’adempimento né costringere l’ente a un’azione che non gli compete.

La corretta via per la regolarizzazione contributiva INPS

L’ordinamento giuridico prevede strumenti specifici per tutelare il lavoratore in caso di omissione contributiva. L’azione di regolarizzazione contributiva INPS non è una di queste, se intesa come condanna diretta dell’Istituto. Le strade corrette sono altre. In primo luogo, il lavoratore può agire contro il datore di lavoro inadempiente per ottenere il risarcimento del danno subito. Questo danno è pari alla perdita pensionistica derivante dai contributi non versati. In secondo luogo, se i contributi sono ormai prescritti e non più recuperabili, il lavoratore ha la facoltà di chiedere all’INPS la costituzione di una rendita vitalizia, pagando di tasca propria l’onere corrispondente e salvando così il periodo ai fini pensionistici.

Le motivazioni: perché l’INPS non può essere condannata

La Corte di Cassazione, nel dichiarare inammissibile il ricorso del lavoratore, ha ribadito con forza questo principio. L’INPS, nel sistema previdenziale, ha il ruolo di accipiens, ovvero di soggetto che riceve il pagamento. Non può essere condannata a eseguire una prestazione (la regolarizzazione) che presuppone un’obbligazione di versamento a carico di un altro soggetto, il datore di lavoro. L’azione del lavoratore era, quindi, mal indirizzata. Pretendere una condanna dell’INPS alla regolarizzazione contributiva INPS è come chiedere alla banca di pagare un debito di un’altra persona. I giudici hanno sottolineato che confondere i ruoli e le azioni disponibili porta a un’inevitabile sconfitta processuale.

Le conclusioni: la decisione della Corte

La Corte ha concluso che la richiesta del lavoratore non rientra in nessuna delle azioni che la legge gli riconosce per tutelare la sua posizione. L’unica azione di ‘condanna’ alla regolarizzazione è quella che si può intentare contro il vero obbligato, cioè il datore di lavoro. Poiché il lavoratore ha insistito nel chiedere una condanna impossibile contro l’INPS, il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile. Il lavoratore non solo non ha ottenuto la regolarizzazione, ma è stato anche condannato a pagare le spese legali. Questa sentenza serve da monito: la tutela dei propri diritti passa necessariamente per la scelta dello strumento giuridico corretto.

Se il mio datore di lavoro non versa i contributi, posso fare causa all’INPS per farmeli accreditare?
No, non è possibile ottenere una sentenza che condanni l’INPS a regolarizzare la posizione. L’azione legale per il versamento va intentata contro il datore di lavoro, che è l’unico obbligato.

Cosa posso fare se scopro che i miei contributi non sono stati versati e sono prescritti?
In questo caso, puoi chiedere all’INPS di essere autorizzato a costituire una rendita vitalizia, pagando tu stesso l’importo necessario per coprire il periodo mancante. In alternativa, puoi chiedere il risarcimento del danno al datore di lavoro.

Chi è il responsabile legale del versamento dei contributi?
La responsabilità del corretto e puntuale versamento dei contributi previdenziali è esclusivamente del datore di lavoro.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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