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Posto soppresso ma licenziamento nullo: l’obbligo di repêchage

Un’azienda sanitaria licenzia una dipendente con il ruolo di ‘Capo servizi operai’ per giustificato motivo oggettivo, a seguito della soppressione della sua posizione per riorganizzazione. La Corte di Cassazione ha però dichiarato illegittimo il licenziamento. Sebbene la soppressione del posto fosse reale, l’azienda ha violato l’obbligo di repêchage. In presenza di un esubero di personale con mansioni simili, il datore di lavoro avrebbe dovuto confrontare la posizione della lavoratrice con quella di altri colleghi dello stesso livello, secondo criteri di correttezza e buona fede, per verificare ogni possibilità di reimpiego. Non avendolo fatto, il licenziamento è stato annullato.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 9668 Anno 2026
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Pubblicato il 21 aprile 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Soppressione del posto e licenziamento: quando non basta

Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è uno strumento a disposizione delle aziende per far fronte a cambiamenti organizzativi o produttivi. Tuttavia, la semplice soppressione di un posto di lavoro non rende automaticamente legittimo il licenziamento. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce un punto fondamentale: il ruolo cruciale dell’obbligo di repêchage. Questo dovere impone all’azienda di fare tutto il possibile per ricollocare il lavoratore prima di procedere con il recesso. Vediamo insieme i dettagli di questa vicenda e il principio di diritto affermato dai giudici.

I fatti del caso: una riorganizzazione aziendale

Una casa di cura privata avvia un processo di riorganizzazione interna. In questo contesto, l’Azienda decide di sopprimere la posizione di ‘Capo servizi operai’. Di conseguenza, la Lavoratrice che ricopriva quel ruolo viene licenziata per giustificato motivo oggettivo. La riorganizzazione aveva anche evidenziato un esubero di personale in una categoria più ampia, definita ‘Altro personale’, alla quale apparteneva anche la Lavoratrice licenziata. L’Azienda sosteneva di aver agito legittimamente, avendo effettivamente eliminato quella specifica mansione dal suo organigramma. La Lavoratrice, ritenendo il licenziamento ingiusto, ha impugnato il provvedimento, dando inizio a un percorso legale.

La posizione dell’Azienda e l’obbligo di repêchage

L’Azienda ha difeso la propria decisione sostenendo che la ragione del licenziamento era reale e non pretestuosa. La posizione lavorativa era stata cancellata e le sue funzioni ridistribuite tra altri dipendenti già in servizio. Secondo la tesi aziendale, l’obbligo di repêchage si sarebbe dovuto limitare alla ricerca di posizioni identiche o strettamente compatibili con il profilo professionale specifico della Lavoratrice. Poiché non esistevano posti vacanti con quelle caratteristiche, il licenziamento era, a suo dire, inevitabile e quindi legittimo. L’Azienda riteneva di non dover effettuare una comparazione più ampia con altri dipendenti inquadrati nello stesso livello contrattuale ma con mansioni diverse.

Le motivazioni della Corte: l’obbligo di repêchage va oltre la singola mansione

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell’Azienda, confermando l’illegittimità del licenziamento. I giudici hanno ribadito che il datore di lavoro ha un preciso onere probatorio. Non basta dimostrare la soppressione del posto; è necessario provare anche l’impossibilità di ricollocare il lavoratore in altre mansioni. Nel caso specifico, la riorganizzazione aveva creato un’esigenza più generale di ridurre il personale ‘fungibile’ (cioè con professionalità simili e intercambiabili) all’interno dello stesso livello contrattuale. In una situazione del genere, l’obbligo di repêchage si espande. L’Azienda non poteva limitarsi a guardare la singola posizione soppressa. Doveva, invece, applicare i criteri di correttezza e buona fede per scegliere chi licenziare tra tutti i dipendenti della categoria in esubero. Questo significa effettuare una comparazione tra i profili, valutando chi, per anzianità, carichi familiari o altre ragioni oggettive, avesse più diritto a mantenere il posto.

Le conclusioni: la vittoria della Lavoratrice

La Corte ha concluso che l’Azienda non ha adempiuto correttamente al suo obbligo di repêchage. Non avendo operato alcuna comparazione tra la Lavoratrice e gli altri dipendenti del suo stesso livello e categoria, ha violato i principi di buona fede. Di conseguenza, il licenziamento è stato giudicato illegittimo. La Lavoratrice ha vinto la causa e l’Azienda è stata condannata al pagamento delle spese legali. Questa sentenza rafforza la tutela del lavoratore, sottolineando che le scelte di riorganizzazione aziendale, sebbene insindacabili nel merito, devono sempre essere attuate nel rispetto dei doveri di correttezza e salvaguardia del posto di lavoro.

Cosa significa licenziamento per giustificato motivo oggettivo?
È un licenziamento che non dipende da una colpa del lavoratore, ma da esigenze dell’azienda, come una crisi economica, una riorganizzazione del lavoro o la soppressione di una specifica posizione lavorativa.

In cosa consiste esattamente l’obbligo di repêchage?
È il dovere del datore di lavoro di verificare, prima di licenziare un dipendente per motivo oggettivo, se esistono altre posizioni libere in azienda, anche di livello inferiore, in cui poterlo ricollocare.

Chi deve dimostrare che il repêchage non era possibile?
L’onere della prova è sempre a carico del datore di lavoro. È l’azienda che deve dimostrare in giudizio di aver soppresso il posto e di aver cercato senza successo una soluzione alternativa per ricollocare il dipendente.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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