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Polizza fideiussoria falsa: la Cassazione annulla il danno

Un ente pubblico risolve un contratto d’appalto contestando all’impresa l’utilizzo di una polizza fideiussoria falsa consegnata come cauzione. A seguito del fallimento della società appaltatrice, l’ente chiede l’insinuazione al passivo per oltre quattro milioni di euro a titolo di risarcimento danni per i maggiori costi di completamento dell’opera. Il Tribunale accoglie la richiesta dell’ente, ma la Corte di Cassazione ribalta la decisione. I giudici di legittimità stabiliscono che la falsità della cauzione non è stata adeguatamente dimostrata, evidenziando un grave difetto di motivazione. Inoltre, la quantificazione del danno è stata effettuata su basi meramente ipotetiche senza verificare l’effettiva indizione di una nuova gara. La Suprema Corte cassa il decreto e rinvia la causa al Tribunale per un nuovo esame.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 1 Num. 21950 Anno 2026
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Civile

Il caso dell’appalto e la presunta polizza fideiussoria falsa

Un ente pubblico affida a una società commerciale la realizzazione di un importante intervento infrastrutturale consistente nella costruzione di un pontile e nello scavo dei fondali marini. Durante la fase di esecuzione delle opere sorgono accese contestazioni tra le parti che portano alla decisione dell’amministrazione di risolvere il contratto per presunto grave inadempimento dell’impresa appaltatrice. Successivamente la pubblica amministrazione adduce anche la presenza di una polizza fideiussoria falsa consegnata dalla società a titolo di cauzione definitiva al momento della stipula del contratto. L’impresa contesta la decisione dell’ente davanti al giudice ordinario per ottenere la risoluzione del contratto addebitabile alla committente, ma nel corso del processo interviene la dichiarazione di fallimento della società appaltatrice.

La richiesta di risarcimento nel fallimento dell’impresa

A seguito dell’apertura della procedura concorsuale, la pubblica amministrazione decide di formulare domanda di insinuazione al passivo del fallimento. L’ente chiede l’ammissione di un credito di oltre quattro milioni e seicento mila euro a titolo di risarcimento del danno derivante dall’inadempimento contrattuale. Tale somma viene calcolata dall’amministrazione prendendo come riferimento i maggiori costi stimati necessari per riaffidare l’esecuzione delle medesime opere a una nuova impresa. Il giudice delegato respinge la richiesta formulata dalla pubblica amministrazione, ma il Tribunale accoglie il successivo ricorso di opposizione ammettendo l’intero credito al passivo della società fallita. Il curatore fallimentare propone quindi ricorso in Cassazione contestando la decisione per la totale mancanza di prove certe sia sulla falsità della garanzia sia sull’effettiva sussistenza del danno.

L’ipotesi della polizza fideiussoria falsa e l’onere della prova

Il punto centrale della controversia riguarda l’accertamento relativo alla presunta invalidità della garanzia fideiussoria prestata dall’impresa. Il Tribunale aveva considerato provata la presenza di una polizza fideiussoria falsa unicamente sulla base delle dichiarazioni rese dal presunto garante, il quale aveva disconosciuto la propria firma al momento della richiesta di escussione. Tuttavia, i giudici di merito hanno totalmente ignorato un documento fondamentale prodotto nello stesso giudizio dalla pubblica amministrazione, all’interno del quale l’istituto garante sembrava al contrario confermare la genuinità della polizza. La Corte precisa che la semplice dichiarazione del soggetto garante non può costituire una prova sufficiente senza una valutazione critica ed esaustiva di tutto il materiale probatorio presente negli atti di causa.

Le motivazioni: i vizi sulla polizza fideiussoria falsa e sulla stima del danno

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dalla curatela fallimentare evidenziando un gravissimo difetto di motivazione contenuto nel decreto del Tribunale. I giudici di legittimità chiariscono che la sentenza impugnata scende al di sotto del minimo costituzionale prescritto per la motivazione dei provvedimenti giudiziari. La motivazione risulta del tutto apparente sia in merito all’accertamento della polizza fideiussoria falsa sia con riferimento alla quantificazione del danno attribuito all’amministrazione. Il Tribunale si è limitato a recepire le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio senza accertare se l’ente pubblico avesse davvero indetto una nuova gara d’appalto o sostenuto costi effettivi per il completamento dei lavori. Un mero calcolo ipotetico basato sui prezziari regionali non dimostra l’effettiva esistenza di un pregiudizio patrimoniale.

Le conclusioni: la tutela dei creditori nelle procedure concorsuali

La decisione della Suprema Corte cassa il provvedimento impugnato e rinvia la causa al Tribunale affinché riesami la vicenda in una diversa composizione collegiale. Il principio stabilito dai giudici di legittimità conferma che nei giudizi fallimentari l’ammissione di un credito risarcitorio richiede motivazioni rigorose e riscontri probatori certi. Non è consentito pregiudicare le ragioni degli altri creditori del fallimento sulla base di presunzioni non verificate o di valutazioni peritali astratte. Nel corso del giudizio di rinvio, i giudici dovranno analizzare nuovamente le prove documentali fornendo una motivazione logica e approfondita sia sulla reale natura della garanzia prestata sia sulla concreta ed effettiva quantificazione del danno subito dall’amministrazione pubblica.

Cosa succede se viene contestata la falsità di una polizza fideiussoria in un appalto?
L’ente pubblico deve fornire prove rigorose della falsità e il giudice deve motivare adeguatamente la decisione senza basarsi unicamente sulle dichiarazioni del garante.

Come deve essere dimostrato il danno per il riaffidamento dei lavori ad altra impresa?
Non basta un calcolo teorico del perito basato sui prezziari; occorre dimostrare l’effettivo svolgimento della nuova gara o il sostenimento reale dei maggiori costi.

Si deve sospendere la causa fallimentare se pende un giudizio ordinario sul contratto?
La Corte di Cassazione ha chiarito che il giudizio di opposizione allo stato passivo non deve essere sospeso in attesa della definizione della causa ordinaria di risoluzione contrattuale.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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