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Obbligo di repechage: vale anche per lavori autonomi

La Corte di Cassazione ha stabilito che l’obbligo di repechage sussiste anche quando la posizione lavorativa vacante, compatibile con il profilo del dipendente licenziato, viene successivamente coperta tramite un contratto di lavoro autonomo. Ai fini della violazione dell’obbligo, è rilevante l’esistenza della posizione e l’esigenza aziendale che essa soddisfa, non la forma contrattuale scelta per ricoprirla. Il licenziamento è stato quindi ritenuto illegittimo.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 31312 Anno 2025
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Pubblicato il 28 dicembre 2025 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Obbligo di Repechage: Conta la Posizione, non il Contratto

L’obbligo di repechage rappresenta uno dei pilastri a tutela del lavoratore in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Prima di poter risolvere il rapporto di lavoro per ragioni economiche o organizzative, il datore di lavoro ha il dovere di verificare se esistano posizioni alternative in azienda da offrire al dipendente. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito un aspetto cruciale: questo obbligo sussiste indipendentemente dalla forma contrattuale che l’azienda intende poi utilizzare per quella posizione. Vediamo insieme i dettagli di questa importante decisione.

I Fatti del Caso

Un dirigente con la qualifica di direttore tecnico veniva licenziato per giustificato motivo oggettivo. L’azienda sosteneva la soppressione della sua posizione. Il lavoratore, tuttavia, impugnava il licenziamento, sostenendo che l’azienda avesse violato l’obbligo di repechage. Infatti, poco dopo il suo allontanamento, le mansioni di responsabile delle risorse umane, che egli avrebbe potuto svolgere, erano state affidate a un’altra persona tramite un contratto di collaborazione autonoma.
Sia il Tribunale che la Corte d’Appello davano ragione al lavoratore, dichiarando il licenziamento illegittimo. La società datrice di lavoro, non accettando la decisione, proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo principalmente che l’obbligo di repechage non potesse applicarsi a posizioni coperte da contratti di lavoro autonomo.

L’Obbligo di Repechage e la Forma Contrattuale

Il quesito centrale posto alla Corte di Cassazione era se l’obbligo di repechage potesse essere eluso semplicemente scegliendo una forma contrattuale diversa da quella del lavoro subordinato per coprire una posizione vacante. Il datore di lavoro argomentava che, essendo la posizione di responsabile delle risorse umane stata affidata a un consulente esterno, non si trattava di una vera e propria posizione lavorativa subordinata da offrire al dirigente licenziato.

Le Motivazioni della Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell’azienda con motivazioni chiare e nette. I giudici hanno affermato un principio di sostanza sulla forma: ai fini del repechage, ciò che conta è l’esistenza di una posizione lavorativa che soddisfi un’esigenza aziendale e che sia attribuibile al dipendente che si intende licenziare. La scelta successiva del datore di lavoro di coprire tale esigenza con un contratto di lavoro autonomo, a tempo determinato o con altre forme contrattuali è irrilevante.

Secondo la Corte, permettere al datore di lavoro di aggirare l’obbligo semplicemente cambiando la qualificazione giuridica del rapporto sarebbe troppo facile e vanificherebbe la tutela del lavoratore. Se l’azienda ha una necessità lavorativa (in questo caso, quella di un responsabile delle risorse umane) e il lavoratore licenziando possiede le competenze per soddisfarla, la posizione deve essergli offerta. La professionalità del dirigente è stata, inoltre, ritenuta adeguata sulla base delle mansioni di gestione del personale che già svolgeva, seppur in modo accessorio al suo ruolo principale.

Le Conclusioni

Questa ordinanza rafforza in modo significativo la portata dell’obbligo di repechage. Il principio stabilito è che l’obbligo del datore di lavoro è legato all’effettiva e concreta esigenza organizzativa dell’azienda. Se tale esigenza esiste e può essere soddisfatta dalle competenze del lavoratore in esubero, il licenziamento è illegittimo se la posizione non viene prima offerta a quest’ultimo. La natura del contratto che l’azienda intende poi stipulare è un fattore secondario che non può essere usato come scudo per giustificare il mancato adempimento di un dovere fondamentale a protezione del posto di lavoro.

L’obbligo di repechage vale anche se la posizione vacante viene poi coperta con un contratto di lavoro autonomo?
Sì. La Corte di Cassazione ha chiarito che ciò che rileva è l’esistenza di una posizione lavorativa che soddisfa un’esigenza aziendale e che potrebbe essere ricoperta dal dipendente da licenziare. La forma contrattuale scelta successivamente (autonomo, subordinato, a termine) è irrilevante per la violazione dell’obbligo.

Come viene valutata la professionalità del lavoratore licenziato per una posizione diversa?
L’adeguatezza della professionalità è un accertamento di fatto riservato ai giudici di merito. Nel caso specifico, è stato ritenuto che le mansioni di gestione del personale, anche se svolte in modo accessorio rispetto all’incarico principale, fossero sufficienti a dimostrare la competenza del lavoratore per ricoprire il ruolo di responsabile delle risorse umane.

Un licenziamento per giustificato motivo oggettivo è valido se l’azienda dimostra solo la soppressione del posto di lavoro?
No, non è sufficiente. Oltre a provare la reale soppressione della specifica posizione lavorativa, il datore di lavoro deve anche dimostrare di aver adempiuto all’obbligo di repechage, ossia di non poter ricollocare il lavoratore in altre mansioni equivalenti o anche inferiori presenti in azienda.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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