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LSU e abuso di contratti a termine: il Comune perde in Cassazione

Una lavoratrice, impiegata per anni da un Comune prima come Lavoratrice Socialmente Utile (LSU) e poi con una serie di contratti a tempo determinato, ha denunciato un abuso di contratti a termine. I giudici di merito avevano respinto la sua richiesta, ritenendo applicabile una speciale normativa regionale che escludeva le tutele generali. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando un principio fondamentale: le leggi regionali non possono derogare alla normativa europea che vieta l’abuso dei contratti a termine. Anche se il rapporto nasce da un percorso di stabilizzazione di LSU, il giudice deve verificare la natura effettiva del lavoro svolto per accertare l’abuso e riconoscere il diritto al risarcimento del danno.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 9577 Anno 2023
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Pubblicato il 3 maggio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Contratti a termine per ex LSU: quando è abuso?

La stabilizzazione dei lavoratori socialmente utili (LSU) attraverso contratti a tempo determinato è una pratica diffusa, ma può nascondere un illecito. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce i confini tra una legittima politica di inserimento lavorativo e un vero e proprio abuso di contratti a termine. La vicenda riguarda una lavoratrice che, dopo un lungo periodo di impiego in attività socialmente utili presso un Comune, aveva continuato a lavorare per lo stesso ente tramite una successione ininterrotta di contratti a tempo determinato. Sentendosi precarizzata, ha deciso di agire in giudizio per vedere riconosciuti i suoi diritti.

La vicenda: da lavoratrice utile a precaria

Il caso inizia quando una lavoratrice, originariamente impegnata in progetti di utilità collettiva, viene assunta da un Comune con un primo contratto part-time a tempo determinato. Questo contratto viene prorogato più volte per molti anni. La lavoratrice, di fatto, svolgeva mansioni ordinarie e necessarie per l’ente, coprendo un fabbisogno stabile. Per questo motivo, ha chiesto al Tribunale di dichiarare la nullità dei termini apposti ai contratti e di convertirli in un unico rapporto a tempo indeterminato o, in subordine, di condannare l’ente al risarcimento del danno per l’illegittima successione di contratti.

La difesa del Comune e le decisioni dei primi gradi

Il Comune si è difeso sostenendo che i contratti stipulati rientravano in una specifica legislazione regionale siciliana. Questa normativa speciale era finalizzata a favorire la fuoriuscita dal bacino del precariato dei lavoratori socialmente utili. Secondo i giudici di primo e secondo grado, questa legge speciale prevaleva sulla normativa nazionale generale (D.Lgs. 368/2001) che pone limiti alla successione dei contratti a termine. Di conseguenza, le richieste della lavoratrice sono state respinte, ritenendo legittima la catena di contratti a termine perché giustificata da una finalità politico-sociale.

L’abuso di contratti a termine e il primato del diritto europeo

La Corte di Cassazione ha completamente ribaltato questa visione. I giudici supremi hanno ricordato che la materia dei contratti di lavoro è disciplinata a livello europeo dalla Direttiva 1999/70/CE, che ha l’obiettivo di prevenire e sanzionare l’abuso di contratti a termine. Questa direttiva si applica a tutti i lavoratori, inclusi quelli del settore pubblico, e le norme nazionali, anche regionali, devono essere conformi ad essa. Una legge regionale, pur perseguendo lodevoli scopi di stabilizzazione, non può creare una ‘zona franca’ in cui la reiterazione abusiva dei contratti a termine è permessa.

Le motivazioni: la natura del rapporto prevale sulla forma

La Cassazione ha spiegato che, per decidere se vi sia stato un abuso di contratti a termine, non basta guardare alla ‘causa’ formale del contratto (la stabilizzazione degli LSU). È necessario un esame approfondito e concreto del rapporto di lavoro. Il giudice deve verificare le mansioni effettivamente svolte, le modalità della prestazione e se questa rispondeva a esigenze temporanee o permanenti dell’amministrazione. Se il lavoro svolto è ordinario e continuativo, la successione di contratti è abusiva, indipendentemente dalla sua origine in un percorso per LSU. La Corte ha quindi cassato la sentenza precedente e rinviato il caso alla Corte d’Appello per una nuova valutazione basata su questi principi.

Le conclusioni: risarcimento del danno per il lavoratore

La vittoria della lavoratrice in Cassazione apre la strada al riconoscimento del suo diritto al risarcimento del danno. Nel pubblico impiego, infatti, vige il divieto di conversione del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato. Tuttavia, l’abuso accertato deve essere sanzionato. La sanzione consiste in un indennizzo economico che compensa il lavoratore per la precarizzazione subita. Questa sentenza riafferma un principio cruciale: nessuna normativa interna può sottrarre i lavoratori alle tutele minime garantite dal diritto dell’Unione Europea.

Un contratto per lavori socialmente utili (LSU) è un contratto di lavoro subordinato?
Generalmente no. La legge prevede che l’utilizzo in LSU non crei un rapporto di lavoro subordinato, ma un rapporto speciale di natura assistenziale e formativa.

Se dopo i LSU vengo assunto con contratti a termine per anni, posso chiedere la stabilizzazione?
Nel pubblico impiego la conversione del contratto in uno a tempo indeterminato è vietata per legge. Tuttavia, se viene accertato un abuso nella successione dei contratti, si ha diritto a un risarcimento del danno.

Una legge regionale può escludere le tutele europee contro l’abuso dei contratti a termine?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che la normativa europea (Direttiva 1999/70/CE) prevale e che il giudice deve sempre verificare se, nei fatti, c’è stato un abuso, indipendentemente da leggi regionali specifiche.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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