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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: reintegra o solo indennizzo?

Un lavoratore è stato licenziato per giustificato motivo oggettivo dopo che l’azienda ha perso un appalto. La Corte d’Appello ha ritenuto il licenziamento illegittimo per il mancato rispetto dell’obbligo di repêchage, ma ha negato la tutela reintegratoria, concedendo solo un’indennità. Il lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, richiamando una recente pronuncia della Corte Costituzionale (n. 125/2022) che ha eliminato il requisito della “manifesta” insussistenza del motivo oggettivo, ha cassato la parte della sentenza che negava la reintegra. Ha così confermato l’illegittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo e rinviato il caso alla Corte d’Appello per una nuova decisione sulla tutela applicabile.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 21470 Anno 2022
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Pubblicato il 4 settembre 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

La svolta sul licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è un tema delicato nel diritto del lavoro. Riguarda situazioni in cui un’azienda decide di interrompere un rapporto di lavoro per ragioni economiche, organizzative o produttive, non legate al comportamento del dipendente. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha segnato un punto di svolta importante, soprattutto in relazione alla possibilità per il lavoratore di ottenere la reintegrazione nel posto di lavoro, piuttosto che un semplice risarcimento.

Il caso: un licenziamento e l’obbligo di ricollocazione

Un lavoratore è stato licenziato dall’azienda dopo che quest’ultima ha perso un appalto. L’azienda ha motivato il licenziamento con ragioni oggettive. Il lavoratore ha contestato il licenziamento. La Corte d’Appello ha riconosciuto che l’azienda non aveva rispettato il cosiddetto “obbligo di repêchage” (cioè l’obbligo di cercare di ricollocare il dipendente in un’altra posizione compatibile prima di licenziarlo). Nonostante ciò, la Corte d’Appello ha negato al lavoratore la “tutela reintegratoria” (il diritto di essere riassunto), concedendogli solo un’indennità economica.

L’importanza dell’obbligo di repêchage nel licenziamento per giustificato motivo oggettivo

L’obbligo di repêchage è un pilastro fondamentale nella disciplina del licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Esso impone all’azienda di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il licenziamento. L’azienda deve verificare l’esistenza di posizioni alternative, anche di livello inferiore, compatibili con le capacità professionali del lavoratore. Solo se non esistono tali posizioni, il licenziamento può considerarsi legittimo. Nel caso specifico, l’azienda aveva assunto nuove persone, ma non aveva offerto alcuna alternativa al lavoratore licenziato, né aveva dimostrato l’impossibilità di ricollocarlo.

La decisione della Corte d’Appello e il ricorso in Cassazione

La Corte d’Appello aveva negato la reintegrazione, argomentando che l’azienda si trovava in una situazione di esubero di personale a seguito della perdita dell’appalto. Questo, secondo i giudici di secondo grado, escludeva una “manifesta pretestuosità del recesso” (cioè che il licenziamento fosse chiaramente un pretesto). Il lavoratore ha quindi presentato ricorso alla Corte di Cassazione, contestando proprio questa negazione della reintegrazione e sostenendo che le ragioni addotte dalla Corte d’Appello non erano sufficienti a giustificare l’esclusione della reintegra.

La svolta della Corte Costituzionale sul licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Durante il giudizio in Cassazione, è intervenuta una decisione cruciale della Corte Costituzionale (sentenza n. 125 del 2022). Questa sentenza ha dichiarato incostituzionale una parte dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, nella formulazione introdotta dalla Legge Fornero del 2012. In particolare, ha eliminato la parola “manifesta” dal requisito che escludeva la reintegrazione. Prima di questa sentenza, la reintegrazione era prevista solo se l’insussistenza del giustificato motivo oggettivo era “manifesta”, rendendo più difficile per il lavoratore ottenere il reintegro.

Le motivazioni: il licenziamento per giustificato motivo oggettivo e la tutela

La Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore proprio alla luce di questa nuova interpretazione costituzionale. I giudici hanno spiegato che la sentenza della Corte Costituzionale ha modificato il quadro normativo di riferimento. Non è più necessario dimostrare una “manifesta” insussistenza del motivo oggettivo per ottenere la reintegrazione. Basta che il motivo oggettivo non sussista, o che l’azienda non abbia rispettato l’obbligo di repêchage. La Corte ha ritenuto che la precedente decisione della Corte d’Appello, basata su un parametro normativo ora modificato, non fosse più valida.

Le conclusioni: cosa cambia per il licenziamento per giustificato motivo oggettivo

La Corte di Cassazione ha quindi annullato la parte della sentenza d’Appello che negava la reintegrazione al lavoratore. Ha rinviato il caso alla Corte d’Appello, ma con una composizione diversa, affinché questa decida nuovamente sulla tutela da applicare al lavoratore, tenendo conto della nuova interpretazione dell’articolo 18. Questo significa che il lavoratore avrà una nuova possibilità di ottenere la reintegrazione nel posto di lavoro, anziché la sola indennità. La decisione rafforza la protezione dei lavoratori in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, rendendo più accessibile la tutela reintegratoria.

Cos’è il licenziamento per giustificato motivo oggettivo?
È il licenziamento di un lavoratore dovuto a ragioni economiche, organizzative o produttive dell’azienda, non legate al comportamento del dipendente.

Cosa significa l’obbligo di repêchage per l’azienda?
È l’obbligo dell’azienda di cercare attivamente di ricollocare il lavoratore in un’altra posizione disponibile e compatibile con le sue qualifiche, prima di procedere al licenziamento.

Quali sono le conseguenze se un licenziamento per giustificato motivo oggettivo è illegittimo?
Se il licenziamento è illegittimo, il lavoratore può avere diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro o a un’indennità economica, a seconda delle circostanze e delle normative applicabili.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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