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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: la crisi non basta

La Corte di Cassazione ha confermato l’illegittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato a un giornalista. L’azienda aveva giustificato il recesso con una generica crisi aziendale, senza tuttavia dimostrare l’effettiva soppressione del posto di lavoro del dipendente e l’impossibilità di ricollocarlo altrove (obbligo di repechage). La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della società datrice di lavoro, confermando l’ordine di reintegrazione e il risarcimento del danno. I giudici hanno inoltre stabilito che i compensi percepiti dal lavoratore per la sua attività di scrittore non costituiscono “aliunde perceptum” detraibile dal risarcimento, poiché frutto di una diversa capacità lavorativa compatibile con il precedente impiego. Vince il lavoratore, che ottiene la reintegra e il pagamento delle spese legali.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 10459 Anno 2022
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Pubblicato il 18 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il caso del giornalista e il licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo rappresenta una delle decisioni più delicate per un’azienda. La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato il caso di un giornalista licenziato a causa di una riorganizzazione aziendale. La società editrice aveva motivato il provvedimento con una grave crisi economica. Tuttavia, la semplice esistenza di difficoltà finanziarie non è sufficiente per mandare a casa un dipendente. La legge impone regole rigide a tutela del posto di lavoro, considerato dalla Costituzione un diritto fondamentale. Il datore di lavoro deve dimostrare che la specifica posizione del lavoratore è stata effettivamente cancellata.

Quando la crisi aziendale non basta a giustificare il recesso

Per rendere legittimo il recesso, l’azienda deve provare due elementi fondamentali. Il primo è l’effettiva soppressione del posto di lavoro del dipendente. Il secondo è l’impossibilità di ricollocare lo stesso lavoratore in altre mansioni all’interno dell’organizzazione aziendale. Questo secondo aspetto è conosciuto come obbligo di repechage (ricollocamento). Nel caso in esame, la società editrice si era limitata a descrivere un piano di risanamento concordato con i sindacati che prevedeva numerosi esuberi. L’azienda non ha però fornito la prova concreta che il ruolo specifico del giornalista fosse diventato del tutto superfluo e che non vi fossero altre posizioni disponibili.

Che cosa succede ai guadagni extra del lavoratore licenziato

Un altro punto centrale della controversia riguarda il calcolo del risarcimento. L’azienda sosteneva che i proventi ottenuti dal lavoratore come scrittore durante il periodo di inattività dovessero essere sottratti dalla somma risarcitoria. Questa detrazione prende il nome di aliunde perceptum (somma percepita altrove). I giudici hanno respinto questa tesi. L’attività di scrittore richiede una capacità creativa e professionale diversa rispetto a quella di redattore giornalistico. Inoltre, la scrittura di libri è un’attività pienamente compatibile con il normale lavoro in redazione. Di conseguenza, questi guadagni non derivano dalla perdita del posto di lavoro e non vanno sottratti dal risarcimento dovuto.

Le motivazioni della Cassazione sul licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Le motivazioni della Cassazione sul licenziamento per giustificato motivo oggettivo si fondano sul principio della massima tutela del lavoratore. Il licenziamento deve sempre rappresentare l’extrema ratio (l’ultima risorsa possibile). La libertà di iniziativa economica dell’imprenditore non può mai contrastare con la dignità umana e la sicurezza dei lavoratori. I giudici di legittimità hanno chiarito che il datore di lavoro ha l’onere della prova (il dovere di dimostrare i fatti in giudizio). Egli deve dimostrare in modo rigoroso sia la reale modifica organizzativa sia l’impossibilità di un impiego alternativo del dipendente. La generica riduzione del personale non esonera l’azienda da questo specifico accertamento. Inoltre, il raggiungimento dell’età pensionabile da parte del lavoratore durante la causa non cancella il suo diritto alla reintegrazione.

Le conclusioni della vicenda e la tutela del lavoratore

Le conclusioni della vicenda confermano la piena vittoria del lavoratore e la condanna dell’azienda. La Suprema Corte ha rigettato definitivamente il ricorso della società editrice. Il dipendente ha ottenuto il diritto a riprendere il proprio posto di lavoro e a ricevere il pagamento di tutte le retribuzioni maturate dal giorno del licenziamento fino alla effettiva reintegra. L’azienda dovrà anche versare tutti i contributi previdenziali e assistenziali arretrati, oltre a pagare le spese del giudizio. Questa decisione ribadisce che la riorganizzazione aziendale non può essere utilizzata come un pretesto per liberarsi di dipendenti scomodi o vicini alla pensione senza rispettare i rigorosi limiti imposti dalla legge.

Quando è legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo?
Il licenziamento è legittimo solo se il datore di lavoro dimostra l’effettiva soppressione del posto di lavoro e l’impossibilità di ricollocare il dipendente in altre mansioni compatibili all’interno dell’azienda.

I guadagni derivanti dal diritto d’autore riducono il risarcimento dovuto dal datore di lavoro?
No, i proventi derivanti dall’attività di scrittore non riducono il risarcimento se tale attività richiede competenze diverse ed è compatibile con il lavoro originario.

Il raggiungimento dell’età pensionabile durante la causa impedisce la reintegrazione?
No, il raggiungimento dell’età pensionabile durante il processo non impedisce la reintegrazione nel posto di lavoro, a meno che non vi sia un formale e valido atto di risoluzione successivo.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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