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Licenziamento per giusta causa: legittimo l’acquisto autorizzato

Un’azienda ha intimato il licenziamento per giusta causa a un cassiere, accusandolo di aver acquistato merce a prezzo simbolico inferiore al listino. Il lavoratore ha dimostrato il consenso del proprio superiore gerarchico, confermato da colleghi presenti ai fatti. La Corte d’Appello aveva convalidato il recesso dando credito esclusivo alle dichiarazioni indirette del direttore. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione: l’autorizzazione del responsabile esclude la colpa del dipendente. Inoltre, le deposizioni indirette non possono superare testimonianze dirette e concordanti in assenza di riscontri certi. I giudici hanno accolto il ricorso del dipendente, disponendo il riesame del caso.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Civile Sez. L Num. 24481 Anno 2026
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Pubblicato il 2 settembre 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il licenziamento per giusta causa dopo l’acquisto di merce a prezzo ridotto

Il datore di lavoro non può intimare il licenziamento per giusta causa quando il dipendente compie un’azione autorizzata dal proprio responsabile di settore. La vicenda trae origine dalla contestazione disciplinare inviata a un cassiere di un supermercato. L’azienda accusava l’operatore di aver prelevato alcune confezioni di salumi a un prezzo simbolico di un euro prima della normale etichettatura per la vendita al pubblico. La società addebitava inoltre l’abbandono temporaneo della cassa e presunte minacce rivolte all’addetto alla sicurezza durante i controlli.

Il dipendente ha chiarito fin da subito la propria posizione. Il lavoratore ha spiegato di aver agito con il consenso espresso del capo settore. Due testimoni diretti hanno confermato integralmente questa circostanza durante il giudizio di merito.

La ricostruzione dei fatti e le testimonianze contrastanti

I giudici di merito hanno affrontato valutazioni contrapposte nel corso dei precedenti gradi di giudizio. Il primo giudice ha dato pieno valore alle parole del superiore gerarchico e della collega addetta al banco alimentari. Entrambi i testi avevano confermato l’esistenza del permesso per l’acquisto a prezzo agevolato.

La Corte territoriale ha invece ribaltato la decisione. I giudici di secondo grado hanno convalidato la sanzione espulsiva. La sentenza di appello ha attribuito maggiore credibilità alla versione del direttore del punto vendita. Il direttore aveva riferito fatti appresi esclusivamente per interposta persona, senza aver assistito direttamente all’episodio.

Il valore delle prove e il licenziamento per giusta causa

Il lavoratore ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione lamentando un vizio logico nella valutazione probatoria. Il dipendente ha denunciato l’illegittimità del licenziamento per giusta causa a causa della mancata applicazione del prudente apprezzamento delle prove.

I giudici supremi hanno chiarito che le testimonianze indirette, definite de relato (cioè apprese da terzi), possiedono un valore probatorio limitato. Queste dichiarazioni non possono prevalere sulle testimonianze dirette senza elementi oggettivi, precisi e concordanti di riscontro. La Corte territoriale ha preferito una voce indiretta senza motivare l’attendibilità superiore rispetto ai testimoni oculari.

Le motivazioni: il peso dell’autorizzazione e i limiti delle prove indirette

La Suprema Corte ha accolto le ragioni del dipendente con motivazioni chiare e decisive. L’autorizzazione rilasciata dal superiore gerarchico assume un rilievo centrale. Questo consenso esclude l’elemento soggettivo dell’infrazione e fa cadere l’accusa di malafede o sottrazione indebita.

La sentenza impugnata ha errato nel considerare irrilevante la presenza del permesso. Se il responsabile autorizza l’operazione, il lavoratore agisce in buona fede. Inoltre, i giudici hanno censurato le presunzioni usate contro il dipendente. L’ipotetico pericolo di furti durante l’allontanamento dalla cassa è rimasto una mera supposizione priva di qualsiasi riscontro materiale.

Le conclusioni: la tutela del dipendente e la corretta valutazione giudiziale

La Cassazione ha annullato la sentenza sfavorevole al cassiere e ha rimesso la causa alla Corte d’Appello in diversa composizione. Il nuovo giudice dovrà riesaminare l’intero quadro delle prove materiali e testimoniali.

Il principio sancito protegge i lavoratori dalle sanzioni disciplinari basate su ricostruzioni indiziarie deboli. La presenza di un’autorizzazione gerarchica impedisce la rottura del vincolo fiduciario. L’azienda perde la causa di legittimità e deve affrontare il nuovo giudizio di rinvio per determinare l’illegittimità definitiva del recesso.

Quale valore ha la testimonianza di chi ha solo sentito raccontare i fatti
La testimonianza indiretta ha un valore probatorio debole e non può prevalere su testimoni diretti senza riscontri precisi e concordanti.

Cosa accade se il dipendente commette un fatto con l’assenso del proprio responsabile
L’autorizzazione del superiore gerarchico elimina la colpa del lavoratore ed esclude la violazione della fiducia contrattuale.

Come deve valutare le prove testimoniali il giudice del lavoro
Il giudice deve applicare il prudente apprezzamento analizzando i fatti percepiti direttamente e motivando ogni scelta logica.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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