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IRAP onorari avvocati: non grava sul dipendente

La Corte di Cassazione ha stabilito che un ente pubblico non può trattenere l’importo dell’IRAP dai compensi professionali dei propri avvocati dipendenti. Con questa ordinanza, si afferma che l’IRAP onorari avvocati è un’imposta a carico esclusivo del datore di lavoro e non può essere traslata sui lavoratori, né direttamente né indirettamente, salvo il superamento di specifici tetti di spesa che l’ente ha l’onere di dimostrare. La sentenza della Corte d’Appello è stata quindi cassata con rinvio.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 31874 Anno 2025
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Pubblicato il 30 dicembre 2025 in Diritto del Lavoro, Diritto Tributario, Giurisprudenza Civile

IRAP Onorari Avvocati: la Cassazione stabilisce che l’imposta è a carico dell’Ente

Con una recente e significativa ordinanza, la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, ha affrontato la questione dell’IRAP onorari avvocati dipendenti di enti pubblici, stabilendo un principio di diritto fondamentale: l’imposta è un onere del datore di lavoro e non può essere scaricata sul lavoratore. La decisione ribalta un orientamento precedente e offre tutele più forti ai professionisti legali impiegati nel settore pubblico, chiarendo i confini tra gli obblighi fiscali dell’ente e il diritto alla retribuzione del dipendente.

I Fatti di Causa

La vicenda trae origine dal ricorso di alcuni avvocati, dipendenti di un importante ente pubblico previdenziale, i quali si erano visti trattenere dai propri compensi professionali una somma corrispondente all’IRAP. L’ente sosteneva la legittimità di tale recupero, motivandolo con la necessità di garantire la copertura della spesa pubblica e l’equilibrio di bilancio. Secondo la tesi dell’ente, le somme destinate ai compensi dei legali dovevano essere accantonate al netto dell’IRAP, considerata un onere gravante sul fondo stesso. Gli avvocati, al contrario, ritenevano la trattenuta illegittima, sostenendo che l’IRAP fosse un’imposta a carico esclusivo del datore di lavoro, non traslabile sui dipendenti.

La Corte d’Appello aveva parzialmente riformato la decisione di primo grado, rigettando la domanda dei legali e avallando la posizione dell’ente. Contro questa sentenza, gli avvocati hanno proposto ricorso in Cassazione.

La Decisione della Corte e il principio sull’IRAP onorari avvocati

La Corte di Cassazione ha accolto integralmente i motivi del ricorso, cassando la sentenza impugnata e rinviando la causa alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione. La Suprema Corte ha enunciato principi di diritto molto chiari, destinati a orientare la futura giurisprudenza in materia.

Il punto centrale della decisione è che i compensi professionali spettanti agli avvocati interni della Pubblica Amministrazione hanno natura retributiva e devono essere corrisposti al netto dei soli oneri riflessi a carico del dipendente, ma non dell’IRAP. Quest’ultima, infatti, grava inderogabilmente sul datore di lavoro, il quale non può addebitarla al dipendente né in via diretta, con una trattenuta, né in via indiretta, riducendo a monte le risorse destinate ai compensi.

Quando è possibile l’accantonamento per l’IRAP?

La Corte specifica l’unica eccezione a questa regola. L’accantonamento dell’imposta sul fondo destinato alla retribuzione accessoria è consentito solo se le risorse complessive stanziate superano i limiti massimi di spesa fissati da norme imperative di legge o da disposizioni della contrattazione collettiva. In altre parole, se il fondo onorari è così cospicuo da violare i tetti di spesa pubblici, l’ente può utilizzare l’eccedenza per pagare l’IRAP. Tuttavia, l’onere di allegare e dimostrare l’esistenza e la vigenza di tali limiti spetta interamente all’ente datore di lavoro.

Le Motivazioni

Le motivazioni della Corte si basano su un’attenta analisi della natura dell’IRAP e del rapporto di lavoro pubblico. L’imposta, per sua natura, colpisce l’attività produttiva dell’ente e non la retribuzione del singolo lavoratore. Trasferire tale onere sul dipendente costituirebbe una violazione delle norme che regolano la determinazione della retribuzione, la quale trova la sua fonte nella legge e nella contrattazione collettiva.

La Corte ha sottolineato che la normativa sulla contabilità pubblica e sulla formazione dei bilanci non può prevalere sul diritto soggettivo del lavoratore a percepire la retribuzione pattuita. Eventuali violazioni delle norme contabili possono dar luogo a responsabilità dirigenziali o amministrative, ma non possono legittimare una decurtazione dello stipendio del dipendente. L’azione dell’avvocato per ottenere il pagamento dei propri compensi è un’azione di adempimento contrattuale: al lavoratore basta provare la fonte del suo diritto (legge o contratto), mentre spetta al datore di lavoro dimostrare di aver adempiuto correttamente o l’esistenza di un fatto estintivo della pretesa, come il superamento dei tetti di spesa.

Le Conclusioni

In conclusione, questa ordinanza della Cassazione rafforza la posizione degli avvocati dipendenti pubblici, stabilendo che il loro diritto al compenso professionale non può essere ridotto per coprire un’imposta, l’IRAP, che la legge pone a carico esclusivo dell’ente. La decisione chiarisce che le esigenze di bilancio della Pubblica Amministrazione devono essere soddisfatte nel rispetto dei diritti retributivi dei lavoratori, i quali non possono essere sacrificati per far fronte a oneri fiscali propri del datore di lavoro. Per gli enti pubblici, ciò significa che l’IRAP relativa agli onorari dei legali interni deve essere coperta con risorse proprie e non prelevata dal fondo destinato ai compensi, a meno di poter provare rigorosamente il superamento di specifici e inderogabili limiti di spesa.

L’ente pubblico può trattenere l’IRAP dagli onorari dei propri avvocati dipendenti?
No, la Corte di Cassazione ha stabilito che l’IRAP è un’imposta a carico esclusivo del datore di lavoro e non può gravare, né direttamente tramite una ritenuta, né indirettamente tramite una riduzione del fondo onorari, sul dipendente.

In quali circostanze un ente può utilizzare il fondo onorari per pagare l’IRAP?
L’ente può utilizzare le risorse presenti nel fondo destinato agli onorari per pagare l’IRAP solo per la parte in cui tali risorse superino i limiti massimi di retribuzione fissati da norme imperative, contratti collettivi o regolamenti interni. L’esistenza di tali limiti deve essere provata dall’ente stesso.

A chi spetta l’onere di provare l’esistenza di limiti di spesa che giustifichino la trattenuta?
L’onere di allegare e dimostrare la concreta vigenza di limiti di spesa inderogabili che giustifichino l’utilizzo del fondo onorari per coprire l’IRAP spetta all’ente pubblico datore di lavoro. In assenza di tale prova, la trattenuta è illegittima.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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