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Indennità in Ospedale: spetta anche a chi non cura i pazienti

La Corte di Cassazione ha chiarito che l’indennità perequativa per il personale non medico universitario spetta per il solo fatto di prestare servizio presso cliniche o istituti convenzionati con gli ospedali. Alcuni dipendenti universitari con mansioni tecniche e amministrative si erano visti negare tale indennità perché il loro lavoro non era considerato di ‘assistenza diretta’ ai pazienti. La Suprema Corte ha ribaltato questa visione, stabilendo che il diritto non dipende dalla natura delle mansioni (sanitarie, tecniche o amministrative), ma unicamente dal luogo di lavoro. L’obiettivo della legge è infatti garantire parità di trattamento economico tra il personale universitario e quello ospedaliero che opera nelle medesime strutture. Di conseguenza, la richiesta dei lavoratori è stata accolta.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 16858 Anno 2023
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Pubblicato il 3 giugno 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

L’indennità in ospedale: un diritto anche per chi non fa il medico

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale riguardo all’indennità perequativa personale non medico universitario. La Corte ha chiarito che questo speciale compenso spetta a tutto il personale che lavora in strutture sanitarie convenzionate, a prescindere dal fatto che le sue mansioni siano di tipo tecnico, amministrativo o direttamente legate alla cura dei pazienti. Questa decisione apre nuove prospettive per molti lavoratori del settore, il cui diritto era stato messo in discussione.

Il caso: dipendenti universitari in clinica ospedaliera

La vicenda nasce dalla richiesta di tre dipendenti di un’Università italiana. Questi lavoratori, pur essendo assunti dall’ateneo, svolgevano le loro mansioni presso dipartimenti universitari di ricovero e cura convenzionati con l’azienda ospedaliera locale. Nello specifico, si occupavano di attività tecniche e amministrative a supporto dei reparti. Sulla base di specifiche leggi, essi chiedevano il riconoscimento di un’indennità volta a equiparare il loro stipendio a quello del personale non medico dipendente direttamente dall’ospedale, a parità di ruolo e anzianità.

Il rifiuto dell’Università e le prime sentenze

L’Università si era opposta alla richiesta. Secondo l’ateneo, l’indennità spettava solo se le mansioni svolte avessero un contenuto ‘assistenziale’, cioè un legame diretto e imprescindibile con l’attività medica e la cura dei pazienti. I tribunali di primo e secondo grado avevano dato ragione all’Università. Avevano infatti ritenuto che i lavoratori non avessero provato la natura assistenziale del loro lavoro, respingendo di conseguenza le loro domande. La questione è quindi arrivata all’esame della Corte di Cassazione.

Il diritto all’indennità perequativa personale non medico secondo la legge

La normativa di riferimento, in particolare la Legge n. 200 del 1974 e il d.P.R. n. 761 del 1979, ha lo scopo di ‘perequare’, cioè di rendere uguale, il trattamento economico. L’obiettivo del legislatore era evitare disparità tra chi, lavorando fianco a fianco nelle stesse strutture ospedaliere, percepiva stipendi diversi solo perché dipendente da enti differenti (Università o Servizio Sanitario Nazionale). La legge parla chiaramente di ‘personale che presta servizio’ presso le cliniche, senza specificare la natura delle mansioni.

Le motivazioni della Cassazione: conta il luogo, non la mansione

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei lavoratori, ribaltando completamente le decisioni precedenti. I giudici hanno spiegato che l’interpretazione dei tribunali era errata. Il presupposto per ottenere l’indennità perequativa personale non medico non è la natura ‘assistenziale’ del lavoro, ma semplicemente il fatto di ‘prestare servizio’ presso le strutture sanitarie indicate dalla legge. L’indennità non è un compenso per un lavoro di cura più gravoso, ma uno strumento per garantire equità. Qualsiasi attività, anche tecnica o amministrativa, svolta all’interno di una clinica universitaria è funzionale all’attività medica complessiva e, pertanto, il personale che la svolge deve essere equiparato economicamente a quello ospedaliero.

Le conclusioni: una vittoria per il principio di parità

In conclusione, la Corte ha cassato la sentenza d’appello e ha rinviato il caso a un nuovo giudice, che dovrà decidere applicando questo principio. La vittoria dei lavoratori è netta: l’unico requisito da verificare è se il dipendente universitario lavori effettivamente presso la struttura sanitaria convenzionata. Una volta accertato questo, l’indennità deve essere riconosciuta. Questa sentenza rappresenta un importante precedente che tutela il principio di parità di trattamento e riconosce il valore di tutte le professionalità che contribuiscono al funzionamento del sistema sanitario, anche quelle che operano ‘dietro le quinte’.

A chi spetta l’indennità perequativa per il personale universitario non medico?
Spetta a tutto il personale non medico dipendente dall’Università che presta servizio presso cliniche o istituti universitari di ricovero e cura convenzionati con gli enti ospedalieri, indipendentemente dalle specifiche mansioni svolte.

Devo dimostrare di svolgere attività di assistenza ai pazienti per avere l’indennità?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che non è necessario dimostrare la natura assistenziale delle proprie mansioni. È sufficiente provare di lavorare stabilmente presso la struttura sanitaria convenzionata.

Cosa posso fare se l’Università mi nega questa indennità?
È possibile agire in giudizio per chiederne il riconoscimento e il pagamento. Una sentenza come quella analizzata costituisce un precedente legale molto forte a sostegno delle ragioni del lavoratore.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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