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Indennità di mobilità: il ritardo del datore costa caro

L’ente previdenziale ha richiesto a un lavoratore la restituzione delle somme ricevute come indennità di mobilità. Il lavoratore non aveva comunicato l’inizio di un’attività lavorativa temporanea entro i cinque giorni previsti dalla legge. La Corte d’Appello aveva annullato la richiesta dell’ente, ritenendo che il ritardo fosse dovuto a problemi informatici del datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell’ente previdenziale. I giudici hanno stabilito che l’obbligo di comunicazione grava esclusivamente sul lavoratore e che la comunicazione del datore di lavoro non è equipollente. La sentenza è stata cassata con rinvio.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 5990 Anno 2022
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Pubblicato il 10 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

L’obbligo di comunicazione per l’indennità di mobilità

La gestione dei sussidi pubblici richiede il rispetto rigoroso di scadenze e procedure. Tra questi benefici, l’indennità di mobilità (un sostegno economico per i lavoratori licenziati) prevede regole molto severe per evitare la perdita del diritto. Molti beneficiari ignorano che lo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa temporanea deve essere comunicato tempestivamente all’ente previdenziale. La legge stabilisce un termine perentorio (un limite di tempo invalicabile) di cinque giorni dall’inizio del nuovo impiego. La mancata comunicazione personale determina la decadenza (la perdita definitiva) del beneficio economico. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione fa chiarezza su questo delicato adempimento.

Il caso del lavoratore e il ritardo del datore di lavoro

La vicenda nasce dal ricorso dell’ente previdenziale contro un lavoratore. L’uomo aveva percepito il sostegno economico ma, nel frattempo, aveva svolto un’attività lavorativa temporanea di pochi giorni presso un istituto scolastico. Il lavoratore non aveva provveduto a inviare la comunicazione personale all’ente previdenziale entro i cinque giorni dall’assunzione. Successivamente, l’ente previdenziale aveva richiesto la restituzione delle somme versate a titolo di sostegno. I giudici di secondo grado avevano inizialmente accolto le ragioni del lavoratore. Secondo i giudici territoriali, il ritardo nella comunicazione era dipeso esclusivamente da problemi informatici del sistema del datore di lavoro. Per questo motivo, i giudici di merito avevano escluso la colpa del lavoratore e annullato la richiesta di restituzione delle somme.

Perché la comunicazione del datore di lavoro non basta

L’ente previdenziale ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. La questione centrale riguarda la natura dell’obbligo di comunicazione. La legge impone questo dovere direttamente e unicamente sul beneficiario del sussidio. Molti lavoratori ritengono erroneamente che la comunicazione obbligatoria inviata dal datore di lavoro all’ente previdenziale possa sostituire quella personale. I giudici di legittimità (i giudici della Cassazione che verificano la corretta applicazione della legge) hanno smentito questa interpretazione. La comunicazione del datore di lavoro ha finalità diverse, come la regolarizzazione contributiva e assicurativa. Essa non può essere considerata equipollente (equivalente con gli stessi effetti giuridici) alla dichiarazione che il lavoratore deve presentare personalmente.

Le motivazioni della Cassazione sull’indennità di mobilità

I giudici della Suprema Corte hanno accolto il ricorso dell’ente previdenziale con motivazioni molto precise. L’art. 9 della legge numero 223 del 1991 pone l’onere di comunicazione esclusivamente a carico del lavoratore. Questo onere serve a consentire all’ente previdenziale di verificare immediatamente la compatibilità tra la nuova attività e il mantenimento del sussidio. L’indennità di mobilità non può essere erogata se il beneficiario trova una nuova occupazione, anche se temporanea. La legge non ammette scuse o equipollenze. Il fatto che il datore di lavoro abbia avuto problemi informatici non esonera il lavoratore dal suo dovere personale. Il lavoratore deve attivarsi autonomamente per rispettare il termine di cinque giorni, indipendentemente dalle azioni o dalle difficoltà tecniche del proprio datore di lavoro.

Le conclusioni sul caso specifico

La Corte di Cassazione ha cassato (annullato) la sentenza della Corte d’Appello favorevole al lavoratore. I giudici hanno rinviato la causa alla Corte d’Appello in diversa composizione per un nuovo giudizio. Il nuovo giudice dovrà applicare il principio di diritto stabilito dalla Cassazione. Il lavoratore rischia ora di dover restituire tutte le somme indebitamente percepite a causa della mancata comunicazione tempestiva. Questa decisione lancia un messaggio chiaro a tutti i beneficiari di ammortizzatori sociali. Gli obblighi informativi verso lo Stato sono personali e non delegabili. La negligenza o l’affidamento sulle comunicazioni altrui comporta la perdita irreparabile dei diritti economici.

Chi deve comunicare all’INPS l’inizio di un lavoro temporaneo durante la mobilità?
L’obbligo di comunicazione spetta esclusivamente al lavoratore beneficiario del sussidio entro cinque giorni dall’assunzione.

La comunicazione del datore di lavoro sostituisce quella del lavoratore?
No, la comunicazione del datore di lavoro ha finalità diverse e non sostituisce l’obbligo personale del lavoratore.

Cosa succede se non si comunica il nuovo lavoro entro cinque giorni?
Il lavoratore decade definitivamente dal diritto all’indennità di mobilità e deve restituire le somme ricevute.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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