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Fallimento società in liquidazione: l’inattività non salva dai debiti

Una società creditrice chiede il fallimento di un’altra società, sua debitrice. Quest’ultima si oppone, sostenendo di non poter fallire perché inattiva e in liquidazione da anni. La Corte di Cassazione ha stabilito che il fallimento di una società in liquidazione è legittimo. Lo stato di insolvenza, in questo caso, non si valuta sulla capacità di stare sul mercato, ma sulla semplice insufficienza del patrimonio a pagare tutti i debiti. L’inattività dell’azienda è irrilevante. La società debitrice, non avendo provato di rientrare nei limiti di legge per evitare il fallimento, perde la causa.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 1 Num. 5047 Anno 2023
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Una società in liquidazione può ancora fallire?

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce un punto fondamentale del diritto commerciale: anche un’azienda che ha cessato la propria attività e si trova in fase di chiusura può essere dichiarata fallita. La sentenza analizza il caso del fallimento di una società in liquidazione, dimostrando come lo stato di inattività non sia uno scudo contro le richieste dei creditori rimasti insoddisfatti. Questa decisione sottolinea che l’obiettivo della procedura fallimentare è garantire un’equa ripartizione delle risorse residue tra i creditori, un’esigenza che non svanisce con la fine dell’operatività aziendale.

La vicenda: un debito porta al fallimento

I fatti iniziano quando una Società Creditrice presenta un’istanza di fallimento contro una Società in Liquidazione, sua debitrice per una somma considerevole. La Società debitrice si trovava in liquidazione volontaria da quasi tre anni. Aveva già depositato il bilancio finale di liquidazione presso il Registro delle Imprese, ma non era stata ancora formalmente cancellata. Nonostante la cessata attività, il suo passivo ammontava a circa 388.000 euro, a fronte di un attivo composto principalmente da crediti di difficile esigibilità per circa 209.000 euro. La differenza tra debiti e patrimonio disponibile era quindi evidente.

La difesa: ‘Siamo inattivi, non possiamo fallire’

La Società in Liquidazione ha costruito la sua difesa su un’idea precisa: essendo inattiva da tempo, il suo stato di insolvenza non era ‘attuale’. Secondo la sua tesi, il fallimento è una procedura pensata per le aziende attive sul mercato, per proteggere l’economia e la continuità aziendale. Poiché la società non aveva più alcuna prospettiva di operare, la procedura fallimentare sarebbe stata, a suo dire, inutile e priva della sua funzione principale. In sostanza, sosteneva che non c’era più un ‘organismo vitale’ da tutelare o risanare, ma solo un patrimonio da dividere, compito che spettava alla liquidazione volontaria e non a un curatore fallimentare.

Il fallimento di una società in liquidazione e i requisiti di legge

La Corte di Cassazione ha smontato completamente questa linea difensiva, richiamando i principi della Legge Fallimentare. La legge prevede che un’impresa commerciale possa evitare il fallimento solo se dimostra di essere al di sotto di determinate soglie patrimoniali e di ricavi nei tre esercizi precedenti l’istanza di fallimento. L’onere della prova spetta all’imprenditore. Nel caso specifico, il bilancio della Società in Liquidazione, depositato prima della chiusura, mostrava il superamento di questi limiti. La società non è riuscita a fornire la prova contraria, rendendo così inevitabile la sua assoggettabilità alla procedura fallimentare.

Le motivazioni: l’insolvenza cambia volto in liquidazione

Il punto cruciale della decisione riguarda la definizione di insolvenza per una società che non è più operativa. La Corte ha chiarito che, quando un’azienda è in liquidazione, il suo obiettivo non è più rimanere sul mercato o ottenere credito. L’unico scopo è realizzare l’attivo per pagare i debiti. Di conseguenza, lo stato di insolvenza si accerta con un semplice calcolo matematico: il patrimonio sociale è sufficiente a soddisfare integralmente tutti i creditori? Se la risposta è no, la società è insolvente. Il fatto che sia inattiva è del tutto irrilevante. La legge stessa consente di dichiarare il fallimento di un’impresa entro un anno dalla sua cancellazione dal Registro delle Imprese, a riprova che la cessazione dell’attività non estingue i debiti né la possibilità di fallire.

Le conclusioni: il creditore vince, la società fallisce

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Società in Liquidazione, confermando la sentenza di fallimento. Il principio sancito è chiaro: il fallimento di una società in liquidazione è uno strumento valido per tutelare i creditori. L’incapacità di pagare i debiti con le risorse disponibili è una condizione sufficiente per avviare la procedura, indipendentemente dal fatto che l’azienda abbia cessato la sua produzione o i suoi scambi commerciali. La Società Creditrice ha quindi vinto la causa e potrà ora partecipare alla ripartizione dell’attivo nell’ambito della procedura fallimentare. La società ricorrente è stata anche condannata a rimborsare le spese legali.

Una società che ha chiuso l’attività può fallire?
Sì, una società può essere dichiarata fallita anche se ha cessato l’attività. Può fallire persino entro un anno dalla sua cancellazione ufficiale dal Registro delle Imprese.

Come si valuta l’insolvenza di una società in liquidazione?
Per una società in liquidazione, l’insolvenza non si valuta sulla capacità di ottenere credito, ma su un dato oggettivo: l’incapacità del suo patrimonio di soddisfare integralmente tutti i creditori.

Chi deve provare di non essere fallibile?
È l’imprenditore o la società che deve dimostrare di possedere i requisiti dimensionali (limiti di attivo e ricavi) previsti dalla legge per essere esonerato dalla procedura di fallimento.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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