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Esclusione da concorso per tatuaggio: le calze non sono uniforme

Una candidata a un concorso per commissario di Polizia viene esclusa per un residuo di tatuaggio sul piede, ritenuto visibile con l’uniforme. La candidata sosteneva che le calze della divisa femminile lo avrebbero coperto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il suo ricorso inammissibile, stabilendo un principio importante: la valutazione su cosa costituisce ‘uniforme’ (in questo caso, escludendo le calze) e sulla visibilità del tatuaggio rientra nel potere del giudice amministrativo e non può essere contestata in Cassazione come eccesso di potere. L’esclusione da concorso per tatuaggio è quindi confermata.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. U Num. 8676 Anno 2023
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Pubblicato il 1 maggio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Tatuaggi e concorsi: quando un dettaglio può costare la carriera

L’aspirazione a entrare nelle Forze dell’Ordine si scontra spesso con regole molto rigide sui requisiti fisici dei candidati. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha affrontato un caso emblematico di esclusione da concorso per tatuaggio, fornendo chiarimenti cruciali su cosa si intende per ‘parte del corpo non coperta dall’uniforme’. La vicenda riguarda una candidata al concorso per commissari della Polizia di Stato, giudicata non idonea a causa della presenza di un residuo cicatriziale di un tatuaggio sul piede.

Secondo la commissione medica, quel segno, seppur in fase di rimozione, si trovava in una zona che l’uniforme non avrebbe coperto. La candidata, però, ha contestato questa decisione, sostenendo che l’uniforme femminile, in alcune sue varianti, prevede l’uso di gonna e calze, le quali avrebbero reso il segno invisibile. Inizia così un percorso legale per far valere le proprie ragioni.

La questione: le calze fanno parte dell’uniforme?

Il cuore del problema legale ruotava attorno a una domanda apparentemente semplice: le calze da donna possono essere considerate parte integrante dell’uniforme al punto da ‘coprire’ un tatuaggio? Per la candidata, la risposta era affermativa. Per l’Amministrazione, invece, il concetto di ‘uniforme’ si riferiva a capi di abbigliamento principali come pantaloni e giacche, non ad accessori come le calze.

Il Consiglio di Stato, ultimo grado della giustizia amministrativa, aveva dato ragione all’Amministrazione. Secondo i giudici, la normativa sui requisiti fisici mira a escludere tatuaggi visibili per preservare il decoro della funzione. In quest’ottica, le calze non offrono una copertura assimilabile a quella di un pantalone. Di conseguenza, il tatuaggio sul piede era da considerarsi in una ‘zona non coperta’, giustificando l’esclusione.

Il ricorso in Cassazione e l’eccesso di potere

Insoddisfatta della decisione, la candidata ha portato il caso davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Non ha chiesto di riesaminare i fatti, ma ha accusato il Consiglio di Stato di ‘eccesso di potere giurisdizionale’. In parole semplici, ha sostenuto che i giudici amministrativi si fossero sostituiti all’Amministrazione, creando una nuova regola non scritta su cosa sia o non sia parte dell’uniforme.

Questo è un punto tecnico ma fondamentale. La Cassazione può intervenire sulle decisioni del Consiglio di Stato solo se quest’ultimo ha ‘sconfinato’, invadendo competenze non sue. Se invece ha semplicemente interpretato la legge (magari in modo ritenuto errato dalla parte), la sua decisione è definitiva.

Le motivazioni della Cassazione: nessuna invasione di campo

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiudendo definitivamente la questione. I giudici supremi hanno spiegato che il Consiglio di Stato non ha affatto ‘sconfinato’. Al contrario, ha svolto il suo compito: interpretare le norme esistenti. Decidere se le calze rientrino nel concetto di ‘uniforme’ ai fini della copertura di un tatuaggio è un’attività di interpretazione giuridica, che rappresenta il cuore della funzione del giudice.

La Cassazione ha chiarito che non può sindacare questa interpretazione. Anche se un’altra soluzione fosse stata possibile, quella scelta dal Consiglio di Stato rientra pienamente nelle sue prerogative. Non si è trattato di un ‘abbaglio dei sensi’ (errore di fatto), ma di una valutazione di merito (errore di giudizio), che non può essere riesaminata in sede di legittimità. La decisione sull’esclusione da concorso per tatuaggio è quindi diventata definitiva.

Le conclusioni: cosa significa questa sentenza

Questa ordinanza stabilisce un principio molto chiaro per chi aspira a partecipare a concorsi pubblici, specialmente nelle Forze Armate e di Polizia. La valutazione della visibilità di un tatuaggio e di cosa lo copra efficacemente è rimessa all’interpretazione dell’Amministrazione e, in caso di contenzioso, del giudice amministrativo. La nozione di ‘uniforme’ viene interpretata in modo restrittivo, facendo riferimento ai capi principali e non agli accessori. Chi ha tatuaggi in zone ‘limite’ come piedi, caviglie, polsi o collo deve essere consapevole che il rischio di esclusione da concorso per tatuaggio è concreto e che le possibilità di contestare con successo la decisione sono limitate se basate sull’interpretazione di cosa li possa coprire.

Un tatuaggio può essere motivo di esclusione da un concorso in Polizia?
Sì, se il tatuaggio si trova in una parte del corpo che l’uniforme non copre, secondo le normative specifiche del bando, può determinare l’inidoneità del candidato.

Le calze della divisa femminile sono considerate sufficienti a coprire un tatuaggio?
Secondo questa sentenza, no. I giudici hanno stabilito che il concetto di ‘uniforme’ per la copertura dei tatuaggi si riferisce a capi di abbigliamento principali, come pantaloni o giacche, e non ad accessori come le calze.

Cosa succede se rimuovo un tatuaggio ma rimane una cicatrice?
Se il residuo cicatriziale o l’esito della rimozione è ancora visibile e si trova in una zona non coperta dall’uniforme, la commissione medica potrebbe comunque giudicare il candidato non idoneo, come avvenuto nel caso analizzato.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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