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Dorme in servizio: non multa ma licenziamento per giusta causa

Un addetto alla manutenzione autostradale viene licenziato per essere rimasto a dormire nel veicolo di servizio per quasi quattro ore, omettendo il pattugliamento. Il lavoratore si difende sostenendo che il semplice ‘addormentamento’ è punito dal contratto collettivo con una sanzione più lieve. La Corte di Cassazione, però, conferma il licenziamento per giusta causa. I giudici stabiliscono che la condotta non è un semplice colpo di sonno, ma un comportamento complesso e volontario che include l’abbandono del servizio, l’omessa comunicazione e la mancata compilazione dei report. Questo insieme di violazioni ha irrimediabilmente compromesso il rapporto di fiducia, giustificando la massima sanzione.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 6780 Anno 2023
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Pubblicato il 28 aprile 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Dormire in servizio: non sempre è solo un colpo di sonno

Un recente caso giudiziario ha chiarito i confini del licenziamento per giusta causa quando un dipendente viene trovato a dormire durante l’orario di lavoro. La vicenda riguarda un addetto alla viabilità e manutenzione di una società autostradale, licenziato dopo una grave mancanza. Il lavoratore, durante un turno notturno, era rimasto fermo con il veicolo di servizio per quasi quattro ore in un’area di sosta. In questo lasso di tempo, non aveva effettuato il pattugliamento previsto, aveva omesso di avvisare la centrale operativa della sua inattività ed era stato trovato a dormire all’interno del mezzo. A fine turno, inoltre, non aveva compilato il rapporto di percorrenza.

L’Azienda ha ritenuto questi comportamenti una violazione gravissima degli obblighi contrattuali, tale da ledere irrimediabilmente il rapporto di fiducia, e ha quindi proceduto con il licenziamento in tronco.

La difesa del lavoratore: una semplice sanzione conservativa

Il Lavoratore ha impugnato il licenziamento. La sua linea difensiva si basava su un punto specifico del codice disciplinare aziendale. Tale codice prevedeva, per il dipendente ‘trovato addormentato in servizio’, una sanzione conservativa, cioè una multa, e non il licenziamento. Secondo il dipendente, quindi, l’Azienda avrebbe dovuto applicare la sanzione più lieve prevista dal contratto, poiché il suo comportamento rientrava in quella specifica casistica. La sua tesi mirava a derubricare l’accaduto a un semplice e momentaneo colpo di sonno, un’infrazione meno grave.

Questa argomentazione, però, non ha convinto i giudici, né in primo grado né in appello, i quali hanno confermato la legittimità del licenziamento. La questione è quindi arrivata all’esame della Corte di Cassazione.

La valutazione della condotta complessiva del dipendente

Il punto centrale della decisione non è stato stabilire se il lavoratore stesse dormendo, fatto pacifico, ma qualificare la gravità del suo comportamento nel suo complesso. I giudici hanno sottolineato che non si trattava di un ‘semplice addormentamento’. La condotta del dipendente era molto più articolata e grave. Egli non solo aveva dormito, ma aveva volontariamente interrotto il servizio di pattugliamento per un tempo prolungato, aveva scelto un luogo appartato per non essere visto, aveva omesso di comunicare la sua inattività e non aveva compilato la documentazione di servizio. Si è trattato, quindi, di un insieme di azioni e omissioni che, sommate, disegnavano un quadro di totale inadempienza e mancanza di lealtà.

Le motivazioni: perché è legittimo il licenziamento per giusta causa

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Lavoratore, confermando la validità del licenziamento per giusta causa. I giudici hanno spiegato che la previsione del codice disciplinare, che punisce con la multa chi viene ‘trovato addormentato’, si riferisce a una condotta transitoria e isolata. Il caso in esame era ben diverso. Il comportamento del dipendente è stato descritto come un’azione volontaria e articolata, finalizzata a celare un grave inadempimento. La scelta del luogo, l’omessa comunicazione e la lunga durata dell’inattività dimostravano l’intenzione di sottrarsi ai propri doveri. Questa condotta, nel suo insieme, costituisce una grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e, soprattutto, una rottura insanabile dell’elemento fiduciario. L’Azienda non poteva più fare affidamento su un dipendente che abbandonava il suo posto di lavoro in modo così palese.

Le conclusioni: il contesto determina la gravità del fatto

La sentenza stabilisce un principio importante: per valutare la legittimità di un licenziamento per giusta causa, non basta guardare al singolo gesto, ma bisogna analizzare l’intero contesto. Dormire per pochi minuti a causa di un colpo di sonno è diverso da organizzarsi per interrompere il servizio per ore. La Corte ha concluso che l’insieme delle violazioni commesse dal Lavoratore era talmente grave da giustificare la massima sanzione espulsiva, superando la previsione più mite del codice disciplinare, pensata per situazioni di minore gravità. Il Lavoratore ha quindi perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese legali.

Qual è la differenza tra ‘addormentarsi’ e la condotta che ha causato il licenziamento?
La differenza sta nella complessità e volontarietà. Un colpo di sonno è un episodio momentaneo e involontario. In questo caso, il lavoratore ha interrotto il servizio per ore, si è nascosto, non ha avvisato e non ha compilato i report: un comportamento articolato che va oltre il semplice addormentamento.

Il datore di lavoro può applicare una sanzione diversa da quella prevista dal codice disciplinare?
Il giudice può ritenere legittima una sanzione più grave se la condotta del lavoratore, pur riconducibile in astratto a una previsione del codice, è nei fatti molto più grave per modalità, durata e conseguenze, tanto da rompere il legame di fiducia.

Cosa significa che si è rotto il ‘rapporto di fiducia’?
Significa che il comportamento del lavoratore è stato così grave da far ritenere al datore di lavoro di non potersi più fidare di lui per l’esecuzione futura della prestazione lavorativa. È il presupposto fondamentale per il licenziamento per giusta causa.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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