Diritto di regresso: la validità degli accordi verbali tra familiari
Il diritto di regresso è un pilastro delle obbligazioni in solido, ma cosa succede quando tra familiari interviene un accordo privato che ne modifica l’applicazione? Una recente ordinanza della Corte di Cassazione fa chiarezza sulla stabilità degli accertamenti compiuti nei gradi di merito e sui limiti del ricorso di legittimità.
I fatti di causa
La vicenda trae origine da una disputa pluridecennale legata a confini immobiliari e opere edilizie illegittime tra vicini di casa. A seguito di una sentenza del 1985 rimasta inattuata, alcuni familiari si sono ritrovati coinvolti in una procedura di esecuzione forzata per l’adempimento di obblighi di fare.
Una delle figlie, divenuta proprietaria esclusiva di parte degli immobili a seguito di una donazione dei genitori, aveva sostenuto l’intero costo delle operazioni peritali e dei lavori di ripristino. Successivamente, ha agito contro le sorelle per ottenere, tramite diritto di regresso, il rimborso delle quote di loro spettanza. Tuttavia, le sorelle resistevano sostenendo che esistesse un accordo verbale, risalente al momento della donazione e delle prime fasi del giudizio, secondo cui la proprietaria principale si sarebbe fatta carico di ogni spesa in cambio della loro mancata costituzione in giudizio per ridurre i costi legali complessivi.
La decisione della Corte di Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile sotto diversi profili. In primo luogo, la ricorrente non ha rispettato il principio di autosufficienza, omettendo di trascrivere o indicare specificamente nel ricorso il contenuto dei documenti fondamentali, come l’atto di donazione, su cui basava le sue lamentele.
In secondo luogo, gli Ermellini hanno sottolineato che la contestazione sull’attendibilità dei testimoni e sulla ricostruzione dei fatti costituisce una richiesta di “terzo grado di merito”. La Cassazione non può riesaminare le prove o decidere se un testimone sia più o meno credibile, a meno che non vi sia un vizio logico macroscopico nella motivazione del giudice d’appello.
Le motivazioni
Le motivazioni del provvedimento si concentrano sull’interpretazione degli accordi tra le parti e sulle prove testimoniali. Il Tribunale aveva correttamente ritenuto che l’accordo tra le sorelle non fosse un patto aggiuntivo all’atto di donazione (che richiederebbe prova scritta), ma un contratto autonomo e distinto, volto a regolare i rapporti interni tra co-obbligati.
La Corte ha inoltre precisato che la testimonianza definita “de relato actoris” (ovvero quando il teste riporta quanto riferito dalla parte) ha un valore probatorio attenuato ma può comunque concorrere a formare il convincimento del giudice se inserita in un quadro di indizi gravi, precisi e concordanti. Poiché il giudice di merito aveva motivato logicamente la sua decisione basandosi su plurimi riscontri, tale valutazione rimane insindacabile in sede di legittimità.
Le conclusioni
In conclusione, la sentenza ribadisce che il diritto di regresso può essere legittimamente derogato da accordi privati tra i debitori, anche se formulati oralmente, purché tali accordi siano provati nel corso del giudizio di merito. Per chi intende ricorrere in Cassazione, emerge con forza la necessità di seguire rigorosamente le regole procedurali di specificità, evitando di sollecitare la Corte verso una nuova valutazione dei fatti che esula dalle sue funzioni istituzionali. La soccombenza comporta, come in questo caso, la condanna al pagamento delle spese legali e del doppio contributo unificato.
Si può rinunciare al diritto di regresso tramite un accordo verbale?
Sì, la giurisprudenza riconosce meritevole di tutela l’accordo con cui uno dei debitori solidali rinuncia al diritto di regresso verso gli altri, e tale pattuizione può essere provata anche tramite testimonianze se non riguarda direttamente il contenuto di un atto scritto.
Cosa si intende per autosufficienza del ricorso in Cassazione?
Si tratta dell’obbligo di riprodurre o descrivere dettagliatamente nel ricorso i documenti e gli atti processuali necessari alla decisione, senza costringere la Corte a cercarli autonomamente nei fascicoli dei gradi precedenti.
La Cassazione può riesaminare l’attendibilità di un testimone?
No, la valutazione sulla credibilità dei testimoni e sulla forza probatoria delle loro dichiarazioni è riservata al giudice di merito e non può essere contestata davanti alla Suprema Corte.