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Diritto ai buoni pasto: l’azienda accusa di furto ma perde

La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di una lavoratrice a ricevere oltre 17.000 euro per TFR, ferie non godute e il controvalore dei buoni pasto. L’azienda datrice di lavoro sosteneva che la dipendente avesse sottratto denaro dalla cassa e chiedeva di compensare tale danno con i crediti di lavoro. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’azienda. I giudici hanno chiarito che spetta al datore di lavoro dimostrare di aver adempiuto all’obbligo di fornire la mensa o i ticket. Inoltre, le accuse di furto sono state respinte perché l’azienda gestiva una contabilità parallela in contanti e teneva il denaro in un luogo non custodito, senza alcuna prova di colpa della dipendente. Il diritto ai buoni pasto è stato così pienamente tutelato.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 6 Num. 11041 Anno 2022
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Pubblicato il 20 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il diritto ai buoni pasto e la tutela del lavoratore

Il diritto ai buoni pasto rappresenta un elemento fondamentale del trattamento economico del lavoratore subordinato. Troppo spesso, però, le aziende omettono di erogare questo beneficio o pretendono di compensare i debiti di lavoro con presunti danni causati dal dipendente. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione fa chiarezza su questo tema e stabilisce regole rigide sull’onere della prova (l’obbligo di dimostrare i fatti in tribunale). La Suprema Corte ha respinto il ricorso di un’azienda che si opponeva al pagamento delle spettanze di una ex dipendente.

La vicenda: accuse di furto e contabilità parallela

Una lavoratrice, inquadrata come impiegata amministrativa, ha chiesto e ottenuto un decreto ingiuntivo contro la sua ex azienda. La donna pretendeva il pagamento del Trattamento di Fine Rapporto (TFR), dell’indennità per le ferie non godute e del controvalore dei buoni pasto non consegnati. La somma complessiva superava i 17.000 euro. L’azienda si è opposta con forza a questa richiesta. I soci hanno accusato la lavoratrice di aver sottratto denaro dalla cassa aziendale sfruttando le sue mansioni contabili. L’azienda chiedeva quindi di azzerare il debito verso la dipendente attraverso una compensazione atecnica (il calcolo dei debiti e crediti reciproci). Tuttavia, i giudici di merito hanno scoperto che l’azienda gestiva una contabilità parallela in nero. Il denaro contante veniva conservato in un luogo non protetto e accessibile a chiunque. Di conseguenza, non vi era alcuna prova che la lavoratrice avesse rubato quelle somme.

Chi deve dimostrare l’adempimento sul diritto ai buoni pasto?

Il fulcro della decisione riguarda la distribuzione delle prove nel processo civile. L’azienda sosteneva che spettasse alla lavoratrice dimostrare di non aver ricevuto i ticket o di non aver usufruito del servizio mensa. La Cassazione ha smentito questa tesi. Quando un dipendente rivendica il diritto ai buoni pasto previsto dal contratto collettivo, il datore di lavoro deve dimostrare di aver adempiuto al proprio obbligo. L’azienda deve quindi esibire le ricevute di consegna dei ticket o provare di aver messo a disposizione un servizio mensa funzionante. Se il datore di lavoro non fornisce questa prova scritta, il giudice deve condannarlo al pagamento del controvalore in denaro. Nel caso specifico, l’azienda non ha presentato alcun documento utile a dimostrare la consegna dei buoni pasto per la quasi totalità del rapporto di lavoro.

Le motivazioni: perché il ricorso dell’azienda è stato respinto

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso dell’azienda del tutto inammissibile per diverse ragioni chiave. In primo luogo, i giudici hanno confermato che l’onere della prova grava interamente sul datore di lavoro per quanto riguarda l’adempimento dei contratti integrativi. In secondo luogo, la Suprema Corte ha ritenuto corretta la decisione di non nominare un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU). L’azienda voleva usare la perizia tecnica per cercare prove dei presunti furti della dipendente. I giudici hanno chiarito che la consulenza tecnica non può avere una finalità esplorativa (cercare prove che la parte non ha saputo fornire). Infine, l’analisi dei conti correnti della lavoratrice non ha mostrato alcun flusso di denaro sospetto o incompatibile con il suo stipendio. La gestione disordinata della cassa contante era una scelta esclusiva del datore di lavoro, che non poteva quindi scaricare le proprie colpe sulla dipendente.

Le conclusions: la vittoria della lavoratrice e le spese di lite

La decisione della Cassazione mette un punto fermo su questa complessa vicenda e sancisce la piena vittoria della lavoratrice. L’azienda non solo dovrà pagare l’intera somma di 17.645,83 euro per i crediti di lavoro e il mancato diritto ai buoni pasto, ma dovrà anche farsi carico delle spese legali del giudizio di legittimità. I giudici hanno condannato la società al pagamento di 3.000 euro per compensi professionali, oltre al rimborso delle spese generali e degli accessori di legge. Questa sentenza ricorda a tutti i datori di lavoro che la trasparenza contabile e il rispetto dei contratti collettivi sono obblighi inderogabili. Le accuse generiche di infedeltà o negligenza, prive di riscontri oggettivi, non possono essere utilizzate come scusa per evitare il pagamento delle retribuzioni spettanti ai dipendenti.

A chi spetta dimostrare la consegna dei buoni pasto in caso di contestazione?
L’onere della prova spetta esclusivamente al datore di lavoro, il quale deve dimostrare di aver consegnato i buoni pasto o di aver messo a disposizione il servizio mensa.

Il datore di lavoro può compensare i debiti di lavoro con presunti danni causati dal dipendente?
No, il datore di lavoro non può trattenere somme dalle spettanze del lavoratore basandosi su semplici sospetti o accuse di furto non dimostrate in modo rigoroso.

Il giudice è obbligato a nominare un consulente tecnico se richiesto da una parte?
No, la nomina di un consulente tecnico d’ufficio è una scelta discrezionale del giudice e non può essere richiesta per cercare prove che la parte stessa avrebbe dovuto fornire.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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