\n
LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Decreto di espulsione: valido anche se tradotto in albanese

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di uno straniero contro il decreto di espulsione emesso dalla Prefettura. Il ricorrente, cittadino della Macedonia del Nord, sosteneva la nullità del provvedimento perché tradotto in lingua albanese, da lui non compresa, anziché in lingua macedone. La Suprema Corte ha chiarito che la traduzione in una delle lingue ufficiali dello Stato di provenienza (l’albanese è co-ufficiale in Macedonia del Nord) soddisfa i requisiti di legge tramite la presunzione legale di conoscenza. Non rileva l’eventuale analfabetismo o la mancata comprensione soggettiva del destinatario, né sussiste l’obbligo di tradurre l’atto in dialetti locali. Di conseguenza, il decreto di espulsione è stato ritenuto pienamente valido ed efficace.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 1 Num. 23509 Anno 2023
Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 18 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il caso: l’opposizione al decreto di espulsione e la questione della lingua

La disciplina dell’immigrazione in Italia prevede regole rigide per l’allontanamento dei cittadini stranieri non in regola. Un caso emblematico ha riguardato un cittadino proveniente dalla Macedonia del Nord, il quale ha ricevuto un decreto di espulsione emesso dalla Prefettura a seguito del rigetto della sua richiesta di conversione del permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Lo straniero ha deciso di impugnare il provvedimento davanti al Giudice di pace, sollevando diverse contestazioni. La principale doglianza riguardava la lingua in cui era stato redatto il documento di espulsione. L’atto, infatti, era stato tradotto in lingua albanese. Secondo il ricorrente, tale traduzione rendeva nullo il provvedimento poiché la lingua ufficiale del suo Paese d’origine sarebbe il macedone e, di conseguenza, egli non era stato in grado di comprendere il contenuto del provvedimento di allontanamento. Il Giudice di pace ha rigettato il ricorso, spingendo lo straniero a rivolgersi alla Corte di Cassazione.

La lingua ufficiale e la presunzione di conoscenza

La questione centrale affrontata dai giudici di legittimità riguarda i requisiti formali di validità della notifica dei provvedimenti di espulsione. La legge italiana stabilisce che il decreto debba essere tradotto in una lingua nota allo straniero o, qualora non sia possibile, in una delle lingue veicolari più diffuse come l’inglese, il francese o lo spagnolo. Tuttavia, la giurisprudenza ha chiarito che la traduzione nella lingua ufficiale del Paese di provenienza del destinatario soddisfa pienamente questo requisito. Questo meccanismo si basa su una presunzione legale di conoscenza, una regola per cui si considera conosciuto un atto redatto nella lingua dello Stato d’appartenenza. Non è necessario che l’amministrazione verifichi se il singolo cittadino conosca effettivamente la lingua ufficiale o se parli solo un dialetto locale. La legge mira a garantire un livello standardizzato di comunicazione che sia oggettivamente idoneo a far comprendere l’atto, senza imporre indagini soggettive impraticabili per gli uffici pubblici.

Le motivazioni della sentenza sul decreto di espulsione

La Corte di Cassazione, nel rigettare il ricorso, ha fornito motivazioni chiare e rigorose. I giudici hanno evidenziato che la lingua albanese è riconosciuta come lingua ufficiale nella Macedonia del Nord, accanto alla lingua macedone, in base alla legislazione interna di quel Paese. Di conseguenza, la traduzione del decreto di espulsione in albanese rispetta perfettamente il dettato normativo del Testo Unico sull’Immigrazione. La Suprema Corte ha ribadito che la presunzione legale di conoscenza non viene meno anche se il destinatario dichiara di essere analfabeta o di non comprendere l’idioma ufficiale del proprio Stato. Non si può pretendere che l’autorità pubblica traduca l’atto in dialetti o varianti locali non ufficiali. Inoltre, la Corte ha dichiarato inammissibili gli altri motivi di ricorso per difetto di autosufficienza, poiché il ricorrente non aveva specificato dove e come avesse sollevato determinate eccezioni nei precedenti gradi di giudizio, impedendo così un controllo formale sui documenti.

Le conclusioni: l’efficacia del decreto di espulsione

In conclusione, la pronuncia della Cassazione riafferma la piena validità del decreto di espulsione quando questo viene tradotto in una delle lingue ufficiali del Paese d’origine dello straniero. Questa decisione rappresenta un importante punto di equilibrio tra il diritto di difesa del cittadino straniero e l’esigenza di efficacia dell’azione amministrativa. Lo straniero che riceve un provvedimento tradotto in una lingua ufficiale del proprio Stato non può invocarne la nullità basandosi sulla propria personale incapacità di comprenderlo. Per evitare l’allontanamento, è fondamentale muoversi tempestivamente e verificare la correttezza formale e sostanziale dei provvedimenti con il supporto di professionisti qualificati. La decisione conferma che il ricorso è stato rigettato, lasciando inalterati gli effetti dell’espulsione disposta dalla Prefettura.

In quale lingua deve essere tradotto il decreto di espulsione?
Il provvedimento deve essere tradotto nella lingua ufficiale del Paese di provenienza dello straniero o in una lingua veicolare comprensibile, come l’inglese o il francese.

Cosa succede se lo straniero non capisce la lingua ufficiale del suo Paese?
La legge presume che lo straniero conosca la lingua ufficiale del proprio Stato d’origine. L’eventuale analfabetismo o la mancata comprensione soggettiva non rendono nullo il provvedimento.

È obbligatorio tradurre il decreto di espulsione in un dialetto locale?
No, non esiste alcun obbligo per l’amministrazione di tradurre l’atto in dialetti o varianti linguistiche locali non ufficiali.

Provvedimenti correlati

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati