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Contributi gestione commercianti: socio s.a.s. perde contro INPS

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un socio accomandatario di una società in accomandita semplice, confermando l’obbligo di versare i contributi gestione commercianti anche sui redditi derivanti dalla partecipazione societaria. Il ricorrente sosteneva che la società si limitasse ad affittare immobili e non svolgesse una reale attività commerciale. I giudici hanno chiarito che, per determinare la base imponibile previdenziale, si devono includere tutti i redditi d’impresa percepiti dal socio, compresi quelli derivanti da una s.a.s. Di conseguenza, il socio è stato condannato a pagare le differenze contributive pretese dall’INPS e a rimborsare le spese di giudizio.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 6 Num. 4175 Anno 2022
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Contributi gestione commercianti: l’obbligo si estende ai redditi societari

I soci di società commerciali devono prestare molta attenzione alla determinazione della propria base imponibile previdenziale. La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato una questione cruciale riguardante i contributi gestione commercianti dovuti dai soci di società in accomandita semplice. Molti contribuenti ritengono erroneamente che i redditi derivanti da una società che si limita a locare immobili non debbano essere assoggettati a contribuzione previdenziale. La Suprema Corte ha invece confermato un orientamento rigoroso, stabilendo che tutti i redditi d’impresa concorrono a formare la base imponibile per il calcolo dei contributi previdenziali.

Il caso: la contestazione del socio sulla natura dell’attività

La vicenda trae origine dalla richiesta dell’INPS nei confronti di un cittadino, socio amministratore di una società in accomandita semplice operante nel settore immobiliare. L’ente previdenziale pretendeva il pagamento dei contributi previdenziali calcolati sui redditi percepiti dal socio nell’anno d’imposta in contestazione. Il socio si opponeva alla richiesta dell’ente previdenziale. Egli sosteneva che la società non svolgesse una vera e propria attività d’impresa commerciale. Secondo la tesi del ricorrente, la società si limitava esclusivamente ad affittare alcuni locali commerciali a un’altra azienda, di cui egli stesso era socio. Di conseguenza, il contribuente riteneva che tali proventi non potessero essere qualificati come redditi d’impresa utili al calcolo dei contributi per la gestione dei commercianti. La Corte d’Appello respingeva gli argomenti del socio, confermando la legittimità della pretesa dell’INPS. Il socio decideva quindi di proporre ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione per ottenere l’annullamento della decisione di secondo grado.

Le motivazioni della Cassazione sui contributi gestione commercianti

Le motivazioni della Cassazione sui contributi gestione commercianti chiariscono in modo definitivo la portata della normativa vigente. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso del socio, ritenendo infondate le sue contestazioni. La Corte ha applicato il principio di diritto secondo cui, per determinare i contributi dovuti dagli esercenti attività commerciali, si devono computare tutti i redditi d’impresa percepiti dal contribuente. Questo calcolo include espressamente anche i redditi derivanti dalla partecipazione in qualità di socio accomandante o accomandatario all’interno di una società in accomandita semplice. I giudici hanno richiamato la legislazione speciale in materia previdenziale e le disposizioni del testo unico delle imposte sui redditi. L’interpretazione letterale e sistematica delle norme esclude che si possano separare i redditi societari dalla base imponibile previdenziale del socio lavoratore. Anche la Corte Costituzionale ha precedentemente avallato questa interpretazione, confermando che la totalità dei redditi d’impresa del socio concorre a formare la base imponibile. Non rileva, ai fini previdenziali, la specifica modalità con cui la società produce il proprio reddito, come la semplice locazione di immobili a terzi.

Le conclusioni sul pagamento dei contributi previdenziali

Le conclusioni sul pagamento dei contributi previdenziali sanciscono la piena vittoria dell’INPS e la totale sconfitta del contribuente. La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso proposto dal socio. Questo rigetto comporta l’obbligo per il ricorrente di versare l’intero importo dei contributi richiesti dall’ente previdenziale, oltre alle sanzioni civili connesse al ritardato pagamento. Il socio deve inoltre rimborsare le spese del giudizio di legittimità in favore dell’INPS, liquidate in milleduecento euro per compensi professionali e duecento euro per esborsi, oltre agli accessori di legge. Infine, la decisione comporta l’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, raddoppiando la tassa dovuta per la presentazione del ricorso. Questa sentenza lancia un chiaro avvertimento a tutti i soci di società di persone: i redditi societari d’impresa sono sempre soggetti a contribuzione previdenziale.

I redditi di una società in accomandita semplice sono soggetti a contributi previdenziali?
Sì, i redditi d’impresa percepiti dal socio di una s.a.s. concorrono a formare la base imponibile per il calcolo dei contributi previdenziali dovuti alla gestione commercianti.

La semplice locazione di immobili da parte della società esclude l’obbligo contributivo?
No, anche se l’attività sociale consiste unicamente nell’affitto di immobili, i redditi generati sono considerati redditi d’impresa e sono soggetti a contribuzione.

Cosa rischia il socio che non versa i contributi previdenziali sui redditi societari?
Il socio rischia l’accertamento da parte dell’INPS con la richiesta di pagamento delle somme omesse, l’applicazione di sanzioni civili e la condanna al pagamento delle spese legali in caso di causa persa.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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