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Bonus negato ai precari: Cassazione conferma parità di trattamento

Un gruppo di lavoratori interinali ha citato in giudizio un Ente Pubblico per ottenere un ‘salario di garanzia’, un compenso accessorio riconosciuto solo ai dipendenti diretti. L’Ente si opponeva, sostenendo che mancasse un’attestazione formale della loro professionalità. La Corte di Cassazione ha dato ragione ai lavoratori, confermando il loro diritto alla piena parità di trattamento retributivo. Il ricorso dell’Ente è stato dichiarato inammissibile, rendendo definitiva la condanna al pagamento delle differenze retributive. La Corte ha stabilito che i cavilli burocratici non possono prevalere sul principio di ‘stesso lavoro, stessa paga’.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 5209 Anno 2023
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Pubblicato il 22 aprile 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Parità di trattamento retributivo: anche i bonus aziendali spettano ai lavoratori interinali

Il principio di parità di trattamento retributivo tra lavoratori diretti e lavoratori in somministrazione è un pilastro del diritto del lavoro. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione lo ribadisce con forza, stabilendo che anche i compensi accessori, come i bonus aziendali, devono essere estesi ai lavoratori interinali che svolgono le stesse mansioni dei colleghi assunti direttamente. La sentenza chiarisce che la sostanza del diritto prevale su ostacoli puramente formali.

I fatti del caso: un bonus negato

La vicenda ha origine dalla richiesta di un gruppo di lavoratori somministrati impiegati presso un importante Ente Pubblico. Questi lavoratori svolgevano le stesse mansioni degli operatori amministrativi assunti direttamente dall’Ente, ma non ricevevano un compenso accessorio specifico, denominato ‘salario di garanzia’. Questo compenso era previsto dalla contrattazione integrativa (cioè gli accordi specifici per quell’Ente) per i dipendenti diretti.

I lavoratori, assistiti dai loro legali, hanno quindi avviato una causa contro l’Ente Pubblico e l’Agenzia di somministrazione per ottenere il pagamento delle differenze retributive. Sostenevano che l’esclusione da quel bonus violasse il loro diritto a ricevere lo stesso trattamento economico dei colleghi.

La difesa dell’Ente e il principio di parità di trattamento retributivo

L’Ente Pubblico si è difeso sostenendo che l’erogazione del ‘salario di garanzia’ non era automatica. Secondo la sua tesi, il pagamento era subordinato a un provvedimento specifico di un dirigente che attestasse l’acquisizione di una determinata professionalità da parte del lavoratore. Poiché tale attestazione formale mancava per i lavoratori interinali, l’Ente riteneva di non dover pagare.

Questa posizione si scontra però con il principio fondamentale della parità di trattamento retributivo, sancito dalla legge. Tale principio impone che i lavoratori forniti da un’agenzia abbiano diritto a condizioni economiche e normative complessivamente non inferiori a quelle dei dipendenti di pari livello dell’azienda utilizzatrice, a parità di mansioni svolte. Questo include non solo la paga base, ma tutti gli elementi della retribuzione, come indennità e premi.

Le motivazioni della Cassazione: la sostanza vince sulla forma

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’Ente Pubblico, confermando di fatto la vittoria dei lavoratori. La decisione si basa su un punto cruciale: i giudici hanno ritenuto che l’Ente stesso, con un precedente provvedimento interno, avesse già esteso in modo generalizzato quel beneficio a tutti i dipendenti, inclusi quelli interinali. Questo atto interno, secondo la Corte, costituiva di per sé il riconoscimento della professionalità richiesta, rendendo irrilevante la mancanza del singolo attestato formale su cui l’Ente basava la sua difesa.

In altre parole, l’appello dell’Ente non ha centrato il cuore della motivazione della sentenza precedente (la cosiddetta ratio decidendi). La Cassazione ha quindi stabilito che non si può usare un cavillo burocratico per negare un diritto sostanziale come la parità di trattamento retributivo.

Le conclusioni: un principio rafforzato

Questa sentenza è importante perché rafforza la tutela dei lavoratori in somministrazione. Il messaggio è chiaro: il principio ‘stesso lavoro, stessa paga’ deve essere applicato in modo completo. Un’azienda utilizzatrice non può creare disparità di trattamento appellandosi a procedure interne o a formalismi burocratici, soprattutto se altri suoi atti dimostrano una volontà diversa. La vittoria è andata ai lavoratori, che ora otterranno il pagamento delle somme che gli erano state ingiustamente negate, a conferma che la parità di trattamento retributivo è un diritto non negoziabile.

Un lavoratore interinale ha diritto agli stessi bonus dei dipendenti diretti dell’azienda utilizzatrice?
Sì, in base al principio di parità di trattamento, il lavoratore somministrato ha diritto allo stesso trattamento economico e normativo dei dipendenti diretti, inclusi i premi e i bonus previsti dalla contrattazione aziendale, se svolge le stesse mansioni.

Cosa significa ‘parità di trattamento retributivo’?
Significa che, a parità di mansioni, il lavoratore interinale deve ricevere una retribuzione complessiva non inferiore a quella dei dipendenti assunti direttamente dall’azienda in cui lavora, comprendendo paga base e ogni altro elemento accessorio.

Un’azienda può negare un pagamento a un lavoratore interinale per motivi formali, come la mancanza di un documento?
No, se il diritto sostanziale è provato. Come dimostra questa sentenza, i cavilli formali non possono essere usati per violare il principio fondamentale della parità di trattamento tra lavoratori.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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