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Badante non pagato: confermati 69.000 euro contro il datore

Un lavoratore domestico ha agito in giudizio contro il datore di lavoro per ottenere il pagamento di 69.125,00 euro a titolo di differenze retributive badante e tredicesime relative agli anni 2013-2014, avendo prestato attività fino a 60 ore settimanali. Il datore di lavoro ha contestato l’esistenza e la consistenza del rapporto, lamentando la mancata prova dell’attività svolta. I giudici di merito hanno accertato il credito del lavoratore basandosi su documenti contrattuali, denunce INPS, istanze di regolarizzazione, lettere di licenziamento e testimonianze. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del datore di lavoro, confermando integralmente la condanna al pagamento.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 6 Num. 33263 Anno 2022
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Pubblicato il 4 settembre 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il caso del lavoro domestico e le prove documentali

La richiesta di differenze retributive badante nasce spesso da situazioni in cui le prestazioni effettive superano gli accordi formali o restano prive del dovuto compenso. Nel caso esaminato, un assistente familiare ha prestato servizio per un monte ore compreso tra 50 e 60 ore a settimana. Il lavoratore ha richiesto oltre 69.000 euro per stipendi arretrati e tredicesime mensilità mai liquidate.

Il datore di lavoro si è opposto alla pretesa economica. Il datore ha sostenuto che l’impiego non fosse sufficientemente dimostrato e ha contestato l’attendibilità dei testimoni ascoltati durante il processo di primo grado.

La prova del rapporto e i documenti ufficiali

I giudici di merito hanno verificato l’esistenza del rapporto lavorativo tramite un solido impianto probatorio. Il lavoratore ha depositato il contratto di assunzione sottoscritto da entrambe le parti.

Il datore di lavoro aveva inoltre inoltrato all’INPS le comunicazioni di variazione dell’orario settimanale e la richiesta formale di regolarizzazione. La successiva lettera di licenziamento ha confermato in modo inequivocabile la sussistenza della prestazione subordinata. Questi atti ufficiali hanno smentito le contestazioni difensive del datore.

La contestazione dell’onere probatorio per differenze retributive badante

Il datore di lavoro ha presentato ricorso in Cassazione. Il ricorrente ha lamentato la violazione delle regole sull’onere della prova e l’omesso esame di circostanze decisive. Secondo la difesa, i giudici di merito avrebbero fondato la condanna soltanto sulle dichiarazioni di un unico testimone, ignorando la reale dinamica dei fatti.

La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso non può richiedere una nuova valutazione delle prove già analizzate nei gradi precedenti. Il controllo sull’attendibilità dei documenti e dei testimoni spetta esclusivamente ai magistrati del merito.

Le motivazioni sulla validità delle differenze retributive badante

La Corte di Cassazione ha respinto le doglianze del datore per manifesta inammissibilità. I giudici supremi hanno ribadito che la violazione dell’onere della prova sussiste solo quando il giudice attribuisce il carico probatorio alla parte sbagliata. Nel caso specifico, il lavoratore ha fornito piene prove documentali a supporto del proprio diritto di credito.

La Corte ha inoltre applicato il principio della doppia decisione conforme. Quando il tribunale e la corte d’appello accertano i fatti nello stesso modo, la Cassazione non può riesaminare la ricostruzione materiale della vicenda. Le contestazioni del datore miravano unicamente a ottenere un inammissibile terzo grado di giudizio sul merito.

Le conclusioni: conferma definitiva del credito per differenze retributive badante

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del datore di lavoro e ha confermato la condanna al pagamento di 69.125,00 euro in favore del dipendente. La decisione tutela pienamente il diritto del lavoratore subordinato a percepire la giusta retribuzione per le ore effettivamente prestate. Il ricorrente deve inoltre versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato per aver promosso un giudizio infondato.

Quali documenti servono per dimostrare il lavoro domestico svolto?
Il rapporto di lavoro può essere provato mediante il contratto di assunzione firmato, le denunce e variazioni orarie inviate all’INPS, le buste paga, la lettera di licenziamento e le testimonianze dirette.

La Corte di Cassazione può riesaminare le prove e i testimoni di una causa di lavoro?
No, la Corte di Cassazione valuta soltanto la corretta applicazione delle norme di legge e non può effettuare un nuovo esame dei fatti o rivalutare l’attendibilità dei testimoni.

Cosa accade se il datore di lavoro perde il ricorso per inammissibilità?
La sentenza impugnata diventa definitiva e il datore di lavoro deve pagare le somme accertate a favore del lavoratore, oltre a un ulteriore importo pari al contributo unificato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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