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Assegno sociale: la residenza reale vince sulla carta

Gli eredi di un cittadino straniero hanno impugnato il rifiuto dell’INPS di concedere l’assegno sociale. L’ente previdenziale ha negato la prestazione rilevando la mancanza del requisito dell’effettiva residenza in Italia. I giudici di merito hanno accertato che i richiedenti mantenevano il domicilio in Romania, dove percepivano anche un sussidio analogo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso degli eredi. La Suprema Corte ha confermato che la formale iscrizione anagrafica in Italia non basta se smentita da elementi concreti, come la stabile dimora all’estero. Di conseguenza, gli eredi perdono definitivamente la causa e sono condannati a pagare le spese processuali.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Civile Sez. L Num. 16102 Anno 2023
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Pubblicato il 14 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il caso: la richiesta di assegno sociale e il nodo della residenza

La questione affrontata dalla Corte di Cassazione riguarda il diritto all’assegno sociale per i cittadini stranieri e la necessità di dimostrare una presenza stabile sul territorio italiano. Gli eredi di un cittadino straniero hanno promosso un giudizio contro l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale per ottenere il pagamento della prestazione assistenziale. L’ente pubblico aveva precedentemente respinto la domanda a causa della mancanza del requisito fondamentale della residenza effettiva in Italia.

I familiari del richiedente, nel frattempo deceduto, sostenevano che il loro congiunto avesse soggiornato legalmente e in via continuativa in Italia per oltre dieci anni. A sostegno di questa tesi, la difesa ha presentato diversi documenti formali, tra cui la carta d’identità, la tessera sanitaria e i certificati storici di residenza. Tuttavia, l’ente previdenziale ha contestato l’effettiva permanenza dei soggetti nel territorio nazionale, evidenziando elementi di segno opposto che collocavano la vita quotidiana dei richiedenti in un altro Stato.

Residenza formale contro dimora reale: cosa conta davvero per l’assegno sociale

La controversia si è concentrata sul contrasto tra i dati formali dei registri anagrafici italiani e la situazione reale dei beneficiari. I documenti provenienti dallo Stato di origine, la Romania, indicavano chiaramente che il richiedente e la moglie mantenevano un domicilio stabile a Bucarest. In quella città dell’Est Europa, inoltre, il cittadino straniero è deceduto e la coppia percepiva regolarmente un sussidio locale denominato aiuto sociale, del tutto analogo all’assegno sociale italiano.

La difesa dei ricorrenti ha cercato di giustificare questa circostanza qualificando il domicilio rumeno come una mera formalità a fini fiscali, legata alla percezione della pensione di vecchiaia per il lavoro svolto in passato in quel Paese. Secondo questa tesi, la titolarità di redditi o pensioni estere non esclude la possibilità di risiedere stabilmente in Italia. I giudici di merito hanno però ritenuto questa spiegazione priva di riscontri concreti e non idonea a superare le prove di una stabile dimora all’estero.

Le motivazioni della decisione della Cassazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai familiari del defunto. I giudici di legittimità (i magistrati della Cassazione che verificano il rispetto delle leggi) hanno rilevato che i ricorrenti hanno formulato le loro contestazioni mescolando vizi di legge e vizi di motivazione in modo confuso. La legge vieta di chiedere alla Suprema Corte una nuova valutazione dei fatti già ampiamente esaminati nei precedenti gradi di giudizio.

Inoltre, nel caso in questione si è configurata la cosiddetta doppia conforme (la coincidenza di decisioni identiche tra il primo e il secondo grado di giudizio). Quando i primi due giudici decidono nello stesso modo basandosi sugli stessi fatti, il ricorso per vizio di motivazione è severamente limitato. I ricorrenti avrebbero dovuto indicare le specifiche ragioni di diversità tra le due sentenze di merito, ma non hanno adempiuto a questo onere processuale. La Corte ha anche constatato la mancata specificazione dei documenti relativi al permesso di soggiorno, di cui non è stata indicata la collocazione nei fascicoli di causa.

Le conclusioni: chi vince e cosa cambia

La decisione della Suprema Corte conferma la vittoria definitiva dell’ente previdenziale e il rigetto della domanda di prestazione assistenziale. Gli eredi del richiedente perdono la causa e devono pagare le spese del giudizio di legittimità, quantificate in duemila e cinquecento euro per i compensi professionali, oltre agli accessori di legge e al raddoppio del contributo unificato.

Questo pronunciamento ribadisce un principio fondamentale per l’accesso al welfare pubblico. L’iscrizione anagrafica e il possesso di documenti formali non bastano a fondare il diritto all’assegno sociale se smentiti da una diversa realtà di fatto. La residenza effettiva richiede una presenza fisica e stabile sul territorio nazionale, che non può coesistere con il mantenimento di un domicilio abituale all’estero e con la percezione di sussidi assistenziali in un altro Stato.

Basta la sola iscrizione all’anagrafe italiana per ottenere l’assegno sociale?
No, l’iscrizione anagrafica non è sufficiente se gli elementi concreti dimostrano che il richiedente vive abitualmente all’estero.

Cosa succede se si percepisce un sussidio simile all’estero?
La percezione di un aiuto sociale in un altro Stato costituisce un forte indizio del fatto che la residenza effettiva non si trova in Italia.

Chi deve dimostrare l’effettiva permanenza sul territorio italiano?
Spetta al cittadino che richiede la prestazione l’onere di provare il soggiorno stabile e continuativo in Italia.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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