\n
LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Appalto illecito? Niente assunzione in società in house: la sentenza

Un gruppo di lavoratori, impiegati tramite un appalto di servizi, ha chiesto al tribunale di riconoscere un rapporto di lavoro diretto con un’importante società a totale partecipazione pubblica. La Cassazione ha respinto la richiesta. Il principio stabilito è che non si può ottenere una assunzione in società in house per via giudiziaria, anche in caso di appalto illecito. Queste società, equiparate alla Pubblica Amministrazione, devono assumere solo tramite procedure di selezione pubbliche e trasparenti. Un rapporto di lavoro creato in violazione di questa regola è nullo e non può essere ‘sanato’ da un giudice. La natura pubblica dell’azienda prevale sulle tutele previste per i lavoratori privati in caso di interposizione di manodopera.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 4516 Anno 2024
Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 23 aprile 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Appalto illecito e società pubblica: una sentenza chiarisce i limiti

La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha affrontato un caso complesso che tocca i diritti di molti lavoratori. La vicenda riguarda la possibilità di ottenere un’assunzione in società in house a seguito di un appalto di servizi ritenuto illecito. La decisione sottolinea una differenza fondamentale tra lavorare per un’azienda privata e per una società controllata dallo Stato, anche quando le modalità di lavoro sembrano identiche. Questo principio ha conseguenze importanti per chi si trova in situazioni contrattuali ambigue con enti a partecipazione pubblica.

I fatti all’origine della causa

Un numeroso gruppo di lavoratori era formalmente dipendente di diverse società appaltatrici. Tuttavia, nella realtà quotidiana, svolgeva le proprie mansioni a favore di un’unica grande azienda committente. Quest’ultima era una cosiddetta ‘società in house’, cioè una società per azioni interamente partecipata da un Ministero. I lavoratori sostenevano che l’appalto fosse una finzione. Essi affermavano di essere a tutti gli effetti dipendenti della società pubblica. Per questo motivo, si sono rivolti al giudice per chiedere l’accertamento di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato direttamente con la committente.

La richiesta dei lavoratori e il nodo giuridico

La richiesta dei lavoratori si basava su un principio consolidato nel diritto del lavoro privato. Quando un appalto di servizi nasconde una semplice fornitura di manodopera (interposizione illecita), il lavoratore ha diritto a vedersi riconosciuto come dipendente dell’azienda che ha effettivamente utilizzato la sua prestazione. I lavoratori hanno quindi portato prove per dimostrare che l’appalto era fittizio e che il loro vero datore di lavoro era la società pubblica. La questione centrale, però, non era tanto la natura dell’appalto, quanto la natura del committente.

Il divieto di assunzione in società in house senza concorso

Il punto cruciale della decisione riguarda lo status speciale della società committente. Essendo una ‘società in house’, essa è equiparata alla Pubblica Amministrazione. La legge, in particolare l’articolo 97 della Costituzione, impone che l’accesso ai pubblici impieghi avvenga tramite concorso. Questo principio è stato esteso anche alle società a controllo pubblico. La normativa specifica (Testo Unico sulle Società Partecipate) prevede espressamente la nullità dei contratti di lavoro stipulati senza procedure selettive pubbliche. Pertanto, una assunzione in società in house non può avvenire in modo automatico per decisione di un giudice, ma deve sempre seguire un percorso di selezione trasparente e imparziale.

Le motivazioni: la nullità del rapporto di lavoro prevale su tutto

La Cassazione ha applicato il ‘principio della ragione più liquida’. I giudici non hanno nemmeno avuto bisogno di verificare se l’appalto fosse illecito o meno. La questione è stata risolta a monte. Anche se l’appalto fosse stato una finzione, la richiesta dei lavoratori non poteva essere accolta. Costituire un rapporto di lavoro con una società pubblica per via giudiziaria violerebbe le norme imperative sull’accesso al pubblico impiego. Un contratto di lavoro stipulato senza concorso con un ente di questo tipo è nullo, cioè non produce alcun effetto. Il giudice non può creare un rapporto di lavoro che la legge stessa considera nullo in partenza. La natura pubblica dell’azienda ha quindi ‘assorbito’ e reso irrilevante ogni altra questione.

Le conclusioni: l’azienda vince, i lavoratori perdono

La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi dei lavoratori. L’azienda ha vinto la causa. Di conseguenza, non solo i lavoratori non hanno ottenuto il riconoscimento del rapporto di lavoro, ma sono stati anche condannati a pagare le spese legali. Questa sentenza conferma un orientamento molto rigoroso: le tutele previste per i lavoratori del settore privato in caso di appalti illeciti non si applicano allo stesso modo quando l’utilizzatore finale è una società pubblica. Le regole di trasparenza e imparzialità per l’assunzione in società in house prevalgono sulla protezione del lavoratore contro l’interposizione fittizia di manodopera.

Se lavoro per una società pubblica tramite un appalto fittizio, posso chiedere l’assunzione diretta?
No. Secondo questa sentenza, anche se l’appalto è illecito, un giudice non può costituire un rapporto di lavoro con una società ‘in house’ perché l’assunzione deve avvenire tramite procedure di selezione pubbliche. Il rapporto creato giudizialmente sarebbe nullo.

Perché una società per azioni deve seguire le regole di assunzione del settore pubblico?
Perché se la società è interamente controllata da un ente pubblico (come un Ministero) e opera come un suo prolungamento, viene definita ‘in house’ ed è soggetta alle stesse regole di trasparenza e imparzialità della Pubblica Amministrazione, inclusi i concorsi per assumere personale.

Cosa significa che la domanda dei lavoratori è stata respinta per la ‘ragione più liquida’?
Significa che il giudice ha identificato un motivo preliminare e decisivo per respingere la richiesta, rendendo inutile analizzare le altre questioni. In questo caso, l’impossibilità legale di assumere senza concorso ha reso irrilevante la discussione sulla liceità dell’appalto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati