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Accollo interno: non esclude il fallimento della società

Una società, dichiarata fallita su istanza del Pubblico Ministero, ha contestato la decisione sostenendo che un’altra azienda avesse assunto il suo debito principale tramite un accordo di accollo interno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l’accollo interno non libera il debitore originario nei confronti del creditore. Di conseguenza, il debito è stato correttamente considerato nel valutare lo stato di insolvenza, legittimando la dichiarazione di fallimento.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 1 Num. 25159 Anno 2024
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Accollo Interno del Debito: Non Basta a Evitare il Fallimento

Un recente provvedimento della Corte di Cassazione ha chiarito un punto cruciale nel diritto fallimentare: un accordo di accollo interno di un debito non è sufficiente a escludere tale passività dal calcolo dello stato di insolvenza di una società. Questa decisione sottolinea la differenza fondamentale tra accordi interni tra debitori e terzi e la liberazione effettiva da un’obbligazione nei confronti dei creditori. Analizziamo insieme i dettagli di questo importante caso.

Il Contesto: Dalla Proposta di Concordato alla Dichiarazione di Fallimento

Una società a responsabilità limitata si è trovata ad affrontare una procedura fallimentare avviata su istanza del Pubblico Ministero (P.M.). Inizialmente, la società aveva tentato la via del concordato preventivo, ma non aveva depositato il piano concordatario nei termini previsti. Questa inadempienza ha spinto il P.M. a richiedere la dichiarazione di fallimento, che è stata concessa dal Tribunale e successivamente confermata dalla Corte d’Appello.

La società ricorrente ha basato la sua difesa su due argomenti principali:

  1. La presunta illegittimità dell’iniziativa del P.M., ritenuta non conforme alla legge.
  2. L’insussistenza dello stato di insolvenza, in virtù di un accordo di joint venture con una società terza. Tale accordo prevedeva un accollo interno del principale debito bancario dell’azienda, che, a suo dire, avrebbe dovuto ridurre l’esposizione debitoria al di sotto delle soglie di fallibilità.

La Questione dell’Iniziativa del P.M. nel Fallimento

Il primo motivo di ricorso è stato rapidamente respinto dalla Corte. I giudici hanno chiarito che l’iniziativa del P.M. non si basava sull’articolo 7 della Legge Fallimentare, come erroneamente sostenuto dalla ricorrente, bensì sull’articolo 162. Quest’ultimo prevede specificamente che il tribunale possa dichiarare il fallimento su richiesta del P.M. (o di un creditore) quando il debitore non rispetta gli obblighi previsti nella procedura di concordato preventivo, come il mancato deposito del piano. L’intervento del P.M. in questo contesto è quindi pienamente legittimo, in quanto partecipa ordinariamente alla procedura e può chiedere il fallimento come conseguenza diretta dell’esito negativo del concordato.

La Valutazione dello Stato di Insolvenza con Accollo Interno

Il cuore della controversia risiede nella natura dell’accollo interno e nei suoi effetti sulla valutazione dello stato di insolvenza. La società debitrice sosteneva che, essendosi una società terza accollata il suo debito bancario, tale passività non dovesse più essere considerata nel bilancio ai fini della fallibilità. La Corte di Cassazione ha demolito questa tesi, spiegando la distinzione fondamentale tra accollo interno (o semplice) e accollo esterno (o liberatorio), disciplinato dall’art. 1273 c.c.

L’accollo interno è un patto che produce effetti solo tra il debitore originario (accollato) e il terzo (accollante). Il creditore (in questo caso, la banca) rimane completamente estraneo all’accordo e conserva il suo diritto di pretendere il pagamento dal debitore originario. L’accollo non modifica i soggetti del rapporto obbligatorio principale. Al contrario, l’accollo esterno diventa liberatorio solo se il creditore vi aderisce e dichiara espressamente di liberare il debitore originario.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha stabilito che, in assenza di prove di un accollo liberatorio, la Corte d’Appello aveva correttamente incluso il debito bancario nel computo dell’esposizione debitoria totale della società. Poiché l’accollo interno non estingue né modifica l’obbligazione verso il creditore, la società fallenda rimaneva l’unico soggetto tenuto a rispondere di quel debito.

Di conseguenza, la valutazione dello stato di insolvenza doveva tenere conto di questa importante passività. Lo stato di insolvenza, hanno ricordato i giudici, non si misura solo con un confronto tra attivi e passivi, ma con la capacità strutturale dell’impresa di far fronte regolarmente alle proprie obbligazioni con mezzi normali. L’incapacità di onorare un debito così rilevante, indipendentemente da accordi interni con terzi, dimostrava un’impotenza finanziaria strutturale, giustificando pienamente la dichiarazione di fallimento.

Conclusioni: Implicazioni Pratiche della Sentenza

Questa ordinanza offre due importanti lezioni per le imprese in difficoltà finanziaria:

  1. Gli accordi interni non sono opponibili ai creditori: Un patto di accollo interno può essere utile per riorganizzare le passività tra partner commerciali, ma non ha alcun valore legale per ridurre l’esposizione debitoria agli occhi dei creditori, a meno che questi non lo accettino espressamente liberando il debitore originario.
  2. La valutazione dell’insolvenza è rigorosa: I tribunali valutano la capacità effettiva e strutturale di un’azienda di pagare i propri debiti. I tentativi di mascherare le passività attraverso accordi che non modificano la sostanza dei rapporti obbligatori sono destinati a fallire.

In conclusione, le aziende devono essere consapevoli che solo una vera e propria liberazione dal debito, accettata dal creditore, può avere effetti concreti sulla determinazione dello stato di insolvenza.

Un accordo di accollo interno di un debito può escludere tale debito dal calcolo per la dichiarazione di fallimento?
No. La Corte di Cassazione ha stabilito che l’accollo interno non modifica il rapporto obbligatorio con il creditore originario e non libera il debitore. Pertanto, il debito deve essere pienamente considerato nella valutazione dello stato di insolvenza e delle soglie di fallibilità.

Il Pubblico Ministero (P.M.) può sempre richiedere il fallimento di un’impresa?
No, non sempre, ma in casi specifici previsti dalla legge. In questa vicenda, l’iniziativa del P.M. era legittima perché basata sull’art. 162 della Legge Fallimentare, che gli consente di chiedere il fallimento come conseguenza dell’esito negativo di una procedura di concordato preventivo (in questo caso, il mancato deposito del piano).

Come si valuta lo stato di insolvenza di una società?
Lo stato di insolvenza non si basa solo su un confronto matematico tra attività e passività, ma sull’impossibilità strutturale e non transitoria dell’impresa di continuare a operare e di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni con mezzi normali. Si tratta di una valutazione sulla capacità di liquidità e credito necessarie per proseguire l’attività.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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