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Abuso di maggioranza: no se anche chi vota a favore ci perde

Un socio di minoranza impugna una delibera assembleare che autorizzava un acquisto di azioni, sostenendo un abuso di maggioranza. Secondo lui, l’operazione non mirava all’interesse sociale, ma a salvare gli amministratori della banca venditrice. La Cassazione ha respinto il ricorso. Ha chiarito che non c’è abuso se non si prova che la maggioranza ha agito con l’intento di danneggiare la minoranza per un fine personale. In questo caso, anche i soci di maggioranza hanno subito un danno economico dall’operazione fallimentare, circostanza che esclude la volontà di perseguire un interesse extra-sociale a danno della minoranza. La delibera è quindi valida.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 1 Num. 9508 Anno 2026
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Pubblicato il 21 aprile 2026 in Diritto Societario, Giurisprudenza Civile

Delibere societarie e tutela delle minoranze

Le decisioni all’interno di una società di capitali vengono prese a maggioranza durante l’assemblea dei soci. Questo meccanismo, sebbene efficiente, nasconde un rischio: quello che la maggioranza possa imporre decisioni non per il bene comune della società, ma per un proprio tornaconto, danneggiando i soci di minoranza. Questo fenomeno è noto come abuso di maggioranza. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti cruciali su quando una delibera può essere considerata illegittima per questo motivo, sottolineando un aspetto fondamentale: il danno condiviso tra tutti i soci.

Il caso: un acquisto di azioni contestato

La vicenda ha origine dalla decisione di una società per azioni di acquistare un pacchetto di azioni di un’altra società bancaria. Un socio, che deteneva una quota di minoranza del 24,5%, si è opposto a questa operazione. Egli ha impugnato la delibera assembleare che autorizzava l’acquisto, sostenendo che fosse un classico caso di abuso di maggioranza. A suo parere, l’operazione non aveva alcuna giustificazione nell’interesse della società acquirente. Al contrario, era stata architettata solo per “salvare” gli amministratori della banca venditrice da possibili azioni di responsabilità, dato che uno di loro era anche socio della società acquirente. In sostanza, un’operazione dannosa mascherata da investimento strategico.

La tesi del socio di minoranza contro l’abuso di maggioranza

Il socio di minoranza ha portato in tribunale una serie di elementi a sostegno della sua tesi. Ha evidenziato ispezioni di Bankitalia, procedimenti giudiziari e un evidente conflitto di interessi di uno degli amministratori. Secondo la sua ricostruzione, i soci di maggioranza erano pienamente consapevoli che l’acquisto delle azioni fosse un pessimo affare. Nonostante ciò, avrebbero votato a favore per perseguire un interesse personale, antitetico a quello sociale: proteggere gli amministratori della banca. La conseguenza diretta era un danno economico per la società e, di riflesso, per lui come socio di minoranza. La sua richiesta era chiara: annullare quella delibera perché viziata da un palese abuso di maggioranza.

Le motivazioni: la distinzione tra cattiva gestione e abuso di maggioranza

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del socio, stabilendo un principio molto importante. I giudici hanno operato una netta distinzione (una summa divisio) tra due piani diversi: la responsabilità degli amministratori per cattiva gestione (mala gestio) e la validità della delibera assembleare. Il fatto che un’operazione si riveli dannosa non significa automaticamente che la delibera che l’ha autorizzata sia illegittima. Per configurare un abuso di maggioranza, non basta dimostrare il danno; è necessario provare che il voto della maggioranza era intenzionalmente diretto a ledere la minoranza o la società per un fine egoistico. Nel caso specifico, la Corte ha osservato che le conseguenze negative dell’investimento erano ricadute su tutti i soci, inclusi quelli che avevano votato a favore. Questo fatto è stato decisivo. Se anche la maggioranza subisce un danno, è difficile sostenere che abbia agito con l’intento fraudolento di danneggiare la minoranza per un vantaggio personale.

Le conclusioni: quando il danno condiviso esclude l’abuso

La decisione finale della Corte consolida un orientamento chiaro: l’abuso di maggioranza è una patologia grave della vita societaria, ma richiede una prova rigorosa. Il socio che impugna la delibera deve dimostrare che la maggioranza ha agito con dolo, cioè con la precisa volontà di perseguire un interesse extra-sociale. La circostanza che tutti i soci, senza distinzione, abbiano subito le perdite derivanti dalla decisione presa, diventa un elemento chiave che fa cadere l’accusa di abuso. La delibera, pur avendo autorizzato un’operazione economicamente svantaggiosa, è stata ritenuta valida. Eventuali responsabilità per la cattiva scelta dell’investimento andranno, se mai, accertate in un giudizio separato contro gli amministratori, non attraverso l’annullamento della volontà assembleare.

Quando una delibera è annullabile per abuso di maggioranza?
Quando il voto della maggioranza non è giustificato dall’interesse della società, ma mira a perseguire un interesse personale a danno della società o della minoranza.

Chi deve dimostrare l’abuso di maggioranza in un processo?
La prova spetta al socio di minoranza che impugna la delibera. Deve dimostrare l’intento fraudolento o dannoso della maggioranza, non solo il risultato negativo dell’operazione.

Se un’operazione deliberata dall’assemblea si rivela un cattivo affare, è automaticamente un abuso di maggioranza?
No. Il semplice esito negativo di un’operazione non basta. Se il danno ricade su tutti i soci, compresi quelli di maggioranza, si tende a escludere l’abuso, salvo prova contraria.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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