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Abuso di contratti a termine: risarcimento anche sotto i 36 mesi

Un gruppo di lavoratrici della sanità ha fatto causa a un’Azienda Ospedaliera chiedendo la stabilizzazione o il risarcimento per l’abuso di contratti a termine. La Corte d’Appello aveva negato sia la stabilizzazione (per mancanza del requisito dei 36 mesi in un preciso arco temporale) sia il risarcimento (ritenendo che l’indennità spettasse solo superando i 36 mesi complessivi). La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso delle lavoratrici sul risarcimento. I giudici hanno stabilito che l’abuso di contratti a termine si configura e va risarcito ogni volta che i contratti a tempo determinato sono illegittimi o privi di reali causali straordinarie, a prescindere dal superamento della soglia dei 36 mesi di servizio. La sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare i risarcimenti.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 21765 Anno 2026
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Pubblicato il 12 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il precariato nella sanità pubblica e la richiesta di stabilità

L’abuso di contratti a termine rappresenta una piaga diffusa nel settore del pubblico impiego, in particolare nella sanità. Molti lavoratori si trovano intrappolati in una spirale di rinnovi infiniti senza mai ottenere la tanto desiderata stabilità. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato questo tema delicato, offrendo una tutela fondamentale per i dipendenti pubblici precari. La Suprema Corte ha chiarito che il diritto al risarcimento spetta anche a chi non ha superato la soglia dei 36 mesi di servizio complessivi, se i contratti sono illegittimi.

Quando scatta l’abuso di contratti a termine

La vicenda nasce dal ricorso di alcune lavoratrici impiegate come ausiliarie e agenti socio-sanitari presso un’Azienda Ospedaliera. Le dipendenti avevano accumulato anni di contratti a tempo determinato. Esse chiedevano la stabilizzazione del rapporto di lavoro o, in subordine, il risarcimento del danno per l’illegittima precarizzazione. La Corte d’Appello aveva rigettato le loro richieste. Per quanto riguarda la stabilizzazione, i giudici di secondo grado avevano accertato il mancato raggiungimento dei 36 mesi di servizio richiesti da un protocollo regionale. Più gravemente, la Corte d’Appello aveva negato anche il risarcimento del danno. Secondo i giudici di merito, infatti, non si poteva parlare di abuso di contratti a termine se la durata totale dei rapporti non superava i 36 mesi.

Il limite dei 36 mesi non è una barriera per il risarcimento

Le lavoratrici hanno quindi presentato ricorso in Cassazione, contestando questa interpretazione restrittiva. La Suprema Corte ha dato loro ragione, ribaltando la decisione d’appello. I giudici di legittimità hanno spiegato che non bisogna confondere due piani diversi. Da un lato c’è il diritto alla conversione del contratto o alla stabilizzazione, che può essere subordinato a specifici limiti temporali. Dall’altro lato c’è il diritto al risarcimento del danno per l’utilizzo illegittimo dei contratti a tempo determinato. La Pubblica Amministrazione può assumere a termine solo per esigenze temporanee ed eccezionali. Se queste esigenze non esistono, o se i contratti non indicano chiaramente le ragioni dell’assunzione, i contratti stessi sono nulli. Questa nullità genera automaticamente un danno per il lavoratore, che deve essere indennizzato.

Le motivazioni della decisione sull’abuso di contratti a termine

Nelle motivazioni della decisione sull’abuso di contratti a termine, la Cassazione ha richiamato importanti principi europei e nazionali. La Direttiva comunitaria sul lavoro a tempo determinato impone agli Stati membri di prevenire e sanzionare l’utilizzo abusivo di questi contratti. Nel pubblico impiego italiano vige il divieto assoluto di trasformare il rapporto precario in un contratto a tempo indeterminato. Proprio per questo divieto, il risarcimento del danno diventa l’unica vera misura di tutela per il lavoratore. I giudici hanno chiarito che l’abuso si configura ogni volta che la Pubblica Amministrazione rinnova i contratti senza reali motivi straordinari. Questo accade indipendentemente dalla durata complessiva del rapporto. Anche se il lavoratore ha prestato servizio per meno di 36 mesi, ha comunque subito una precarizzazione illegittima se i contratti erano privi di causale valida.

Le conclusioni sul caso specifico

Le conclusioni sul caso specifico vedono la piena vittoria delle lavoratrici sul fronte risarcitorio. La Corte di Cassazione ha accolto il loro ricorso e ha annullato la sentenza della Corte d’Appello. La causa è stata rimandata a un nuovo collegio di giudici di merito, che dovrà riesaminare la vicenda. I giudici dovranno verificare se i contratti a termine stipulati dalle lavoratrici fossero privi di adeguate motivazioni. In caso positivo, l’Azienda Ospedaliera dovrà pagare a ciascuna lavoratrice un’indennità risarcitoria compresa tra 2,5 e 12 mensilità dell’ultima retribuzione. Questa decisione rappresenta un passo avanti cruciale per la tutela dei lavoratori precari della sanità pubblica, confermando che la legalità dei contratti non si misura solo con il calendario.

Quando si configura l’abuso dei contratti a tempo determinato nel pubblico impiego?
L’abuso si verifica quando l’amministrazione pubblica rinnova ripetutamente i contratti a termine senza reali esigenze temporanee o eccezionali, oppure senza indicare le motivazioni specifiche nei contratti.

Il risarcimento per abuso spetta anche a chi ha lavorato per meno di 36 mesi?
Sì, la Corte di Cassazione ha chiarito che il diritto al risarcimento del danno spetta al lavoratore precario anche se la durata complessiva dei contratti non ha superato la soglia dei 36 mesi.

Cosa rischia la Pubblica Amministrazione che abusa dei contratti a termine?
Anche se non è possibile la conversione automatica del rapporto in un contratto a tempo indeterminato, l’amministrazione è tenuta a risarcire il lavoratore con un’indennità compresa tra 2,5 e 12 mensilità.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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