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Legge 291/1988

8 provvedimenti

Imponibile contributivo: addio esenzione senza vero incentivo
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda editoriale contro l'ente previdenziale dei giornalisti, confermando l'obbligo di pagare i contributi previdenziali su una somma erogata al direttore alla cessazione del rapporto. L'azienda sosteneva che tale importo fosse escluso dall'imponibile contributivo in quanto legato alla fine del rapporto. Tuttavia, i giudici hanno chiarito che, non essendoci una finalità di incentivo all'esodo (poiché il lavoratore si era già dimesso), la somma costituiva una mera integrazione del trattamento di fine rapporto (T.F.R.). Di conseguenza, l'importo rientra pienamente nell'imponibile contributivo, obbligando il datore di lavoro al versamento dei relativi contributi.
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Ripetizione di indebito assistenziale: quando è nulla
Il caso riguarda la ripetizione di indebito assistenziale richiesta da un ente previdenziale a causa del superamento dei limiti reddituali. Il Tribunale ha stabilito che, se il cittadino ha regolarmente dichiarato i propri redditi all'amministrazione finanziaria, non sussiste dolo e le somme erogate in buona fede non sono ripetibili fino alla data del provvedimento di revoca.
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Indennità di trasferta: onere della prova del datore
La Corte di Cassazione ha stabilito che spetta al datore di lavoro, e non all'ente previdenziale, l'onere di provare la sussistenza dei requisiti per l'esenzione contributiva sull'indennità di trasferta. Se non sono soddisfatte le condizioni per il regime speciale dei trasfertisti, si deve verificare l'applicabilità del regime generale di esenzione parziale, la cui prova è sempre a carico dell'azienda. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per non aver seguito questo principio.
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Onere della prova indennità di trasferta: chi prova?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 22923/2024, ha stabilito un principio fondamentale sull'onere della prova per l'indennità di trasferta. In un caso tra l'ente previdenziale e una società cooperativa, la Corte ha chiarito che, una volta che l'ente dimostra l'erogazione di somme al lavoratore, spetta al datore di lavoro provare la sussistenza delle condizioni per l'esenzione contributiva. La sentenza della Corte d'Appello, che aveva posto l'onere a carico dell'ente, è stata annullata con rinvio.
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Indennità di trasferta: chi prova l’esenzione?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 22920/2024, ha chiarito la ripartizione dell'onere della prova in materia di indennità di trasferta. L'Ente Previdenziale deve solo dimostrare l'erogazione di somme al lavoratore, mentre spetta al datore di lavoro provare la sussistenza dei requisiti per l'esenzione contributiva, come il rispetto dei limiti di importo previsti dalla legge. Nel caso specifico, il ricorso dell'Ente è stato rigettato poiché la Corte d'Appello aveva correttamente accertato che le indennità pagate non superavano i limiti di esenzione, rendendole non soggette a contribuzione.
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Minimale contributivo: prevale il contratto individuale
La Corte di Cassazione ha stabilito che, ai fini del calcolo del minimale contributivo, la retribuzione prevista nel contratto individuale prevale se è superiore a quella del contratto collettivo. La cessazione di un accordo aziendale che prevedeva un'indennità non esonera il datore di lavoro dal versare i contributi su tale indennità, se questa è ancora prevista dai singoli contratti di lavoro. Il principio del minimale contributivo garantisce una base di calcolo inderogabile, fondata sulla retribuzione astrattamente dovuta e non solo su quella concretamente erogata.
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Onere della prova contributi: pretesa generica bocciata
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un ente previdenziale contro due società, confermando che l'onere della prova per i contributi non versati spetta all'ente stesso. Una richiesta basata su un generico prospetto riepilogativo, senza specificare i fatti e le ragioni giuridiche per ogni singolo lavoratore, è stata ritenuta inammissibile. La Corte ha sottolineato che l'allegazione deve essere sufficientemente dettagliata da permettere al debitore di difendersi e al giudice di comprendere la natura della pretesa.
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Domanda riconvenzionale: limiti nel rito del lavoro
Una società di trasporti è stata condannata a versare contributi a un ente previdenziale di categoria. In Cassazione, la società ha contestato, tra l'altro, l'ammissibilità della domanda riconvenzionale dell'ente, presentata per la prima volta nel giudizio riassunto a seguito di una dichiarazione di incompetenza territoriale. La Suprema Corte ha accolto questo motivo, stabilendo che nel rito del lavoro, a differenza di quello ordinario, la riassunzione è una mera prosecuzione del processo e non consente di introdurre una nuova domanda riconvenzionale. Tuttavia, ha confermato nel merito il debito contributivo dell'azienda.
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