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Legge 247/2007

34 provvedimenti

Pensione di anzianità in salvaguardia e contratti a termine
Una lavoratrice collocata in mobilità prima del 15 luglio 2007 ha svolto alcuni contratti di lavoro a tempo determinato durante il periodo di tutela. L'ente previdenziale ha respinto la richiesta per ottenere la pensione di anzianità in salvaguardia. Secondo l'istituto, il lavoro temporaneo non poteva prolungare la mobilità ai fini del raggiungimento dei requisiti anagrafici e contributivi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, smentendo la tesi dell'ente. La legge riconosce espressamente al lavoratore la facoltà di accettare incarichi a termine senza perdere la qualifica di persona in mobilità. Di conseguenza, il conseguente slittamento del termine finale di mobilità è pienamente valido per maturare i requisiti pensionistici previgenti.
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Pensione supplementare di vecchiaia: età e nuove norme
Una lavoratrice, già titolare di un trattamento previdenziale principale, ha richiesto all'ente di previdenza la pensione supplementare di vecchiaia per i contributi versati nella Gestione Commercianti. L'ente ha respinto la domanda per difetto dell'età pensionabile. La richiedente riteneva sufficiente il compimento dei 60 anni in base alla legge anteriore. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego dell'ente previdenziale. Il diritto alla pensione supplementare di vecchiaia costituisce un beneficio del tutto autonomo rispetto alla prestazione principale. Di conseguenza, l'età minima richiesta deve essere determinata in base alla legge vigente alla data di presentazione della domanda amministrativa (pari nel caso a 64 anni e 9 mesi) e non in base alle norme del passato.
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Opzione donna: negato il ricalcolo per chi è già in pensione
Una lavoratrice otteneva la pensione anticipata beneficiando delle agevolazioni previste per chi versa contribuzione volontaria, con calcolo retributivo. Successivamente, la pensionata chiedeva all'ente previdenziale di ricalcolare l'assegno applicando il regime di Opzione donna con metodo contributivo, al fine di ottenere un importo mensile più alto grazie agli stipendi elevati dell'ultimo decennio. La Corte d'Appello accoglieva la domanda della donna. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato l'esito, accogliendo il ricorso dell'INPS. I giudici hanno chiarito che le due agevolazioni perseguono lo stesso scopo di anticipo pensionistico e corrono su binari paralleli. Chi ha già beneficiato della salvaguardia anagrafica non può pretendere il ricalcolo mediante Opzione donna per ragioni di mera convenienza economica.
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Contratto a termine illegittimo: Cassazione tutela il lavoratore
Una Lavoratrice ha impugnato una serie di contratti a termine, chiedendo la conversione in rapporto a tempo indeterminato e un'indennità. Il Tribunale ha dichiarato la decadenza per i primi contratti, mentre la Corte d'Appello ha riconosciuto l'illegittimità dell'ultimo contratto per superamento del limite dei 36 mesi. L'Azienda ha presentato ricorso principale, contestando il calcolo dei 36 mesi. La Lavoratrice ha proposto ricorso incidentale, sostenendo che la sua richiesta di conciliazione aveva sospeso i termini di decadenza. La Cassazione ha rigettato il ricorso principale dell'Azienda e accolto quello incidentale della Lavoratrice, riconoscendo che la richiesta di conciliazione sospende i termini per impugnare il contratto a termine illegittimo. La sentenza è stata cassata e rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Disoccupazione agricola: salario reale o convenzionale?
Una lavoratrice agricola a tempo determinato ha chiesto all'ente previdenziale il ricalcolo della propria disoccupazione agricola. La ricorrente sosteneva che l'importo dell'indennità dovesse basarsi sul più favorevole salario medio convenzionale provinciale anziché sulla retribuzione contrattuale effettiva. L'ente previdenziale ha respinto la richiesta applicando i compensi reali. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione di secondo grado favorevole all'ente. La legge ha definitivamente sostituito il meccanismo del salario medio convenzionale con quello della retribuzione reale fissata dai contratti collettivi per tutti gli operai agricoli. Il vecchio parametro convenzionale sopravvive esclusivamente per figure residuali prive di una contrattazione specifica, come i piccoli coloni e i compartecipanti familiari. La lavoratrice ha quindi perso il ricorso.
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Pensione di anzianità: salvaguardia e requisiti di età
Un lavoratore ha agito in giudizio contro l'ente previdenziale per ottenere la pensione di anzianità con i requisiti della cosiddetta quota 96. Il ricorrente riteneva applicabili le sole regole bloccate al 2011 previste per i soggetti salvaguardati, escludendo i successivi aumenti per speranza di vita. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che il regime di salvaguardia ripristina la normativa previgente nella sua interezza. Tale disciplina includeva già gli incrementi progressivi dei requisiti di età e contributi scattati negli anni successivi, come il passaggio a quota 97.
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Conversione del contratto a termine: no alla tolleranza di 30 giorni
Una lavoratrice ha svolto le proprie mansioni per un'azienda attraverso due contratti a tempo determinato successivi, superando la durata complessiva di trentasei mesi. L'azienda ha sostenuto che si dovesse applicare il periodo di tolleranza di trenta giorni prima di far scattare la sanzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando che il superamento del limite massimo di trentasei mesi comporta l'immediata conversione del contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato. I giudici hanno chiarito che il cosiddetto periodo cuscinetto non si applica alla successione di contratti che supera il limite temporale massimo stabilito dalla legge. Di conseguenza, è stata confermata la conversione del contratto a termine e la condanna dell'azienda al risarcimento dei danni e al pagamento delle spese legali.
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Disoccupazione agricola: vince il salario reale su quello teorico
Un'operaia agricola a tempo determinato ha contestato il calcolo della propria indennità di disoccupazione agricola effettuato dall'Ente Previdenziale. L'Ente aveva calcolato la prestazione basandosi sul salario contrattuale effettivo, mentre la lavoratrice riteneva si dovesse applicare il salario medio convenzionale, storicamente più favorevole. La Corte d'Appello ha dato ragione all'Ente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice, confermando che la legge ha ormai sostituito il vecchio criterio del salario convenzionale con quello della retribuzione prevista dai contratti collettivi. Di conseguenza, l'indennità deve essere calcolata sulla base del salario contrattuale reale. Le spese del giudizio sono state compensate tra le parti.
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Chiede la pensione ma era già licenziato: il caso della carenza di interesse
Un dipendente pubblico impugna la cessazione del servizio per raggiunti limiti di età, chiedendo di rimanere fino al raggiungimento dei contributi minimi per la pensione. La Corte di Cassazione, però, non esamina la richiesta. Dichiara il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Il motivo è che, nel frattempo, un'altra sentenza definitiva aveva confermato il licenziamento disciplinare dello stesso dipendente, con effetto retroattivo a molti anni prima. Poiché il rapporto di lavoro era già legalmente terminato per un'altra causa, diventava inutile decidere sulla sua proroga. Il lavoratore perde quindi la causa e viene condannato a pagare le spese legali.
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Pensione di vecchiaia anticipata: le nuove regole
La Corte di Cassazione ha chiarito che il regime del differimento di dodici mesi per l'accesso al trattamento pensionistico si applica anche alla pensione di vecchiaia anticipata spettante ai lavoratori con invalidità non inferiore all'ottanta per cento. La decisione ribalta l'orientamento dei giudici di merito, stabilendo che, in assenza di una norma di esclusione specifica, lo slittamento della decorrenza previsto dalla legge generale deve essere rispettato anche per questa categoria protetta.
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Pensione supplementare: i nuovi requisiti INPS
La Corte di Cassazione ha stabilito che la pensione supplementare è un beneficio autonomo rispetto al trattamento principale. Per determinare i requisiti necessari al suo ottenimento, non conta la data di maturazione della pensione di vecchiaia, bensì la normativa vigente al momento della presentazione della domanda amministrativa. Nel caso di specie, una contribuente aveva richiesto la pensione supplementare dopo l'entrata in vigore della Riforma Fornero, pretendendo però l'applicazione del precedente regime più favorevole. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, negando l'estensione delle clausole di salvaguardia a questa specifica prestazione.
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Successione contratti a termine: i limiti legali
La Corte di Cassazione ha stabilito che nella successione contratti a termine nel settore artistico, ai fini del computo del limite massimo di 36 mesi, devono essere inclusi anche i periodi di lavoro regolati da normative precedenti al 2001. Il caso riguardava un ispettore d'orchestra che aveva lavorato per un ente teatrale con numerosi contratti dal 1997 al 2011. La Suprema Corte ha chiarito che la natura artistica dell'attività non giustifica una reiterazione illimitata senza ragioni obiettive e concrete, confermando il diritto del lavoratore al risarcimento del danno pari a sei mensilità.
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Rinuncia al risarcimento: quando è nulla per la legge?
La Corte di Cassazione ha stabilito che la rinuncia al risarcimento del danno da parte di lavoratori precari del settore pubblico è da considerarsi nulla qualora sia collegata, in un rapporto sinallagmatico, alla stipula di un ulteriore contratto a termine che viola norme imperative, come il superamento del limite massimo di durata di 36 mesi. Il caso riguardava alcuni agenti di polizia municipale che avevano accettato un nuovo contratto part-time rinunciando a ogni pretesa pregressa. La Corte ha cassato la sentenza d'appello, dichiarando la nullità sia della clausola contrattuale sia della conseguente rinuncia.
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Risarcimento danno pubblico impiego: la Cassazione
La Corte di Cassazione conferma il diritto al risarcimento del danno per una lavoratrice del pubblico impiego a causa dell'abusiva reiterazione di contratti a termine. L'ordinanza ribadisce che tale danno, definito 'comunitario', è presunto e non richiede una prova specifica da parte del dipendente, consolidando un importante principio a tutela dei lavoratori precari della Pubblica Amministrazione. L'appello dell'ente pubblico è stato respinto in quanto basato su questioni di merito non riesaminabili in sede di legittimità.
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Danno da reiterazione: risarcimento nel pubblico impiego
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al risarcimento del danno da reiterazione abusiva di contratti a termine per un dirigente medico del settore pubblico. La Corte ha stabilito che tale danno è di natura 'comunitaria', presunto e non necessita di prova specifica da parte del lavoratore. La successiva assunzione a tempo indeterminato, poi dichiarata nulla, non elimina il diritto al risarcimento per l'abuso pregresso. Il ricorso dell'azienda sanitaria è stato respinto.
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Risarcimento danno pubblico impiego: la Cassazione
La Corte di Cassazione conferma il diritto al risarcimento del danno per un dirigente medico a causa dell'abusiva reiterazione di contratti a termine da parte di un'azienda sanitaria pubblica. La sentenza ribadisce che, nel pubblico impiego, il superamento del limite di durata dei contratti a termine genera un 'danno comunitario' presunto, che non necessita di prova specifica da parte del lavoratore. Viene quindi liquidata un'indennità risarcitoria, escludendo però la possibilità di conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato. La Corte rigetta sia il ricorso dell'ente pubblico, che contestava la sussistenza del danno, sia quello del lavoratore, che chiedeva un risarcimento maggiore e la condanna della Regione.
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Ingiunzione fiscale: limiti all’impugnazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha respinto il ricorso di un contribuente contro un'ingiunzione fiscale per il pagamento dell'IMU. La Corte ha chiarito che l'impugnazione dell'ingiunzione, quando segue un avviso di accertamento già notificato, è limitata ai vizi propri dell'atto di riscossione e non può rimettere in discussione il merito della pretesa tributaria. Sono stati inoltre respinti i motivi relativi al presunto giudicato interno, alla litispendenza e ai vizi formali per mancanza di specificità e autosufficienza.
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Fondo di Garanzia TFR: quando paga l’INPS?
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'obbligo del Fondo di Garanzia TFR di pagare il Trattamento di Fine Rapporto in caso di insolvenza del datore di lavoro non è subordinato alla preventiva escussione di altri eventuali debitori solidali. Nel caso esaminato, un lavoratore di una società fallita, nata da una scissione, si è visto riconoscere il diritto al pagamento diretto da parte dell'INPS, nonostante la potenziale responsabilità dell'originaria società. La Corte ha ribadito la natura previdenziale e autonoma dell'obbligazione del Fondo, che garantisce un accesso diretto alla prestazione per il lavoratore.
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Pensione di vecchiaia invalidità: adeguamenti età
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha stabilito che la pensione di vecchiaia invalidità è soggetta all'adeguamento dell'età pensionabile in base all'incremento della speranza di vita. La Corte ha cassato la precedente decisione della Corte d'Appello, la quale aveva escluso tale adeguamento, chiarendo che lo stato di invalidità costituisce solo una condizione per accedere anticipatamente al trattamento di vecchiaia, senza però alterarne la natura. Pertanto, si applicano le regole generali sull'aumento dell'età pensionabile.
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Rapporto di lavoro full time: prova e accordo tacito
Una lavoratrice assunta senza un contratto part-time scritto rivendica un rapporto di lavoro full time. La Cassazione conferma la presunzione di tempo pieno, ma chiarisce che una prassi consolidata di sospensione del lavoro (lavoro solo nei giorni di apertura di un locale), supportata da un accordo sindacale, costituisce una clausola tacita del contratto. Il datore di lavoro non può modificare unilateralmente tale clausola, riducendo le giornate garantite, senza un nuovo consenso del lavoratore.
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