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Legge 23 luglio 1991 n. 223

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Licenziamento collettivo: reintegro salvo, risarcimento al passivo
Due dipendenti hanno impugnato il loro licenziamento collettivo, sostenendo che l'azienda cedente avesse violato i corretti criteri di scelta e ristretto indebitamente la platea dei lavoratori licenziabili. I giudici hanno annullato il recesso, ordinando la reintegrazione del personale presso la società cessionaria subentrata nell'attività. La Suprema Corte ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo: l'azienda non ha provato la reale infungibilità dei ruoli, estesa anche alle mansioni pregresse. L'accordo di trasferimento d'azienda non può escludere arbitrariamente i lavoratori. Tuttavia, a causa dell'amministrazione straordinaria della società acquirente, le richieste di indennizzo economico devono essere presentate esclusivamente davanti al giudice fallimentare con l'insinuazione allo stato passivo.
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Accordo sindacale esodo: la guida alla validità
Un lavoratore ha impugnato un accordo sindacale esodo, sostenendo la sua inefficacia per il mancato raggiungimento del quorum di adesioni. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che per il calcolo del quorum si deve considerare il piano di esodo nella sua interezza, comprese le diverse fasi. Poiché il numero totale di aderenti superava la soglia richiesta, l'accordo è stato ritenuto valido e la pretesa risarcitoria del lavoratore è stata rigettata.
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Accordo sindacale: quando è valido l’incentivo all’esodo
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore che contestava la validità di un accordo sindacale per l'esodo incentivato. La Corte ha stabilito che il quorum di adesioni necessario per l'efficacia dell'accordo doveva essere calcolato considerando l'intero piano di esodazione aziendale e non solo la singola fase a cui il lavoratore aveva aderito. Di conseguenza, il numero di aderenti era sufficiente e la risoluzione del rapporto di lavoro valida, senza diritto ad alcun risarcimento.
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Ultrapetizione: quando il giudice eccede la domanda
Un lavoratore accetta un incentivo all'esodo e poi contesta l'accordo per presunta discriminazione. Il giudice di primo grado dichiara l'accordo inefficace per un motivo non richiesto dal lavoratore, incorrendo nel vizio di ultrapetizione. La Corte di Cassazione conferma la decisione d'appello, ribadendo che il giudice non può pronunciare oltre i limiti della domanda formulata dalle parti.
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Divieto di licenziamento: quando è nullo in appalto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19185/2024, ha stabilito che il divieto di licenziamento introdotto durante la pandemia COVID-19 si applica anche nei casi di cambio appalto. Se il lavoratore rifiuta legittimamente l'assunzione da parte della nuova impresa a causa di condizioni contrattuali peggiorative, il licenziamento intimato dall'azienda uscente è nullo. La Corte ha chiarito che l'eccezione alla norma emergenziale richiede un'effettiva riassunzione e non una semplice proposta di lavoro, tutelando così il lavoratore da un peggioramento del trattamento economico e normativo.
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Criteri CIGS: quando il ricorso è inammissibile
Un gruppo di lavoratori ha contestato la legittimità della loro sospensione in Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS), sostenendo la genericità dei criteri di individuazione e rientro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il loro ricorso inammissibile, confermando la decisione della Corte d'Appello. Secondo i giudici, la valutazione dei criteri CIGS spetta al giudice di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità se il ricorso si limita a proporre una diversa interpretazione dei fatti.
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Criteri cassa integrazione: ricorso inammissibile
Un gruppo di lavoratori ha impugnato la sospensione in cassa integrazione straordinaria, lamentando la genericità dei criteri di rientro. Dopo una decisione favorevole in primo grado, la Corte d'Appello ha respinto le loro domande. La Corte di Cassazione ha dichiarato il successivo ricorso inammissibile, sottolineando che non è possibile chiedere al giudice di legittimità un riesame dei fatti. La Corte ha ribadito che la valutazione sull'adeguatezza dei criteri cassa integrazione spetta al giudice di merito e il ricorso deve indicare specifiche violazioni di legge, non limitarsi a una diversa interpretazione delle prove.
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