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Legge 148/1993

14 provvedimenti

Assegni al nucleo familiare: Cassazione ribalta la decisione d’Appello
Una Lavoratrice, impiegata in lavori di pubblica utilità, ha chiesto gli assegni al nucleo familiare per il periodo 2002-2007. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda, ritenendo l'Amministrazione Regionale non legittimata a contraddire, indicando l'INPS come unico responsabile. La Cassazione ha accolto il ricorso della Lavoratrice. Ha stabilito che la Regione, avendo ricevuto i fondi per l'occupazione e riconosciuto l'obbligo, era il soggetto legittimato a rispondere. La sentenza d'Appello è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Indennità di mobilità anticipata: vince il lavoratore cancellato
L'Ente Previdenziale ha impugnato la decisione che lo condannava a pagare al Lavoratore l'indennità di mobilità anticipata per l'intero periodo di trentasei mesi. L'Ente sosteneva che il beneficio non potesse superare l'anno di concessione a causa della successiva cancellazione del Lavoratore dalle liste di mobilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Previdenziale. I giudici hanno stabilito che il diritto all'indennità di mobilità anticipata matura prima della cancellazione dalle liste, la quale avviene proprio come conseguenza dell'opzione per il pagamento in un'unica soluzione. Pertanto, il Lavoratore ha diritto all'intero importo spettante, comprese le proroghe annuali, senza che la cancellazione dalle liste ne pregiudichi l'erogazione complessiva.
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Indennità di mobilità anticipata: l’INPS deve pagare tutto
Il Lavoratore ha richiesto l'erogazione dell'indennità di mobilità anticipata in un'unica soluzione per avviare un'attività autonoma. L'Istituto Previdenziale ha liquidato una sola mensilità anziché le ventiquattro spettanti, sostenendo che la cancellazione dalle liste di mobilità, avvenuta a seguito della richiesta, facesse perdere il diritto alle mensilità successive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente previdenziale, confermando che il diritto all'intero trattamento matura prima della cancellazione dalle liste. Quest'ultima rappresenta solo un effetto dell'opzione esercitata dal lavoratore e non un limite al pagamento dell'intera somma spettante.
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Pensione o indennità di mobilità: la Cassazione nega la scelta
Un ex ufficiale di Marina, titolare di pensione di anzianità, ha richiesto l'indennità di mobilità offrendosi di rinunciare temporaneamente alla pensione. L'ente previdenziale ha negato la prestazione e la Corte d'Appello ha confermato il rifiuto. La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che l'indennità di mobilità è assolutamente incompatibile con i trattamenti pensionistici di anzianità. La legge riconosce la facoltà di opzione tra i due trattamenti esclusivamente ai titolari di pensione di invalidità, a causa della loro condizione di maggiore bisogno economico. Per chi percepisce una pensione di anzianità non esiste alcuna possibilità di scelta o rinuncia a favore del sussidio. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Anticipazione dell’indennità di mobilità: sì all’intero importo
Un lavoratore ha chiesto all'INPS l'anticipazione dell'indennità di mobilità in un'unica soluzione per l'intera durata di trentasei mesi. L'ente previdenziale ha invece concesso solo sei mensilità, sostenendo che la successiva cancellazione del lavoratore dalle liste di mobilità impedisse l'erogazione delle somme per gli anni successivi al 2012. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il diritto all'anticipazione dell'indennità di mobilità matura prima della cancellazione dalle liste, la quale costituisce solo un effetto della scelta di ricevere il pagamento anticipato. Di conseguenza, l'INPS deve erogare l'intero importo spettante e non può limitarlo al solo anno di concessione. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d'appello.
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Responsabilità solidale appalto: limiti e sanzioni
La Corte d'Appello ha esaminato un caso di responsabilità solidale appalto riguardante omissioni contributive. La decisione chiarisce che, sebbene il committente sia tenuto a pagare i contributi previdenziali omessi dall'appaltatore, tale obbligo non si estende alle sanzioni civili. Inoltre, il provvedimento analizza la legittimità del distacco del personale, qualificandolo come somministrazione irregolare in assenza di un reale interesse del distaccante.
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Distacco del lavoratore: valido anche se il dipendente si oppone
Un gruppo di operatori telefonici ha contestato la legittimità del proprio trasferimento temporaneo presso un'altra società del medesimo gruppo. Il Lavoratore ha promosso ricorso sostenendo l'assenza di un reale interesse dell'Azienda distaccante, requisito fondamentale per il distacco del lavoratore. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Lavoratore. I giudici hanno confermato la piena legittimità del provvedimento aziendale. L'interesse dell'Azienda distaccante consisteva nel far acquisire ai propri dipendenti competenze specifiche nel settore ferroviario per future opportunità commerciali. La Cassazione ha chiarito che tale finalità formativa e strategica integra perfettamente l'interesse richiesto dalla legge, rendendo valido il distacco. Il Lavoratore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali.
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Distacco del lavoratore: legittimo se accresce la professionalità
Una lavoratrice ha impugnato il proprio distacco da un'azienda di servizi di call center a un'altra società del gruppo, ritenendolo illegittimo per mancanza di un reale interesse del datore di lavoro originario. Il Tribunale le aveva dato ragione, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, ritenendo provato l'interesse formativo e professionale della società distaccante. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice, confermando che il distacco del lavoratore è pienamente legittimo se finalizzato ad accrescere le competenze professionali del personale per future commesse. La valutazione di tale interesse spetta ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità.
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Contratto di solidarietà: obblighi del datore di lavoro
Un'associazione datoriale ha impugnato la sentenza che la condannava al pagamento di differenze retributive a un ex dipendente, sorte nell'ambito di un contratto di solidarietà. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il datore di lavoro è tenuto ad anticipare il contributo di solidarietà al lavoratore, salvo poi richiederne il rimborso all'INPS. L'ordinanza sottolinea inoltre l'importanza del principio di autosufficienza del ricorso.
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Licenziamento collettivo dirigenti: obblighi UE
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società, confermando che le procedure di informazione e consultazione sindacale previste per il licenziamento collettivo si applicano obbligatoriamente anche ai dirigenti. La sentenza sottolinea come questa estensione derivi dalla necessità di adeguare la normativa italiana alla direttiva europea 98/59/CE, a seguito di una precedente condanna da parte della Corte di Giustizia UE. La Corte ha chiarito che tale obbligo sussiste per tutte le tipologie di licenziamento collettivo, senza distinzioni.
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Inammissibilità dell’appello: la decisione sul merito
La Corte di Cassazione chiarisce che, una volta riscontrata la mancanza dei requisiti di legge, scatta l'inammissibilità dell'appello e il giudice non può più esprimersi sul merito della causa. Nel caso specifico, un ente previdenziale aveva presentato un appello generico, che la Corte d'Appello aveva definito 'al limite dell'inammissibilità' per poi rigettarlo nel merito. La Suprema Corte ha cassato questa decisione, stabilendo che il giudice d'appello avrebbe dovuto fermarsi alla dichiarazione di inammissibilità, poiché qualsiasi valutazione successiva sul merito è da considerarsi giuridicamente irrilevante.
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Assetti proprietari coincidenti: incentivi negati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società che si era vista negare gli incentivi per l'assunzione di lavoratori provenienti da un'altra impresa. La decisione si basa sul concetto di 'assetti proprietari coincidenti', confermando che per la sua sussistenza non è necessaria una perfetta identità societaria, ma sono sufficienti forti legami familiari e operativi tra le due entità. La Corte ha ribadito che la valutazione di tali fatti spetta ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità.
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Mutamento mansioni: quando è legittimo? Il caso
Un autista-soccorritore accetta un corso per operatore socio-sanitario per evitare il licenziamento a causa di esuberi. Successivamente contesta il mutamento mansioni come dequalificazione. La Cassazione rigetta il ricorso, confermando che l'assegnazione a nuove mansioni era legittima, poiché basata sul consenso del lavoratore e finalizzata a salvaguardare il posto di lavoro, senza che si configurasse un distacco o demansionamento illegittimo.
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Indennità di mobilità: quando spetta nel terziario?
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso relativo all'indennità di mobilità per una dipendente di un'azienda di servizi. Annullando la decisione d'appello, la Corte ha stabilito che l'iscrizione nelle liste di mobilità non conferisce un diritto automatico alla prestazione. È essenziale verificare concretamente se l'attività del datore di lavoro rientri nel campo di applicazione della CIGS, presupposto fondamentale. Il caso è stato rinviato per accertare la natura 'commerciale' dell'attività aziendale.
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