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L. 223/1991

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Fondo di Garanzia INPS: CIGS e mensilità arretrate, la Cassazione decide
Una lavoratrice ha chiesto al Fondo di Garanzia INPS il pagamento di tre mensilità arretrate, riferite a un periodo di Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) prima della dichiarazione di insolvenza. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che le mensilità dovute fossero quelle immediatamente precedenti il licenziamento, nonostante l'assenza di effettiva prestazione lavorativa. La Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che, per il Fondo di Garanzia INPS, i periodi di CIGS, senza maturazione di diritti salariali, devono essere neutralizzati nel calcolo delle ultime tre mensilità. Il ricorso della lavoratrice è stato quindi respinto.
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Fondo di Garanzia INPS: TFR pagato anche dopo cessione
Un lavoratore richiedeva l'intervento del Fondo di Garanzia INPS per ottenere il pagamento del proprio trattamento di fine rapporto. Il datore di lavoro originario aveva ceduto il ramo aziendale a una seconda impresa in bonis, ma il contratto era stato successivamente risolto con la retrocessione dell'azienda e il definitivo fallimento della prima società. L'ente previdenziale rifiutava l'erogazione sostenendo la responsabilità solidale dell'impresa cessionaria ancora attiva. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'ente. I giudici hanno chiarito che l'obbligazione previdenziale è autonoma rispetto ai debiti contrattuali tra aziende. Poiché il licenziamento è avvenuto dopo il rientro del dipendente presso l'azienda poi fallita, l'ente pubblico deve liquidare integralmente la prestazione maturata.
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Giudicato interno e licenziamento: limiti d’appello
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza d'appello che aveva riqualificato un licenziamento collettivo in licenziamento individuale, ipotizzando un trasferimento d'azienda simulato. La decisione si fonda sul principio del **Giudicato interno**: poiché la qualificazione della procedura come collettiva operata in primo grado non era stata oggetto di specifico appello, essa era divenuta definitiva. Il giudice di secondo grado non poteva dunque mutare d'ufficio la natura giuridica della domanda, violando i limiti del processo e le preclusioni maturate.
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Trasferimento d’azienda: guida alla rinuncia al ricorso
La controversia trae origine dal licenziamento di un dipendente operante nel settore dell'emergenza sanitaria, avvenuto durante un complesso passaggio di gestione tra due società pubbliche. I giudici di merito avevano accertato la sussistenza di un trasferimento d'azienda ai sensi dell'art. 2112 c.c., dichiarando la nullità del licenziamento e ordinando la reintegra del lavoratore. La società subentrante ha proposto ricorso in Cassazione, ma prima dell'udienza ha depositato un atto di rinuncia a seguito di una conciliazione raggiunta tra le parti. La Suprema Corte ha dunque dichiarato l'estinzione del processo, confermando che la rinuncia è un atto unilaterale che non richiede accettazione per produrre i suoi effetti.
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Indennità supplementare: la motivazione reale prevale
Un dirigente impugna il licenziamento per ottenere l'indennità supplementare. La Corte di Cassazione, con ordinanza 10226/2023, stabilisce un principio cruciale: per il diritto all'indennità non conta la motivazione formale addotta dall'azienda, ma la ragione oggettiva e sostanziale del recesso, come una riorganizzazione o crisi aziendale. La Corte ha inoltre censurato la corte d'appello per non essersi pronunciata su tutte le domande del lavoratore, rinviando il caso per un nuovo esame.
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Scientia decoctionis: prova e oneri del curatore
Una società cooperativa in liquidazione ha agito in revocatoria contro una compagnia di telecomunicazioni per pagamenti ricevuti prima dell'insolvenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione d'appello. La Corte ha stabilito che la procedura non ha fornito prove sufficienti della 'scientia decoctionis' del creditore, ovvero la sua effettiva conoscenza dello stato di insolvenza. È stato ribadito che la valutazione degli indizi è di competenza dei giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità se la motivazione è adeguata.
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Retrocessione ramo d’azienda: quando è evasione
Il Tribunale di Torino ha stabilito che una simulata cessazione di attività, che nasconde una retrocessione ramo d'azienda alla società controllante, integra evasione contributiva. L'azienda aveva ottenuto la CIGS per cessazione, ma il giudice ha accertato la continuità aziendale, negando il beneficio e confermando l'avviso di addebito dell'ente previdenziale.
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