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D.P.R. 443/1997

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Diniego del credito IVA: inutile il riporto se non si impugna
Una società di compravendita immobiliare ha impugnato il diniego del credito IVA relativo all'anno 2013, che l'Agenzia delle Entrate aveva rifiutato poiché la sede legale della società era risultata inesistente durante i controlli. La società non ha impugnato tempestivamente il primo rifiuto, ma ha cercato di recuperare la somma riportando il credito nella dichiarazione dell'anno successivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che il mancato ricorso contro il primo provvedimento rende definitivo il diniego del credito IVA. Di conseguenza, il contribuente non può aggirare la decadenza riportando il credito non riconosciuto nelle annualità successive. La società è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Riporto del credito IVA: il Fisco batte la sede fantasma
L'Agenzia delle Entrate ha negato a una società il rimborso di un credito d'imposta perché la sede legale dichiarata era inesistente. La società non ha impugnato il diniego, ma ha effettuato il riporto del credito IVA nelle dichiarazioni degli anni successivi, chiedendone nuovamente il rimborso. I giudici di merito avevano dato ragione alla società, distinguendo tra diritto al rimborso e diritto al riporto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno stabilito che il riporto del credito IVA non è consentito se il precedente diniego di rimborso si fondava sull'inesistenza stessa del credito e non indicava alcuna somma spettante al contribuente. Di conseguenza, la società perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Credito IVA: regole per il riporto dopo il diniego
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate contro una società che aveva utilizzato un Credito IVA in dichiarazione nonostante un precedente diniego di rimborso. La CTR aveva annullato l'accertamento ritenendo che l'Ufficio avesse integrato la motivazione solo in sede di giudizio. La Suprema Corte ha invece stabilito che il riporto del credito è subordinato all'esplicita autorizzazione dell'Ufficio e che la produzione di documenti in giudizio per smentire le tesi del contribuente attiene al piano probatorio e non a quello motivazionale.
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Rimborso IVA e fallimento: la Cassazione decide
Una società fallita ha richiesto un rimborso per un cospicuo credito IVA. L'Agenzia delle Entrate lo ha negato per motivi formali. Il caso è giunto in Cassazione, che ha dato ragione alla società. La Corte ha stabilito che, in caso di fallimento, il diritto al rimborso IVA sorge con la cessazione dell'attività. Inoltre, la semplice indicazione del credito per la compensazione nella dichiarazione fiscale è sufficiente a manifestare la volontà di ottenere il rimborso quando la compensazione non è più possibile.
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Cessione gratuita al socio: stop alla detrazione IVA
La Corte di Cassazione ha stabilito che una società non può ottenere il rimborso del credito IVA se ha ceduto gratuitamente i beni al proprio socio unico (un ente pubblico) senza assoggettare tale operazione a IVA. Questa pratica interrompe il nesso richiesto dal principio di neutralità dell'imposta. La Corte ha chiarito che la cessione gratuita al socio è, di regola, un'operazione imponibile e l'omessa applicazione dell'imposta a valle preclude la detrazione a monte, legittimando il diniego del rimborso da parte dell'Agenzia delle Entrate.
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