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D.Lgs. 188/2021

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65 provvedimenti

Ingiusta detenzione: negato risarcimento per colpa grave
Un soggetto, detenuto e poi scarcerato per reati di mafia, si è visto negare il risarcimento per ingiusta detenzione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che la sua condotta, caratterizzata da stretti e continui rapporti con un familiare a capo di un'organizzazione criminale, ha integrato una colpa grave. Tale comportamento ha contribuito a creare un quadro indiziario sufficiente a giustificare la misura cautelare iniziale, escludendo così il diritto alla riparazione.
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Ingiusta detenzione: il diritto alla riparazione
Un uomo, assolto dall'accusa di associazione mafiosa dopo quasi quattro anni di carcere, si è visto negare la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte di Cassazione ha annullato tale diniego, chiarendo principi fondamentali: il silenzio dell'imputato è un diritto e non può costituire 'colpa grave' che esclude il risarcimento. Anche le frequentazioni ambigue, per essere rilevanti, devono essere provate come causa diretta della detenzione, con una motivazione specifica e non generica da parte del giudice.
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Ingiusta detenzione: il silenzio non è colpa grave
Un individuo, assolto dall'accusa di tentato omicidio dopo un lungo periodo di detenzione cautelare, ha richiesto un indennizzo per ingiusta detenzione. La Corte d'Appello aveva negato il risarcimento, ritenendo che il suo silenzio iniziale costituisse una 'colpa grave'. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che avvalersi della facoltà di non rispondere è un diritto di difesa e non può, per legge, essere considerato una colpa che impedisce l'indennizzo. Il caso è stato rinviato per una nuova valutazione.
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Licenziamento per falsa dichiarazione: il caso deciso
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento per falsa dichiarazione inflitto da un'università a una docente. La lavoratrice, al momento dell'assunzione a tempo indeterminato, aveva dichiarato di non avere altri rapporti di lavoro, pur essendo già dipendente di ruolo, seppur part-time, presso una scuola pubblica. I giudici hanno stabilito che la mendace dichiarazione iniziale costituisce una grave violazione del vincolo fiduciario, tale da giustificare la massima sanzione espulsiva, a prescindere dalla successiva verifica sull'effettiva incompatibilità tra i due impieghi.
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Misure alternative: no con carichi pendenti
Un soggetto condannato per reati fiscali e bancarotta fraudolenta si è visto negare la misura alternativa dell'affidamento in prova. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, stabilendo che, ai fini della concessione di misure alternative a chi si trova in stato di libertà, il Tribunale di Sorveglianza può legittimamente basare la sua valutazione prognostica negativa sui carichi pendenti e sulle informazioni di polizia. Tale valutazione non viola la presunzione di non colpevolezza, in quanto non accerta una responsabilità per i nuovi fatti, ma serve a giudicare l'affidabilità del condannato e il rischio di recidiva.
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