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direttiva 2008/98/Ce

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27 provvedimenti

TARI quota fissa: dovuta per i rifiuti speciali
Una società che gestiva in autonomia lo smaltimento dei propri rifiuti speciali, costituiti da imballaggi terziari, ha contestato la richiesta di pagamento dell'intera TARI da parte del Comune. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2993/2024, ha stabilito un principio fondamentale: l'azienda ha diritto all'esenzione dalla sola quota variabile della tassa, ma è comunque tenuta a versare la TARI quota fissa. Quest'ultima, infatti, copre i costi generali e indivisibili del servizio di igiene urbana, che prescindono dalla quantità di rifiuti prodotta dal singolo utente.
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TARI imballaggi terziari: quando è dovuta la tassa
Una società tessile ha contestato una richiesta di pagamento della TARI, dimostrando di produrre e smaltire autonomamente i propri rifiuti da imballaggi terziari. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2937/2024, ha stabilito un principio fondamentale: per i rifiuti speciali non assimilabili ai rifiuti urbani, come gli imballaggi terziari, l'esenzione dalla TARI si applica solo alla quota variabile della tassa. La quota fissa, che copre i costi generali e indivisibili del servizio di gestione dei rifiuti, resta invece dovuta. La Corte ha quindi cassato la sentenza precedente che aveva concesso un'esenzione totale, rinviando la causa per il ricalcolo del tributo.
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TARI quota fissa: quando è dovuta sui rifiuti speciali
Un'azienda del settore tessile impugna un avviso di pagamento relativo alla Tassa sui Rifiuti (TARI), sostenendo di produrre prevalentemente rifiuti speciali (imballaggi terziari) che smaltisce autonomamente. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2935/2024, ha stabilito un principio fondamentale: mentre la produzione esclusiva di rifiuti speciali esenta dal pagamento della quota variabile della TARI, rimane comunque dovuto il pagamento della TARI quota fissa. Quest'ultima, infatti, copre i costi indivisibili del servizio di igiene urbana, come la pulizia delle strade, a beneficio dell'intera collettività.
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Abbandono di rifiuti: l’etichetta è prova sufficiente?
Un imprenditore, condannato per abbandono di rifiuti pericolosi, ha sostenuto in Cassazione che la pericolosità non poteva essere provata senza analisi chimiche, ma solo sulla base delle etichette sui fusti. La Corte ha respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile. Ha stabilito che l'etichetta, insieme ad altri elementi, costituisce una prova sufficiente per classificare i rifiuti come pericolosi, non essendo sempre necessaria un'analisi tecnica. Inoltre, ha confermato che una condotta prolungata nel tempo non configura un semplice abbandono istantaneo, ma un più grave reato di deposito incontrollato.
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Accise energia biomasse: la Cassazione fa chiarezza
Un'azienda energetica contestava l'addebito di accise sulla produzione di energia da rifiuti. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'esenzione fiscale si applica, in quanto la frazione biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani rientra nel concetto di biomassa e fonte rinnovabile. La Corte ha rigettato il ricorso principale dell'Amministrazione Finanziaria, che riteneva la mancata comunicazione mensile causa di decadenza dal beneficio, specificando che tale adempimento ha natura formale. Ha invece accolto parzialmente il ricorso dell'azienda, rinviando alla corte di merito il compito di quantificare l'energia prodotta esclusivamente dalla parte biodegradabile, unica porzione che beneficia dell'esenzione.
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Motivazione apparente: appello nullo? La Cassazione
Una società di spedizioni ha impugnato una cartella esattoriale per la tassa rifiuti (TIA). L'appello è stato respinto dalla Commissione Tributaria Regionale per presunta genericità. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, ravvisando una motivazione apparente nel provvedimento d'appello. La Corte ha chiarito che, se la sentenza di primo grado è generica, la riproposizione delle stesse difese in appello è legittima. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame nel merito.
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Trasporto illecito di rifiuti: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il trasporto illecito di rifiuti, nello specifico 2.640 kg di rottami di rame. La sentenza conferma che anche un singolo episodio di trasporto senza le dovute autorizzazioni costituisce reato. La Corte ha chiarito che la dicitura 'rottami di rame' non è generica, che autorizzazioni scadute sono irrilevanti e che l'ingente quantitativo di materiale esclude la non punibilità per particolare tenuità del fatto.
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