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D.lgs. n. 385 del 1993

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Addizionale Irpef sui bonus: batosta per i manager finanziari
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria ha chiesto il rimborso della trattenuta per l'addizionale Irpef sui bonus ricevuti nel 2013. Il contribuente sosteneva che la tassa del 10% non fosse dovuta perché il bonus non superava il triplo della sua retribuzione fissa e perché la società datrice di lavoro non era una banca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, dopo le riforme del 2011, l'addizionale Irpef sui bonus si applica su qualsiasi importo variabile che supera la retribuzione fissa, senza più la soglia del triplo. Inoltre, la definizione di settore finanziario è ampia e include anche le società di consulenza finanziaria, non solo le banche tradizionali. Il manager perde la causa e deve pagare le spese.
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Addizionale IRPEF sui bonus: la tassa si applica ai consulenti
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria ha chiesto il rimborso della trattenuta per l'addizionale IRPEF sui bonus ricevuti. Il contribuente sosteneva che la tassa del 10% non fosse dovuta perché il suo premio non superava il triplo dello stipendio fisso e perché la società datrice di lavoro non svolgeva attività di credito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che le modifiche di legge del 2011 hanno eliminato la soglia del triplo, rendendo tassabile qualsiasi bonus che superi la retribuzione fissa. Inoltre, la nozione di settore finanziario va intesa in senso ampio, includendo anche le società di consulenza non sottoposte a vigilanza bancaria. Di conseguenza, l'addizionale IRPEF sui bonus è pienamente legittima e dovuta.
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Eccezione di prescrizione: come riproporla in appello
Una società ha citato in giudizio un istituto di credito per contestare le condizioni di un conto corrente. Dopo una decisione parzialmente favorevole in primo grado, la Corte d'Appello ha riformato la sentenza, condannando la banca a restituire una cospicua somma. La banca ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando l'errata valutazione della prescrizione sulle rimesse. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, non per il merito della questione, ma perché la banca non aveva correttamente riproposto la sua eccezione di prescrizione nel giudizio d'appello, considerandola così rinunciata.
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Esibizione documentazione bancaria: quando è inammissibile
Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce i limiti dell'istanza di esibizione documentazione bancaria in corso di causa. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società contro una banca, stabilendo che la richiesta di produrre documenti ex art. 210 c.p.c. non può essere generica o esplorativa e deve essere preceduta da una richiesta formale alla banca ai sensi dell'art. 119 del Testo Unico Bancario. Senza questa prova preliminare e la specificità della richiesta, l'onere della prova resta a carico del cliente.
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Azione revocatoria fallimentare: la prova della scientia
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca di una vendita immobiliare stipulata poco prima del fallimento della società costruttrice. L'ordinanza si concentra sulla prova della consapevolezza (scientia decoctionis) degli acquirenti dello stato di insolvenza del venditore. La Corte ha stabilito che tale consapevolezza può essere desunta da una serie di indizi gravi, precisi e concordanti, come il notevole ritardo nella stipula del rogito, il coinvolgimento di legali e le proteste collettive di altri promissari acquirenti. La decisione chiarisce che l'azione revocatoria fallimentare è esperibile anche in presenza di un mutuo fondiario e comporta per l'acquirente l'obbligo di restituire l'immobile e i frutti civili maturati dalla data della domanda giudiziale.
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Limite di finanziabilità: la Cassazione chiarisce
Un debitore ha contestato la validità di un mutuo, sostenendo la nullità per superamento del limite di finanziabilità previsto dall'art. 38 TUB. La Corte di Cassazione, richiamando le Sezioni Unite, ha stabilito che la violazione di tale limite non comporta la nullità del contratto, ma rappresenta una norma di vigilanza prudenziale. Di conseguenza, il contratto e l'ipoteca restano validi, e la richiesta del debitore è stata respinta.
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Onere della prova apertura di credito: chi deve provare?
Una società ha agito contro un istituto di credito per la restituzione di somme indebitamente pagate. La banca ha eccepito la prescrizione. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'onere della prova dell'apertura di credito, essenziale per superare l'eccezione di prescrizione, grava sul correntista. In assenza di tale prova, le rimesse sul conto sono considerate solutorie e soggette alla prescrizione decennale. La Corte ha quindi cassato la sentenza di merito, rinviando la causa per una nuova valutazione.
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Affidamento di fatto: prova e prescrizione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un istituto di credito, confermando che un affidamento di fatto può essere provato tramite presunzioni e condotta concludente, anche in assenza di un contratto scritto. Di conseguenza, le rimesse sul conto sono state qualificate come ripristinatorie e l'azione di ripetizione dell'indebito non era prescritta, con decorrenza del termine solo dalla chiusura del conto.
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Responsabilità amministratori banca: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la sanzione inflitta dall'autorità di vigilanza a un ex componente del consiglio di amministrazione di una banca. Il caso riguarda la responsabilità degli amministratori della banca per l'omissione di informazioni cruciali nei prospetti destinati al pubblico. La Corte ha rigettato tutti i motivi di ricorso, chiarendo che anche gli amministratori privi di deleghe operative hanno un dovere di vigilanza e informazione. È stato inoltre ribadito che la sanzione ha natura amministrativa e non penale, e che vige una presunzione di colpa, per cui spetta all'amministratore dimostrare di aver agito diligentemente per evitare la violazione.
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Fido di fatto: prova e prescrizione prima del 1992
Un istituto di credito ricorre in Cassazione contro la decisione di merito che riconosceva un fido di fatto a un correntista per il periodo ante-1992. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la prova del fido può essere desunta da presunzioni e fatti concludenti, bloccando così la decorrenza della prescrizione per le rimesse ripristinatorie.
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Responsabilità amministratore non esecutivo: il caso
La Corte di Cassazione ha confermato la sanzione irrogata da un'autorità di vigilanza a un amministratore non esecutivo di un istituto di credito. La sanzione riguardava l'omissione di informazioni cruciali nei prospetti di offerta al pubblico. La Corte ha stabilito che la responsabilità dell'amministratore non esecutivo sussiste anche a titolo di colpa, sottolineando il suo dovere attivo di informarsi e vigilare, non potendo fare mero affidamento sulle informazioni fornite dagli organi esecutivi, specialmente in presenza di segnali di allarme.
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Opposizione all’esecuzione: il terzo può intervenire?
Un gruppo di società ha contestato un'esecuzione forzata basata su un contratto di mutuo, sostenendone la nullità a causa di un presunto collegamento con debiti illeciti su altri conti correnti. La Corte di Cassazione ha analizzato se le società del gruppo, non direttamente soggette all'esecuzione, potessero partecipare al giudizio di opposizione all'esecuzione. La Corte ha stabilito che un terzo può intervenire, a condizione di dimostrare un interesse giuridico concreto e attuale. Tuttavia, nel caso specifico, tale interesse è venuto meno dopo che i giudici di merito hanno escluso l'esistenza di un collegamento negoziale tra il mutuo e i debiti delle altre società.
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Contratto di Espromissione: validità e condizioni
La Corte di Cassazione ha confermato la validità di un contratto di espromissione stipulato dai soci di una società per garantire un debito verso una banca. L'accordo era una condizione per l'adesione della banca a un piano di ristrutturazione che prevedeva la rinuncia a quello stesso credito nei confronti della società. La Corte ha chiarito che la rinuncia era efficace solo verso il debitore originario, mentre il debito sopravviveva in capo ai soci espromittenti, preservando la causa del contratto e garantendo il pieno soddisfacimento del creditore.
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Responsabilità sindaco prospetto: la decisione
La Corte di Cassazione ha confermato la sanzione pecuniaria irrogata da un'autorità di vigilanza finanziaria a un membro del collegio sindacale di un istituto di credito. Il caso riguarda l'omissione di informazioni cruciali in due prospetti informativi relativi ad aumenti di capitale. L'ordinanza chiarisce la natura della responsabilità del sindaco per il prospetto, affermando che il suo dovere di vigilanza non è meramente formale ma sostanziale, e che la colpa si presume, spettando al sindaco l'onere di provare di aver agito con la dovuta diligenza. La Corte ha respinto tutti i motivi di ricorso, inclusi quelli su difetto di giurisdizione, natura penale della sanzione e violazione del contraddittorio.
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Colpa grave consumatore: accesso negato alla crisi
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca di un piano di ristrutturazione del debito, stabilendo che la colpa grave del consumatore, manifestata attraverso una reiterata e avventata richiesta di credito, è un ostacolo all'accesso alla procedura. La Corte ha precisato che la potenziale negligenza del finanziatore nel valutare il merito creditizio non esclude né attenua la responsabilità del debitore, confermando la distinzione tra i due profili di colpa.
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Responsabilità amministratore: doveri e sanzioni
La Corte di Cassazione conferma la sanzione pecuniaria inflitta dall'autorità di vigilanza a un amministratore non esecutivo di un istituto di credito. La decisione si fonda sulla violazione degli obblighi informativi nei prospetti relativi a un aumento di capitale. La Corte ha stabilito che la responsabilità dell'amministratore sussiste anche in assenza di deleghe operative, in virtù del dovere generale di agire in modo informato e di vigilare attivamente sulla gestione, specialmente in presenza di segnali di allarme. È stato ribadito che la presunzione di colpa grava sull'amministratore, il quale deve dimostrare di aver agito diligentemente per prevenire l'illecito.
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Prova cessione crediti: la G.U. non basta
Una società e i suoi garanti hanno appellato una sentenza che aveva parzialmente confermato un debito verso una banca. La questione decisiva è diventata la prova della cessione dei crediti, avvenuta a favore di una nuova entità finanziaria. La Corte d'Appello, pur respingendo i motivi d'appello iniziali su calcolo degli interessi e nullità della fideiussione, ha dato ragione agli appellanti su un punto cruciale. Ha stabilito che la nuova società non aveva fornito una prova adeguata del trasferimento del credito, poiché la sola pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (G.U.) è insufficiente quando l'esistenza stessa della cessione viene contestata. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato il difetto di titolarità del credito in capo alla nuova entità.
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