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D.lgs. n. 169 del 2007

19 provvedimenti

Concordato fallimentare: esclusi i crediti tardivi
La Corte di Cassazione ha confermato che in un concordato fallimentare, il soggetto che rileva l'attivo (assuntore) può legittimamente limitare il proprio impegno di pagamento ai soli creditori noti al momento della presentazione della proposta. Questa regola si applica anche ai creditori privilegiati, come l'amministrazione finanziaria, che presentino la loro istanza di ammissione al passivo in ritardo. La decisione sottolinea la natura processuale della norma, finalizzata a garantire certezza e celerità alla procedura.
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Sospensione vendita fallimentare: i termini del reclamo
La Corte di Cassazione chiarisce i termini per la richiesta di sospensione vendita fallimentare. La Corte ha stabilito che il termine di decadenza di dieci giorni si applica solo quando si contesta un prezzo di vendita troppo basso, e non quando si denunciano 'gravi e giustificati motivi', come irregolarità nella procedura. In questo secondo caso, l'istanza può essere presentata fino all'emissione del decreto di trasferimento del bene.
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Prededuzione crediti e PMI: la prova è essenziale
Una società di trasporti si è vista negare la prededuzione dei crediti verso una grande azienda in amministrazione straordinaria. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che il creditore ha l'onere di provare tutti i requisiti di legge, incluso il proprio status di Piccola o Media Impresa (PMI). La mancata dimostrazione di questo requisito soggettivo è stata decisiva per il rigetto della richiesta di pagamento prioritario.
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Terzo datore di ipoteca: no all’insinuazione al passivo
La Corte di Cassazione, conformandosi a una recente sentenza delle Sezioni Unite, ha stabilito che il creditore il cui credito è garantito da un'ipoteca concessa da un soggetto poi fallito (il cosiddetto terzo datore di ipoteca) per un debito altrui, non può utilizzare la procedura di insinuazione al passivo fallimentare. Tale creditore non è considerato un creditore diretto del fallito e deve, invece, intervenire nella fase di ripartizione dell'attivo per soddisfare il proprio diritto sui beni ipotecati. La Corte ha quindi cassato senza rinvio il decreto del Tribunale che aveva ammesso, seppur parzialmente, il credito.
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Sentenza di fallimento: effetti penali e civili
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta semplice documentale a carico del legale rappresentante di un'associazione. Il ricorso si basava sull'idea che l'improcedibilità del reclamo civile contro la sentenza di fallimento la rendesse inefficace, eliminando il presupposto del reato. La Corte ha respinto questa tesi, affermando la netta separazione tra giudizio civile e penale. La sentenza di fallimento resta valida ai fini penali finché non viene formalmente revocata in sede civile, e il giudice penale non può sindacarne la legittimità.
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Credito garantito da terzo: no al passivo fallimentare
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 26557/2024, ha stabilito che il titolare di un credito garantito da terzo tramite ipoteca su un bene poi confluito in un fallimento, non può utilizzare la procedura di verificazione del passivo. La Corte ha chiarito che tale creditore non è un diretto creditore del fallito e deve, invece, intervenire nella fase di ripartizione del ricavato dalla vendita del bene per far valere la propria garanzia reale.
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Creditore ipotecario terzo datore: no ammissione
Un'agenzia governativa, creditrice verso una società, deteneva un'ipoteca su beni che questa aveva venduto a un'altra impresa, poi fallita. La richiesta di ammissione al passivo fallimentare dell'agenzia è stata respinta. La Corte di Cassazione, richiamando una decisione delle Sezioni Unite, ha confermato che il creditore ipotecario terzo datore non può utilizzare la procedura di ammissione al passivo, ma deve invece intervenire nella successiva fase di distribuzione del ricavato dalla vendita dei beni.
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Fallimento dopo concordato: il credito resta ridotto?
Una società fornitrice di energia si è vista ridurre il proprio credito al 15% nel fallimento di un'azienda, poiché quest'ultimo è stato dichiarato anni dopo la scadenza dei termini per la risoluzione di un precedente concordato preventivo. La Corte di Cassazione ha confermato che, in caso di fallimento dopo concordato, se i termini per la risoluzione del concordato stesso sono scaduti, l'effetto di riduzione del debito diventa definitivo e il creditore non può più pretendere l'importo originario.
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Fallimento senza risoluzione: la Cassazione decide
Una società in concordato preventivo liquidatorio viene dichiarata fallita per l'incapacità di adempiere al piano, a causa di mancate vendite e nuovi debiti. La Corte d'Appello revoca il fallimento, ma la Corte di Cassazione cassa la decisione. Il principio affermato è che il fallimento senza risoluzione formale del concordato è legittimo quando emerge o persiste uno stato di insolvenza che impedisce l'esecuzione del piano, come l'incapacità di pagare i debiti prededucibili sorti durante la procedura.
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Fallimento per inadempimento del concordato: si può?
Una società con un piano di concordato preventivo omologato non ha adempiuto agli obblighi assunti. Un creditore ne ha chiesto il fallimento. La Corte d'Appello aveva respinto la richiesta, ritenendo necessaria la previa risoluzione del concordato. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha ribaltato tale decisione. Ha stabilito che il fallimento per inadempimento può essere dichiarato direttamente, senza la necessità di risolvere prima l'accordo, qualora l'incapacità di adempiere manifesti un nuovo stato di insolvenza.
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Conflitto di interessi amministratore: no al compenso
Un amministratore, che ricopriva anche il ruolo di legale rappresentante del socio unico, si è visto negare il diritto al compenso nel fallimento della società. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, ritenendo che la palese situazione di conflitto di interessi amministratore e la manifesta eccessività dell'emolumento, quasi pari al capitale sociale, costituissero una ragione autonoma e sufficiente per escludere il credito dal passivo fallimentare.
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Termine lungo fallimento: la Cassazione chiarisce
Una società chiedeva un'equa riparazione per l'eccessiva durata di una procedura fallimentare. La richiesta era stata respinta per mancata prova della definitività del decreto di chiusura. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, specificando che per i fallimenti antecedenti alla riforma, in assenza di comunicazione del decreto, si applica il termine lungo fallimento di un anno per l'impugnazione. Di conseguenza, la domanda di riparazione era stata presentata tempestivamente. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una decisione nel merito.
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Credito prededucibile: sì al bonus MBO nel lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito che riconosceva il carattere di credito prededucibile a un bonus MBO vantato da un lavoratore verso una società in amministrazione straordinaria. Secondo la Corte, se i commissari subentrano nel rapporto di lavoro, un contratto ad esecuzione continuata, sono tenuti a saldare integralmente anche le prestazioni pregresse, come previsto dall'art. 74 della legge fallimentare.
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Credito MBO prededucibile: sì in amministrazione
La Cassazione conferma il diritto di un dirigente a ricevere il bonus MBO come credito MBO prededucibile, maturato durante l'amministrazione straordinaria della società. La Corte ha stabilito che la prosecuzione del rapporto di lavoro implica un subentro automatico nel contratto, rendendo il credito funzionale alla continuità aziendale e quindi prededucibile.
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Opposizione stato passivo: onere della prova del giudice
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12516/2025, ha stabilito un principio cruciale in materia di opposizione allo stato passivo. Un creditore si era visto dichiarare inammissibile l'opposizione per mancata prova della sua tempestività. La Suprema Corte ha ribaltato la decisione, affermando che la verifica della tempestività del ricorso è un dovere d'ufficio del giudice, il quale deve consultare il fascicolo fallimentare per accertare le date rilevanti, senza addossare l'intero onere della prova sul creditore che ha allegato i fatti a sostegno della propria tempestività.
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Onere della prova fallimento: Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società contro la propria dichiarazione di fallimento. Il caso ha ribadito un principio fondamentale: l'onere della prova fallimento, ovvero dimostrare di essere al di sotto delle soglie legali, spetta al debitore. La Corte ha sottolineato che la documentazione contabile prodotta, non essendo mai stata depositata presso il registro delle imprese, è stata correttamente ritenuta di scarsa attendibilità. Inoltre, è stato confermato che anche i debiti contestati devono essere inclusi nel calcolo dell'indebitamento totale ai fini della fallibilità.
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Terzo datore di ipoteca: diritti nel fallimento
Una società creditrice si è vista negare il diritto di partecipare alla ripartizione dei proventi dalla vendita di un immobile ipotecato, di proprietà di un terzo datore di ipoteca fallito. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il creditore non è tenuto a presentare domanda di insinuazione al passivo nel fallimento del terzo garante. Può invece intervenire direttamente nella fase di ripartizione dell'attivo per soddisfare il proprio credito, in virtù del principio di "responsabilità senza debito" che caratterizza la figura del terzo datore di ipoteca.
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Pene accessorie bancarotta: la discrezionalità del Giudice
La Corte di Cassazione a Sezioni Unite interviene su un caso di bancarotta fraudolenta per risolvere un contrasto giurisprudenziale sulla durata delle pene accessorie. A seguito di una pronuncia della Corte Costituzionale, che ha dichiarato illegittima la durata fissa di 10 anni, le Sezioni Unite stabiliscono che la durata di tali pene non deve essere automaticamente legata a quella della pena principale. Spetta invece al giudice di merito determinarla in concreto, con un potere discrezionale basato sui criteri dell'art. 133 c.p., entro il limite massimo previsto dalla legge. Di conseguenza, la sentenza viene annullata con rinvio limitatamente alla determinazione delle pene accessorie bancarotta.
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Collaborazione a progetto: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ex collaboratore che chiedeva il riconoscimento di crediti di lavoro, sostenendo che il suo rapporto, inizialmente configurato come *collaborazione a progetto*, avrebbe dovuto essere convertito in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La Corte ha motivato l'inammissibilità sul fatto che le questioni sollevate erano nuove e non erano state proposte ritualmente nei gradi precedenti del giudizio di opposizione allo stato passivo del fallimento.
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