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D.Lgs. n. 165 del 2001, Art. 30

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Giurisdizione mobilità pubblica: la parola al giudice del lavoro
La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha risolto un conflitto di giurisdizione stabilendo che le controversie relative alle procedure di mobilità volontaria nel pubblico impiego rientrano nella competenza del giudice ordinario del lavoro. Il caso riguardava la contestazione di un incarico dirigenziale conferito tramite mobilità, ritenuta illegittima dal ricorrente. La Corte ha chiarito che la mobilità non è una procedura concorsuale, ma una modificazione soggettiva del rapporto di lavoro (cessione del contratto), la cui gestione spetta al giudice ordinario, che può disapplicare eventuali atti amministrativi presupposti illegittimi.
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Trattamento economico trasferimento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di trasferimento di un lavoratore tra due enti pubblici, il trattamento economico complessivo precedentemente goduto deve essere mantenuto, anche se superiore a quello del nuovo inquadramento. Questo avviene tramite un assegno 'ad personam', soggetto a riassorbimento con i futuri aumenti. La Corte ha chiarito che anche indennità specifiche, come l'Anzianità Professionale Edile (APE), non possono essere unilateralmente eliminate se costituiscono una parte certa e continuativa della retribuzione, contribuendo alla determinazione del trattamento economico globale da salvaguardare.
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Diniego mobilità volontaria: quando è legittimo?
La Corte di Cassazione conferma la legittimità del diniego di mobilità volontaria opposto da un'Azienda Sanitaria a una dipendente. La decisione si fonda sulla carenza di personale, ritenuta motivazione sufficiente e coerente. La sentenza sottolinea che il trasferimento non è un diritto del lavoratore, ma una scelta discrezionale del datore di lavoro pubblico, il quale deve agire secondo buona fede. L'onere di provare l'illegittimità o la pretestuosità del diniego spetta al lavoratore.
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Anzianità di servizio: non basta per la carriera
Un dipendente pubblico, trasferito a un nuovo ente, si è visto negare il riconoscimento della piena anzianità di servizio ai fini della progressione economica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la progressione non è automatica ma dipende dalle specifiche previsioni della contrattazione collettiva del nuovo ente, che possono valorizzare criteri diversi dalla mera anzianità.
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Inquadramento pubblico impiego: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'inquadramento di una dipendente pubblica trasferita tramite mobilità volontaria. La sentenza stabilisce che il corretto inquadramento pubblico impiego si basa su un confronto tra le declaratorie contrattuali dell'ente di provenienza e quello di destinazione. Se le mansioni e le responsabilità sono sovrapponibili, non spetta un inquadramento superiore, anche se la precedente posizione prevedeva attività specialistiche. Il passaggio tra amministrazioni configura una cessione del contratto e il lavoratore ha diritto alla conservazione dell'area e della posizione economica, ma nel quadro normativo dell'ente di arrivo.
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Assegno ad personam negato: il caso del pubblico impiego
Un ex dipendente del Ministero della Difesa, divenuto insegnante presso il Ministero dell'Istruzione dopo dieci anni di contratti a termine, si è visto negare l'assegno ad personam. La Corte di Cassazione ha stabilito che il lungo periodo di precariato interrompe la continuità del rapporto di lavoro, requisito essenziale per qualificare il trasferimento come un "passaggio di carriera" e ottenere così il mantenimento del trattamento economico precedente. La decisione sottolinea che le dimissioni e la successiva riassunzione non equivalgono a una procedura di mobilità diretta.
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Erroneo inquadramento: prescrizione quinquennale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una dipendente pubblica che chiedeva differenze retributive per un erroneo inquadramento professionale. La Corte ha confermato l'applicazione della prescrizione quinquennale, distinguendo nettamente il caso da un'ipotesi di demansionamento, che avrebbe previsto una prescrizione decennale. La decisione si fonda sulla qualificazione della domanda come rivendicazione di crediti da lavoro e non come risarcimento del danno.
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