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Art. 70 l.fall.

18 provvedimenti

Pegno regolare e revocatoria fallimentare: la banca perde
Un istituto di credito ha preteso di trattenere somme derivanti dall'escussione di pegni su strumenti finanziari di una società poi fallita, invocando la compensazione. Il Fallimento ha chiesto la revoca dei versamenti eseguiti nel periodo sospetto. La Corte di Cassazione ha stabilito che la garanzia stipulata era un pegno regolare e revocatoria fallimentare pienamente applicabile, in quanto la banca non aveva acquisito la proprietà dei titoli ma solo un incarico di gestione. Senza il passaggio di proprietà dei beni, la banca non poteva applicare la compensazione diretta ed era obbligata a restituire le somme incassate. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'istituto bancario, confermando la sua condanna a restituire alla curatela oltre 360 mila euro oltre alle spese legali.
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Revocatoria fallimentare: banca perde contro il fallimento
Una società, poi dichiarata fallita, effettuava alcuni giroconti per 610.000 euro dal proprio conto corrente ordinario a due conti anticipi su fatture, riducendo il proprio debito verso la banca. Il Curatore Fallimentare promuoveva un'azione di revocatoria fallimentare per recuperare tale somma. La Corte d'Appello riduceva l'importo revocabile, distinguendo tra rimesse solutorie e ripristinatorie. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fallimento, stabilendo che, dopo la riforma del 2005, tale distinzione non rileva più. Per valutare la revocabilità dei versamenti conta unicamente verificare se essi abbiano ridotto l'esposizione debitoria in modo consistente e durevole. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Azione revocatoria fallimentare: stop ai calcoli automatici
Il Fallimento di una società di moda ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro una banca per recuperare oltre due milioni di euro di versamenti sul conto corrente. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno condannato la banca a restituire circa 958.000 euro, calcolando la somma basandosi solo sulla differenza matematica tra il massimo debito e il saldo finale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della banca. I giudici hanno stabilito che, per l'azione revocatoria fallimentare sulle rimesse bancarie, non basta un calcolo aritmetico globale. Il giudice deve verificare la consistenza e la durevolezza di ogni singolo versamento sul conto corrente. La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Azione revocatoria fallimentare: no a restituzioni automatiche
Una Società Marittima in amministrazione straordinaria ha avviato un'azione revocatoria fallimentare contro un Istituto di Credito per rendere inefficaci i versamenti effettuati sui propri conti correnti prima della crisi. La Corte d'Appello ha condannato la banca a restituire oltre 227.000 euro, calcolando la somma solo sulla differenza tra il massimo debito e il saldo finale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Istituto di Credito. I giudici hanno stabilito che, prima di calcolare la somma da restituire, il tribunale deve verificare se i singoli versamenti fossero davvero consistenti e durevoli. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Revocatoria fallimentare: la banca perde l’incasso ma salva il pegno
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione di revocatoria fallimentare contro la Banca per recuperare una somma incassata tramite la vendita di titoli in pegno regolare rotativo durante il periodo sospetto. La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha stabilito che il pagamento è revocabile se la Banca conosceva lo stato di insolvenza del debitore. Tuttavia, le Sezioni Unite hanno sancito un principio fondamentale a favore dei creditori: una volta restituita la somma al fallimento a seguito della revocatoria fallimentare, la Banca ha il diritto di insinuarsi al passivo mantenendo lo stesso privilegio originario derivante dal pegno, senza essere degradata a creditore chirografario. La decisione bilancia la parità di trattamento dei creditori con la tutela delle garanzie reali legittimamente costituite prima del fallimento.
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Revocatoria fallimentare: rimesse e rientro debito
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della revocatoria fallimentare applicata alle rimesse bancarie effettuate su un conto corrente non operativo. Una banca aveva contestato la revoca di versamenti per oltre 700.000 euro, sostenendo che la consistenza della riduzione del debito dovesse essere valutata per ogni singolo accredito. La Suprema Corte ha invece stabilito che, se il conto è finalizzato esclusivamente al rientro del debito, ogni versamento è revocabile a prescindere dalla sua entità individuale, poiché le tutele per i conti operativi non si applicano a quelli 'congelati'.
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Rimesse bancarie: chi deve provare la durevolezza?
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della revocatoria fallimentare applicata alle rimesse bancarie effettuate da una società poi ammessa all'amministrazione straordinaria. Il nucleo della controversia riguarda la ripartizione dell'onere probatorio circa il carattere 'consistente e durevole' della riduzione dell'esposizione debitoria. La Suprema Corte ha stabilito che, una volta provata la natura solutoria della rimessa, spetta alla banca (e non al curatore) dimostrare che tale riduzione non sia stata consistente o durevole per beneficiare dell'esenzione dalla revocatoria. La decisione chiarisce che l'art. 67, comma 3, lett. b) della legge fallimentare non crea una nuova fattispecie autonoma, ma introduce un fatto impeditivo la cui prova grava sul convenuto.
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Azione revocatoria fallimentare: onere della prova
La Corte di Cassazione ha chiarito la ripartizione dell'onere probatorio nell'ambito di una azione revocatoria fallimentare promossa da una società in amministrazione straordinaria contro un istituto di credito. Il cuore della controversia riguarda le rimesse bancarie effettuate nel periodo sospetto. La Suprema Corte ha stabilito che, una volta provata la natura solutoria della rimessa (ovvero il versamento su conto scoperto), spetta alla banca e non al curatore dimostrare che la riduzione dell'esposizione debitoria non sia stata 'consistente e durevole'. Tale requisito è infatti considerato un fatto impeditivo alla revocabilità, la cui prova ricade sul convenuto che intende beneficiare dell'esenzione prevista dalla legge.
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Revocatoria fallimentare: onere prova rimesse
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale riguardante la revocatoria fallimentare delle rimesse bancarie. Il cuore della decisione riguarda la ripartizione dell'onere della prova: spetta alla banca, e non alla procedura concorsuale, dimostrare che la riduzione dell'esposizione debitoria non sia stata consistente e durevole. La sentenza chiarisce che i requisiti di stabilità del rientro economico previsti dalla legge costituiscono un fatto impeditivo alla revoca, la cui dimostrazione ricade sul creditore che intende beneficiare dell'esenzione dalla restituzione delle somme ricevute.
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Scientia decoctionis: prova e revocatoria bancaria
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto di una domanda di revocatoria fallimentare proposta da una società di navigazione in amministrazione straordinaria contro un istituto di credito. Il punto centrale della controversia riguardava la prova della **scientia decoctionis** in capo alla banca per due rimesse bancarie. I giudici di merito hanno stabilito che il rinnovo di ingenti sovvenzioni statali, seppur ridotte, costituiva un elemento di ragionevole affidamento sulla solvibilità della società, escludendo la conoscenza del dissesto. La Suprema Corte ha ribadito che la prova della conoscenza deve essere effettiva e non meramente potenziale, convalidando l'apprezzamento discrezionale dei fatti compiuto nei gradi precedenti.
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Scientia decoctionis: prova e indizi per la banca
Una società cooperativa in liquidazione agiva contro un istituto bancario per la revoca di pagamenti effettuati prima della crisi. I tribunali di merito respingevano la domanda per mancanza di prova della scientia decoctionis della banca. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, criticando la valutazione frammentaria degli indizi (notizie, protesti) e chiarendo che la prova presuntiva richiede un'analisi complessiva e logica, specialmente nei confronti di un creditore qualificato come una banca.
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Azione revocatoria bancaria: la capofila risponde
Una società in amministrazione straordinaria ha ottenuto la revoca dei pagamenti effettuati a un pool di banche prima della dichiarazione di insolvenza. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna della sola banca capofila a restituire l'intero importo, in quanto unico soggetto ricevente e rappresentante delle altre. La sentenza chiarisce anche i termini di prescrizione per l'azione revocatoria bancaria in procedure concorsuali avviate prima delle riforme del 2005-2006, confermando l'applicazione della legge precedente.
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Revocatoria compenso professionale: la Cassazione decide
Una società di consulenza chiede l'ammissione al passivo fallimentare per il suo compenso, in prededuzione. Il Tribunale lo ammette in chirografo per un importo ridotto, ritenendo sproporzionato il compenso pattuito e quindi soggetto a revocatoria. La Cassazione rigetta il ricorso, chiarendo che l'esenzione dalla revocatoria compenso professionale si applica ai pagamenti ma non al contratto sottostante se la prestazione è sproporzionata.
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Termine riassunzione processo: decorrenza e novità
Una società aveva ripreso una causa dopo la messa in liquidazione della banca convenuta. La Corte d'Appello aveva dichiarato il processo estinto, ritenendo superato il termine per la riassunzione. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, specificando che il termine riassunzione processo decorre non dalla conoscenza dell'evento, ma dalla dichiarazione formale di interruzione da parte del giudice, in linea con un principio di certezza del diritto stabilito dalle Sezioni Unite.
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Rimesse solutorie: la revoca su conti collegati
La Corte di Cassazione ha stabilito che i versamenti effettuati su un 'conto anticipi' tecnico, funzionalmente collegato a un conto corrente ordinario, costituiscono rimesse solutorie revocabili ai sensi della legge fallimentare. La Corte ha chiarito che, ai fini della revocatoria, non rileva la forma contabile ma l'effetto sostanziale di riduzione dell'esposizione debitoria complessiva dell'impresa nei confronti della banca. L'analisi deve considerare i rapporti bancari in modo aggregato, riconoscendo il nesso inscindibile tra i conti.
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Pagamento post insolvenza: inefficacia e onere prova
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società intermediaria che aveva ricevuto un pagamento da un'altra società lo stesso giorno in cui quest'ultima era stata dichiarata insolvente. La Corte ha stabilito che, in assenza di prove concrete del trasferimento della somma a una terza parte (in questo caso, una compagnia assicuratrice), il pagamento post insolvenza è da considerarsi inefficace nei confronti dei creditori. L'onere di provare la propria carenza di legittimazione passiva ricade interamente su chi riceve il pagamento, e il danno per la massa dei creditori è presunto in via assoluta.
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Cessione contenzioso bancario: i rapporti estinti
Una società in amministrazione straordinaria ha citato in giudizio una banca, successivamente posta in liquidazione coatta amministrativa. Le attività e passività della banca sono state trasferite a un grande gruppo bancario. La questione centrale era se la causa, relativa a un rapporto contrattuale già concluso, fosse inclusa nel trasferimento. La Corte di Cassazione, confermando le decisioni precedenti, ha stabilito che la cessione del contenzioso bancario non comprende le liti su rapporti estinti. La motivazione si basa sull'interpretazione degli accordi di cessione, che escludevano le passività non funzionali alla continuità dell'impresa acquirente. Di conseguenza, quest'ultima è stata ritenuta priva di legittimazione passiva.
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Cram-down fiscale: il diritto di opposizione è sacro
Una società chiede l'omologazione forzosa (cram-down fiscale) di un concordato preventivo nonostante il voto contrario dell'Agenzia delle Entrate. Il Tribunale omologa senza avviare una formale procedura di opposizione. La Corte di Cassazione annulla la decisione, stabilendo che la mancata notifica al creditore dissenziente per consentirgli di opporsi formalmente viola il diritto al contraddittorio e causa la nullità assoluta del decreto di omologazione.
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