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Art. 67 Legge Fallimentare (R.D. 267/1942)

0 provvedimenti

Azione revocatoria fallimentare: crediti riscossi da restituire
Una società creditrice ha incassato coattivamente quasi 37.000 euro tramite pignoramento presso terzi poco prima del fallimento della ditta debitrice. La curatela ha quindi promosso un'azione revocatoria fallimentare per ottenere la restituzione delle somme. Il creditore sosteneva di non essere a conoscenza dello stato di insolvenza del debitore, operando in un'altra area geografica. La Corte di Cassazione ha confermato le decisioni dei giudici di merito, dichiarando inammissibile il ricorso della creditrice. I giudici hanno ritenuto provata la conoscenza della crisi attraverso indizi gravi, precisi e concordanti: precedenti decreti ingiuntivi, accordi di rientro non rispettati, protesti ed esecuzioni forzate. Il creditore deve restituire l'intero importo maggiorato di interessi e sostenere le spese legali.
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Azione revocatoria: aeroporto costretto a restituire i pagamenti
Una società di gestione aeroportuale riceveva pagamenti da una compagnia aerea sull'orlo del fallimento. Dopo la dichiarazione di insolvenza, il commissario straordinario avviava un'azione revocatoria fallimentare per riavere indietro quelle somme. La società aeroportuale si difendeva sostenendo di essere stata obbligata ad accettare i pagamenti per legge (art. 802 Cod. Nav.), per poter autorizzare la partenza degli aerei. La Corte di Cassazione ha dato torto alla società aeroportuale, stabilendo che la conoscenza dello stato di insolvenza rende i pagamenti revocabili. La norma invocata tutela il gestore, ma non lo obbliga ad accettare un pagamento a rischio di revocatoria, né crea un'eccezione alle regole fallimentari. Di conseguenza, la società è stata condannata a restituire oltre 1,7 milioni di euro.
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Dono al coniuge prima del fallimento: inefficacia senza scadenza
Un imprenditore, nel biennio precedente alla dichiarazione di fallimento, costituisce un diritto di abitazione a vita a favore della moglie su un immobile di sua proprietà. Il curatore fallimentare agisce per far dichiarare l'atto inefficace. La moglie si oppone, sostenendo che l'azione sia stata proposta oltre il termine di decadenza di tre anni. La Corte di Cassazione chiarisce un punto fondamentale: l'azione per l'inefficacia degli atti a titolo gratuito, prevista dall'art. 64 della Legge Fallimentare, non è soggetta a termini di decadenza. Questa azione è di mero accertamento e quindi imprescrittibile, a differenza delle azioni revocatorie. Di conseguenza, il dono al coniuge viene dichiarato inefficace nei confronti dei creditori.
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Cessione di credito: pagamento valido o revocatoria fallimentare?
Un distributore farmaceutico riceve da una farmacia una cessione di credito per saldare un debito preesistente. Successivamente, la farmacia fallisce e il curatore agisce per riavere la somma, sostenendo che la cessione fosse un pagamento anomalo. La questione centrale riguarda la validità di tale operazione e il rischio di una revocatoria fallimentare della cessione di credito. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione precedente, che aveva respinto le ragioni del distributore, e ha ordinato un nuovo esame. I giudici dovranno verificare se la cessione, prevista in un accordo quadro iniziale, fosse una modalità di pagamento normale e non un atto compiuto per danneggiare gli altri creditori.
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Azione Revocatoria: Immobili Scontati, Vendita Annullata
La Corte di Cassazione conferma la revoca di una vendita immobiliare avvenuta poco prima del fallimento di una società. Gli acquirenti avevano comprato due immobili a un prezzo ritenuto notevolmente inferiore al loro valore di mercato. Il curatore del fallimento ha quindi avviato un'azione revocatoria fallimentare per annullare la vendita e recuperare i beni a favore dei creditori. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso degli acquirenti, stabilendo che il giudice di merito ha il potere di discostarsi dalla perizia di un consulente tecnico (CTU) se motiva adeguatamente le sue ragioni. La vendita è stata quindi definitivamente annullata, con la restituzione degli immobili alla massa fallimentare.
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Azione revocatoria: accordo unico, revoca totale per il fornitore
Un'azienda fornitrice stipula un accordo complesso con un cliente in difficoltà per ripianare un debito pregresso e garantire nuove forniture. Il piano prevede la cessione di crediti del cliente verso terzi. Quando il cliente fallisce, il curatore agisce con un'azione revocatoria fallimentare. La Cassazione stabilisce che l'accordo è un'operazione unitaria e inscindibile. La presunzione di conoscenza dello stato di insolvenza ('scientia decoctionis'), prevista per la garanzia del debito vecchio, si estende a tutto il contratto, compresa la parte relativa alle nuove forniture. Di conseguenza, l'intero accordo è inefficace e il fornitore deve restituire tutte le somme incassate al fallimento, perdendo la sua posizione di vantaggio.
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Azione revocatoria: immobile torna ai creditori, l’acquirente rinuncia
La curatela fallimentare di una società ha agito in giudizio per recuperare un fabbricato industriale venduto a un'altra azienda poco prima del fallimento. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, dichiarando la vendita inefficace tramite un'azione revocatoria fallimentare, poiché l'operazione danneggiava i creditori. L'azienda acquirente ha presentato ricorso in Cassazione, ma ha poi deciso di rinunciare. La Suprema Corte ha quindi dichiarato il processo estinto. Questa rinuncia ha reso definitiva la sentenza d'appello, confermando la vittoria della curatela fallimentare. L'immobile rientra così nella massa fallimentare per soddisfare i creditori.
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Onere della prova revocatoria: fornitore vince, fallimento perde
Un'azienda, prima di essere dichiarata fallita, restituisce al fornitore quattro veicoli che non era riuscita a pagare. Il curatore fallimentare agisce in giudizio sostenendo che la restituzione sia un pagamento anomalo (datio in solutum) e chiede la revoca. La Cassazione dà torto al fallimento, affermando un principio chiave: l'onere della prova nella revocatoria fallimentare spetta interamente al curatore. Poiché il curatore non è riuscito a dimostrare che si trattasse di un pagamento anomalo, e non della legittima conseguenza della risoluzione del contratto per inadempimento, la sua domanda viene respinta. Il fornitore vince la causa perché il fallimento non ha fornito le prove necessarie a sostegno della sua tesi.
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Pagamento anormale svela l’insolvenza: revocati anche i normali
Una banca riceve pagamenti da un'azienda che in seguito fallisce. Alcuni di questi pagamenti avvengono con 'mezzi anormali', facendo scattare la presunzione legale che la banca conoscesse lo stato di insolvenza del debitore. La Corte di Cassazione stabilisce un principio fondamentale sulla revocatoria pagamenti anormali: la consapevolezza dell'insolvenza, una volta presunta per i pagamenti sospetti, si estende automaticamente a tutti gli altri pagamenti, anche quelli 'normali', avvenuti nello stesso periodo. La decisione rafforza la posizione della curatela fallimentare, che potrà così recuperare più facilmente tutte le somme versate alla banca prima del fallimento, a tutela della parità di trattamento tra i creditori.
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Revocatoria pagamenti anomali: la banca vince per vizio di forma
La curatela di un'azienda fallita agisce contro una banca per ottenere la restituzione di somme versate prima del fallimento, ritenendoli pagamenti preferenziali. La Corte di Cassazione interviene sul tema della revocatoria pagamenti anomali, ma da una prospettiva formale. La Suprema Corte ha annullato la sentenza di condanna a carico della banca non perché l'istituto avesse ragione nel merito, ma a causa di un 'deficit motivazionale'. I giudici precedenti, infatti, non avevano spiegato adeguatamente perché le operazioni contestate (anticipi su fatture usati per coprire uno scoperto) fossero anomale, ignorando le difese della banca. La causa dovrà quindi essere riesaminata da un'altra corte, che dovrà fornire una motivazione completa.
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Revocatoria Fallimentare: la vendita pilotata non salva la Banca
Un'azienda in difficoltà finanziaria, d'accordo con la sua Banca, acquista da quest'ultima un capannone che aveva in leasing e lo rivende lo stesso giorno a un terzo. Con il ricavato, salda il prezzo d'acquisto e altri debiti verso la Banca. Successivamente, l'azienda fallisce. La Corte di Cassazione ha stabilito che questa operazione concatenata non è una normale transazione, ma un pagamento con mezzi anomali. Poiché la Banca era consapevole della crisi dell'azienda, l'operazione è stata soggetta a revocatoria fallimentare. La Corte ha quindi confermato la condanna della Banca alla restituzione delle somme incassate, che dovranno essere distribuite tra tutti i creditori del fallimento.
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Azione revocatoria: banca salva se ignora il piano del debitore
Una società salda il proprio scoperto di conto corrente grazie a un bonifico ricevuto da un'altra società collegata. Successivamente, entrambe falliscono. Il curatore tenta un'azione revocatoria fallimentare contro la banca per recuperare la somma, sostenendo che il pagamento fosse anomalo. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, stabilendo un principio fondamentale: per revocare il pagamento, non basta che provenga da un terzo. È necessario dimostrare che la banca (il ricevente) fosse consapevole della natura irregolare dell'intera operazione finanziaria sottostante. Poiché la banca era all'oscuro delle manovre contabili tra le due società e ha solo incassato un pagamento a estinzione di un debito, l'operazione è legittima. La banca vince e non deve restituire il denaro.
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Revocatoria rimesse bancarie: indizi singoli non bastano
La Corte di Cassazione affronta il tema della revocatoria fallimentare rimesse bancarie. Un curatore fallimentare aveva chiesto la restituzione di somme versate da un'azienda, poi fallita, a una banca. La Corte d'Appello aveva respinto la richiesta, analizzando separatamente i vari indizi della crisi (protesti, sconfinamenti) e giudicandoli insufficienti. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo un principio fondamentale: per provare che la banca conosceva lo stato di insolvenza del cliente (la cosiddetta *scientia decoctionis*), il giudice non deve valutare gli indizi in modo isolato ('atomistico'), ma deve compiere una valutazione complessiva e unitaria. Solo l'analisi d'insieme permette di capire se la banca potesse ignorare la crisi del suo cliente. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Crisi aerea: no alla revocatoria, pagamenti al fornitore salvi
Una compagnia aerea in amministrazione straordinaria ha tentato di recuperare i pagamenti effettuati a una società aeroportuale prima della crisi, attraverso un'azione revocatoria. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, stabilendo un importante principio sull'esenzione da revocatoria fallimentare. I giudici hanno chiarito che le leggi speciali, create per garantire la continuità operativa di aziende strategiche, proteggono tali pagamenti. Questi vengono considerati come se fossero parte di un piano di risanamento, rendendoli intoccabili. La finalità è evitare che il timore di una futura revocatoria blocchi i servizi essenziali e aggravi la crisi. La compagnia aerea ha perso la causa, mentre la società aeroportuale ha visto confermata la legittimità dei pagamenti ricevuti.
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Revocatoria Rimesse Bancarie: Banca Condannata Senza Fido Scritto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una banca a restituire oltre 240.000 euro al fallimento di una società sua cliente. L'azione di revocatoria fallimentare rimesse bancarie è stata accolta perché la banca non è riuscita a dimostrare l'esistenza di un contratto di fido scritto. Di conseguenza, i versamenti effettuati dalla società sul conto scoperto prima del fallimento sono stati considerati pagamenti di un debito e non semplici ripristini della liquidità. I giudici hanno inoltre ritenuto provato che la banca fosse a conoscenza dello stato di insolvenza della società (la cosiddetta 'scientia decoctionis'), rendendo i pagamenti revocabili. La banca ha perso la causa e deve restituire le somme al fallimento.
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Azione Revocatoria: Pagamento Annullato, ma Accordo in Cassazione
Un fornitore, dopo aver subito un'azione revocatoria fallimentare da parte di un'azienda in crisi per pagamenti ricevuti, si è rivolto alla Corte di Cassazione. L'azione mirava a rendere inefficaci tali pagamenti per tutelare tutti i creditori. Tuttavia, prima della decisione finale, le due parti hanno comunicato alla Corte di aver avviato trattative per un accordo. La Cassazione, prendendo atto della volontà comune di chiudere la disputa in modo amichevole, ha concesso un rinvio. La causa è quindi sospesa per permettere alle aziende di formalizzare il loro accordo transattivo, dimostrando che la negoziazione è possibile anche nelle fasi finali di un contenzioso.
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Revocatoria fallimentare: pagamenti in ritardo ma tollerati salvi?
Una compagnia aerea in amministrazione straordinaria chiede la restituzione di somme pagate a una società di gestione aeroportuale. La società creditrice si difende sostenendo che i pagamenti, sebbene in ritardo rispetto al contratto, erano in linea con una prassi tollerata tra le parti. La Corte di Cassazione stabilisce un principio chiave sulla revocatoria fallimentare pagamenti: un ritardo sistematico e tollerato dal creditore può creare nuovi 'termini d'uso'. Questo trasforma un pagamento tardivo in un adempimento esatto, rendendolo non revocabile. La Corte ha quindi annullato la precedente decisione, rinviando la causa a un nuovo giudice per verificare se tale prassi si fosse effettivamente consolidata.
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Pagamenti in liquidazione: l’esenzione da revocatoria è valida
Una cooperativa, posta in liquidazione volontaria, aveva pagato regolarmente un suo fornitore. Successivamente, la procedura di liquidazione coatta amministrativa ha tentato di riavere indietro quelle somme tramite un'azione revocatoria. La Corte di Cassazione ha però dato ragione al fornitore, stabilendo un principio importante: la liquidazione volontaria non blocca necessariamente ogni attività produttiva. Se i pagamenti sono funzionali a mantenere una continuità utile alla liquidazione stessa, essi rientrano nei 'termini d'uso' e beneficiano dell'esenzione da revocatoria fallimentare. Di conseguenza, il fornitore ha potuto legittimamente trattenere le somme ricevute.
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Fornitore pagato da azienda in crisi: l’azione revocatoria vince
Una compagnia aerea in amministrazione straordinaria agisce contro una società alberghiera per riavere quasi 20.000 euro pagati poco prima della dichiarazione di insolvenza. La Cassazione ha confermato la validità dell'azione revocatoria fallimentare. Secondo i giudici, la conoscenza dello stato di crisi da parte del fornitore (la cosiddetta 'scientia decoctionis') può essere provata tramite presunzioni, come la massiccia copertura mediatica della crisi aziendale. Essendo un fornitore abituale, la società alberghiera non poteva non sapere. Inoltre, il pagamento ricevuto con un notevole ritardo rispetto agli accordi non rientrava nei 'termini d'uso' e quindi non era esente da revoca. La società alberghiera ha dovuto restituire le somme.
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Pagamenti nei termini d’uso: salvi anche se in ritardo cronico
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sui pagamenti nei termini d'uso. Un'azienda fornitrice aveva ricevuto pagamenti da un cliente con ritardi costanti fino a 90 giorni. Quando il cliente è stato dichiarato insolvente, l'amministrazione ha chiesto la restituzione di quelle somme. La Cassazione ha dato ragione al fornitore, affermando che una prassi di pagamento tardivo, se consolidata e stabile nel tempo, crea nuovi 'termini d'uso' tra le parti. Questi pagamenti, pur se in ritardo rispetto al contratto, diventano normali e quindi non possono essere revocati. La semplice spedizione di solleciti di pagamento non è sufficiente a interrompere questa consuetudine.
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