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Art. 665 Codice di Procedura Civile

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Sfratto per morosità: l’occupante non può bloccare il rilascio
Un proprietario ha avviato la procedura di sfratto per morosità contro una società conduttrice per il mancato pagamento dei canoni di locazione. Durante il giudizio è intervenuto il fratello del proprietario, dichiarando di occupare l'appartamento in virtù di un accordo verbale e chiedendo di non essere estromesso. Dopo la decisione dei giudici di merito, l'interveniente ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'inesistenza di un contratto di locazione a suo carico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo sfratto per morosità era stato intimato alla società e non al terzo occupante. Quest'ultimo ha travisato il contenuto della sentenza impugnata. Il ricorrente deve versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.
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Ordinanza di rilascio e sfratto: l’appello vietato costa caro
I proprietari di un immobile avviano una procedura di sfratto per finita locazione contro la società inquilina. Il giudice emette un'ordinanza di rilascio dell'immobile. La società propone appello contro questo provvedimento, ma la Corte d'Appello dichiara il ricorso inammissibile e condanna la conduttrice per abuso del processo, trattandosi di un atto non impugnabile. La società ricorre quindi in Cassazione sostenendo che il provvedimento avesse natura decisoria. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso stabilendo che l'ordinanza di rilascio ha natura provvisoria e non definitiva, dunque non è mai impugnabile. Inoltre, conferma la condanna per colpa grave, poiché la società conosceva perfettamente la non impugnabilità dell'atto.
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Terreno non usato ma canoni dovuti: sfratto per morosità valido
I proprietari di un'area intimano lo sfratto per morosità all'inquilino per il mancato pagamento dei canoni di locazione di un terreno destinato a distributore di carburanti. L'inquilino si oppone e chiede il risarcimento dei danni, sostenendo che la costruzione di un muretto da parte dei locatori ha ridotto l'area, impedendo la realizzazione dell'opera originariamente autorizzata e giustificando l'interruzione dei pagamenti. La perizia tecnica accerta tuttavia che l'impianto resta realizzabile mediante una lieve modifica progettuale. I giudici di merito confermano la risoluzione contrattuale per colpa del conduttore. La Corte di Cassazione respinge integralmente il ricorso dell'inquilino, confermando la piena validità dello sfratto, l'obbligo di rilascio del fondo e la condanna alle spese giudiziarie.
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Sfratto per finita locazione: vince l’ospedale contro il bar
Un'azienda ospedaliera ha intimato uno sfratto per finita locazione al gestore di un bar situato nei propri locali, dopo aver inviato regolare disdetta. Il gestore si è opposto sostenendo che il rapporto fosse una concessione pubblica e che la competenza spettasse al giudice amministrativo, proponendo ricorso in Cassazione. Le Sezioni Unite hanno respinto la tesi del gestore, dichiarando la giurisdizione del giudice ordinario. La Corte ha chiarito che il contratto di locazione pone le parti in una posizione paritetica, senza che l'amministrazione eserciti poteri autoritativi o persegua interessi pubblici generali. Di conseguenza, la controversia rientra pienamente nella competenza del tribunale civile ordinario.
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Sfratto per morosità: Cassazione respinge il ricorso tardivo
Una società conduttrice ha impugnato direttamente in Cassazione l'ordinanza del Tribunale che aveva convalidato lo sfratto per morosità intimato dalla locatrice. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per due motivi principali. In primo luogo, il ricorso è stato notificato in ritardo, oltre il termine di sei mesi calcolato secondo il criterio civile da giorno a giorno (ex nominatione dierum). In secondo luogo, i giudici hanno chiarito che l'ordinanza di convalida dello sfratto emessa fuori dai presupposti di legge non può essere impugnata direttamente in Cassazione, ma deve essere contestata tramite appello, poiché assume il valore sostanziale di una sentenza. La società conduttrice perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali.
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Sfratto del subconduttore: l’opposizione non evita le spese
Un Locatore avvia lo sfratto contro il Conduttore principale e ottiene un'ordinanza di rilascio. Il Subconduttore, rimasto estraneo al giudizio, propone un'opposizione all'esecuzione lamentando la propria esclusione. Nel corso della causa, il titolo esecutivo viene revocato e il Tribunale dichiara cessata la materia del contendere, compensando le spese legali. Il Subconduttore contesta la compensazione, pretendendo il rimborso. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando che lo sfratto del subconduttore è legittimo anche se basato su un titolo ottenuto solo contro il conduttore principale. Di conseguenza, l'opposizione del subconduttore era infondata fin dall'inizio. Applicando il principio della soccombenza virtuale, il Subconduttore avrebbe comunque perso la causa, rendendo corretta la compensazione delle spese.
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Sospensione del pagamento del canone: no all’inquilino moroso
Il Locatore ha intimato lo sfratto per morosità alla Società Conduttrice per il mancato pagamento dei canoni di locazione di un immobile commerciale. La Società Conduttrice si è opposta, chiedendo il risarcimento dei danni causati da infiltrazioni d'acqua e pretendendo la legittimità della sospensione del pagamento del canone. I giudici di merito hanno accertato che le infiltrazioni derivavano da problemi strutturali del condominio e che la conduttrice aveva persino ostacolato i lavori di ripristino. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, confermando che l'inquilino non può decidere autonomamente la sospensione del pagamento del canone se continua a godere dell'immobile. La società è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Ordinanza di rilascio: il contratto nullo non ferma lo sfratto
Il Locatore otteneva un'ordinanza di sfratto per morosità contro L'Inquilino. Successivamente, L'Inquilino scopriva che il contratto di locazione non era stato registrato e ne chiedeva la revoca per nullità. Il Tribunale rigettava l'istanza ritenendo il provvedimento irrevocabile. L'Inquilino proponeva ricorso straordinario in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'ordinanza di rilascio emessa con riserva delle eccezioni non ha natura di sentenza e non definisce la causa. Di conseguenza, essa non è impugnabile direttamente in Cassazione, poiché tutti i fatti trascurati possono essere ridiscussi nel successivo giudizio di merito. Vince il Locatore, mentre L'Inquilino viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Sfratto per morosità: i criteri per il rilascio
Il Tribunale ha ordinato il rilascio immediato di un immobile commerciale a causa di reiterati ritardi nei pagamenti dei canoni. Nonostante il conduttore avesse saldato il debito prima dell'udienza, il giudice ha ritenuto che lo sfratto per morosità fosse legittimo data la gravità del ritardo e l'assenza di valide giustificazioni documentate.
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Diritto di riscatto inquilino: immobile perso per un errore formale
La Corte di Cassazione ha chiarito le modalità per un corretto esercizio del diritto di riscatto del conduttore. Un inquilino, a cui non era stata notificata la vendita dell'immobile, ha perso il diritto di riscattarlo perché ha manifestato la sua volontà solo negli atti difensivi di una causa di sfratto. I giudici hanno stabilito che tale manifestazione non è sufficiente. Per essere valida, la volontà di riscatto deve essere espressa con una dichiarazione formale e autonoma, notificata al nuovo acquirente entro sei mesi dalla trascrizione della vendita. Se effettuata tramite avvocato, quest'ultimo deve avere una procura speciale per compiere specificamente quell'atto, non bastando la normale procura per la causa. L'errore formale ha causato la perdita definitiva del diritto per l'inquilino.
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Sfratto per morosità: chi paga le spese legali?
La sentenza analizza un caso di sfratto per morosità in cui il conduttore ha sanato il debito solo dopo la notifica dell'atto di citazione. Il Tribunale ha dichiarato la cessata materia del contendere per il rilascio dell'immobile, ma ha condannato l'inquilino al pagamento delle spese legali basandosi sul principio della soccombenza virtuale.
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Sfratto, il Locatore può cambiare domanda: la Cassazione decide
Un locatore avvia uno sfratto per finita locazione. Le inquiline si oppongono, sostenendo che il contratto sia quadriennale. Il procedimento si trasforma così in una causa ordinaria. Durante il processo, il locatore, a fronte della continua morosità, modifica la sua richiesta, chiedendo la risoluzione per inadempimento. I giudici di merito negano questa possibilità, ritenendola un inammissibile **mutamento della domanda in sfratto**. La Cassazione, invece, ribalta la decisione. Stabilisce che, dopo l'opposizione dell'inquilino, il locatore può legittimamente modificare la propria domanda, passando dalla finita locazione alla risoluzione per inadempimento, poiché la vicenda sostanziale rimane la stessa. Il locatore vince il ricorso.
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Termine di grazia: la richiesta salva-sfratto che diventa trappola
La Corte di Cassazione chiarisce le conseguenze della richiesta del termine di grazia in una procedura di sfratto. Un inquilino, dopo aver ricevuto l'intimazione di sfratto, aveva chiesto il termine di grazia per pagare ma non aveva poi saldato il debito. Il giudice aveva quindi convalidato lo sfratto. La Cassazione ha stabilito che l'appello contro tale convalida è inammissibile. La richiesta del termine di grazia manifesta una volontà di pagare che è incompatibile con l'intenzione di opporsi allo sfratto. Se il pagamento non avviene entro il tempo concesso, la convalida dello sfratto è una conseguenza automatica e corretta, non appellabile nel merito.
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Domanda riconvenzionale: regole e tempi nello sfratto
Una società immobiliare ha intimato lo sfratto per morosità a una cooperativa sociale, la quale si è opposta rivendicando crediti per lavori di manutenzione straordinaria. La controversia si è spostata sulla tempestività della domanda riconvenzionale presentata dalla cooperativa solo dopo il mutamento del rito. La Corte di Cassazione ha stabilito che la domanda riconvenzionale è pienamente ammissibile se formulata nella memoria integrativa successiva all'ordinanza di mutamento del rito, rigettando il ricorso della società immobiliare.
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Appello tardivo: rischi e regole nelle locazioni
Una società conduttrice di un immobile commerciale ha proposto ricorso contro la dichiarazione di inammissibilità del proprio gravame per appello tardivo. La controversia, originata da uno sfratto per morosità, è stata trattata con il rito del lavoro. La Corte di Cassazione ha ribadito che, in tali casi, la tempestività dell'impugnazione dipende dalla data di deposito dell'atto in cancelleria e non dalla sua notifica. Poiché il deposito è avvenuto oltre i trenta giorni dalla notifica della sentenza di primo grado, l'impugnazione è stata correttamente considerata fuori termine.
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Regolamento di competenza: la contestazione corretta
La Corte di Cassazione ha accolto un ricorso basato sul regolamento di competenza in una disputa tra due società. Il tribunale di merito aveva erroneamente dichiarato l'incompetenza del foro di Roma a favore di quello di Bari. La Suprema Corte ha stabilito che l'eccezione di incompetenza territoriale è incompleta se il convenuto non contesta tutti i possibili criteri di collegamento legali e convenzionali.
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Vizi cosa locata: quando il ricorso è inammissibile
Un conduttore ricorre in Cassazione per vizi della cosa locata, lamentando difetti all'impianto fognario. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, sottolineando come la critica alla sentenza d'appello fosse troppo generica e tendesse a un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità. La decisione ribadisce i rigorosi requisiti di specificità per i ricorsi in Cassazione.
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Sospensione del giudizio: no se la causa è sommaria
Una società immobiliare chiede lo sfratto di un ex portiere. Il Tribunale dispone la sospensione del giudizio in attesa della definizione di una potenziale causa di lavoro. La Corte di Cassazione annulla l'ordinanza, stabilendo che la sospensione è illegittima sia perché non vi era alcuna causa pregiudiziale effettivamente pendente, sia perché la natura sommaria della fase iniziale del procedimento di sfratto non consente l'applicazione dell'art. 295 c.p.c., il cui scopo è evitare conflitti tra giudicati.
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Decadenza fideiussione: la deroga nel contratto
Un garante in un contratto di locazione commerciale ha impugnato una condanna al pagamento, eccependo la decadenza fideiussione per mancata azione giudiziaria del locatore entro sei mesi. La Corte d'Appello ha respinto il ricorso, stabilendo che una specifica clausola contrattuale derogava validamente all'art. 1957 c.c., rendendo sufficiente una semplice richiesta di pagamento per interrompere i termini e conservare la garanzia.
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Clausola risolutiva espressa: la tolleranza non salva
Una società conduttrice, morosa nel pagamento di diversi canoni di locazione, si è vista risolvere il contratto nonostante avesse saldato il debito dopo la notifica di sfratto. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che la precedente tolleranza del locatore verso i ritardi non impedisce l'attivazione della clausola risolutiva espressa. L'atto di citazione per lo sfratto è di per sé sufficiente a manifestare la volontà del locatore di porre fine alla tolleranza e di avvalersi della clausola, risolvendo di diritto il contratto a causa del grave e reiterato inadempimento.
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