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Art. 64 R.D. 267/1942

6 provvedimenti

Revocatoria del fondo patrimoniale: la banca batte la garanzia
Un imprenditore, garante personale per i debiti della propria società tramite fideiussione, conferisce tutti i propri immobili in un fondo patrimoniale. Pochi mesi dopo, la società fallisce e l'istituto di credito creditore avvia la revocatoria del fondo patrimoniale per rendere inefficace il vincolo. I coniugi sostengono l'estraneità della moglie al debito e la natura onerosa dell'atto a tutela dei doveri familiari. La Corte di Cassazione conferma la revoca del fondo. I giudici stabiliscono che la costituzione del fondo ha natura gratuita e danneggia la garanzia patrimoniale della banca creditrice, sorta già al momento della firma della garanzia. La Corte dichiara la moglie parte necessaria del giudizio, confermando la sua condanna alle spese legali.
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Azione revocatoria ordinaria: banca perde garanzia su conto
Una banca ha chiesto il riconoscimento del privilegio pignoratizio per cinquecentomila euro relativi a pegni concessi su conti correnti da una società in seguito fallita. Il curatore si è opposto con un'azione revocatoria ordinaria, sostenendo che la garanzia era stata fornita mentre la società si trovava già in grave stato di dissesto economico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della banca, confermando l'inefficacia dei pegni. Per fondare la decisione tramite l'azione revocatoria ordinaria, il curatore ha dimostrato la presenza di un ingente passivo preesistente e la consapevolezza dell'istituto di credito riguardo alla crisi finanziaria aziendale. La costituzione della garanzia ha infatti peggiorato le possibilità di soddisfacimento per gli altri creditori.
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Bancarotta fraudolenta patrimoniale tra donazioni e recuperi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un amministratore per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale. L'amministratore ha prelevato ingiustificate somme aziendali, donato denaro al proprio fratello e omesso di consegnare la cassa al curatore fallimentare. La difesa sosteneva l'assenza di reato poiché il curatore poteva recuperare l'importo donato e chiedeva la sospensione condizionale della pena. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso: il reato scatta nel momento in cui il bene esce dal patrimonio dell'impresa e l'eventuale recupero successivo non cancella l'illecito. Inoltre, i precedenti penali ostacolavano il beneficio della condizionale.
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Fallimento del socio palese: la donazione resta inefficace
Il Tribunale dichiara il fallimento di una societa di persone e del suo socio illimitatamente responsabile. Il curatore apprende due immobili donati dal socio alla figlia nel biennio precedente. Successivamente, la Corte d'Appello revoca il fallimento del socio per un vizio di notifica. Il curatore richiede e ottiene una nuova dichiarazione di fallimento. La figlia del socio propone ricorso sostenendo che la donazione sia antecedente di oltre due anni rispetto alla seconda sentenza. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso e conferma la legittimita dell'apprensione dei beni. Nel fallimento del socio palese, gli effetti della nuova sentenza retroagiscono sempre alla data del fallimento della societa.
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Cessione balneare sottocosto: è bancarotta per distrazione
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di uno stabilimento balneare ceduto tramite passaggi societari a catena prima del fallimento della società originaria. L'operazione prevedeva inizialmente la cessione gratuita della concessione demaniale e dell'azienda a una seconda società, la quale ha poi rivenduto l'intero compendio a una terza impresa a un prezzo vile. Gli inquirenti hanno contestato il delitto di bancarotta per distrazione a tutti gli amministratori coinvolti nel disegno di spoliazione. I giudici di legittimità hanno chiarito che il subingresso nella concessione demaniale non maschera la natura economica della cessione d'azienda e non esclude la bancarotta per distrazione se mancano corrispettivi congrui. Il ricorso della società acquirente è stato quindi integralmente rigettato con condanna alle spese.
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Inefficacia della donazione: figlie perdono l’usufrutto del padre
Il Fallimento di un genitore ha chiesto l'inefficacia della donazione dell'usufrutto di due immobili, effettuata a favore delle figlie nei due anni precedenti al fallimento. Le figlie erano già nude proprietarie dei beni. Il Tribunale ha dichiarato l'inefficacia dell'atto. La Corte d'Appello ha stabilito che, a causa dell'inefficacia della donazione, non si era verificata la consolidazione dell'usufrutto. Di conseguenza, le figlie sono state condannate a pagare al fallimento i frutti civili, pari al valore locativo stimato tramite consulenza tecnica, maturati durante la procedura. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso delle figlie. La sentenza ribadisce che l'inefficacia della donazione impedisce la consolidazione dell'usufrutto e obbliga alla restituzione dei frutti civili per reintegrare la garanzia dei creditori.
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