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Art. 6 R.D. 267/1942 (Legge Fallimentare)

6 provvedimenti

Istanza di fallimento: rinvio per trattative o rinuncia?
Una società debitrice impugna la dichiarazione di fallimento sostenendo che la richiesta di rinvio per trattative avanzata dai creditori equivalesse a una rinuncia implicita agli atti. La debitrice lamenta inoltre l'abuso del diritto da parte degli istanti per mancato perfezionamento degli accordi transattivi. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso confermando il fallimento. La Suprema Corte chiarisce che la richiesta di rinvio è un mero atto neutro del processo e non comporta alcuna rinuncia alla istanza di fallimento. Inoltre, la presenza di un credito insoluto certo e superiore alla soglia di legge legittima pienamente la procedura concorsuale. La tutela della buona fede non blocca la pronuncia giudiziale in presenza di un dissesto oggettivo e di trattative mai perfezionate formalmente.
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Istanza di fallimento: cambiali insolute e prova del debito
Un'azienda fornitrice ha presentato un'istanza di fallimento contro una società debitrice per oltre 121.000 euro, documentati da vaglia cambiari insoluti emessi a saldo di forniture. La società debitrice ha contestato la legittimazione della creditrice, sostenendo di aver saldato ogni fornitura tramite bonifici anticipati e contestando le causali dei titoli. I giudici di merito hanno confermato il fallimento, rilevando l'assenza di riscontri oggettivi del pagamento da parte del debitore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della debitrice, ribadendo che per l'istanza di fallimento non serve una sentenza definitiva sul credito, ma basta un accertamento incidentale della pretesa.
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Assenza all’udienza prefallimentare: il fallimento resta valido
Alcuni creditori hanno chiesto il fallimento di una società debitrice. All'udienza prefallimentare i creditori non si sono presentati e il Tribunale ha respinto l'istanza. I creditori hanno quindi presentato reclamo davanti alla Corte d'Appello, che ha ribaltato l'esito dichiarando il fallimento dell'impresa. La società ha impugnato la decisione in Cassazione sostenendo che l'assenza fisica all'udienza costituisse una rinuncia tacita alla procedura. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società debitrice, confermando integralmente il fallimento. Gli Ermellini hanno chiarito che nei procedimenti camerali l'assenza dei creditori istanti all'udienza prefallimentare non equivale affatto a una desistenza né fa decadere la loro legittimazione ad agire. La società fallita è stata inoltre condannata al pagamento integrale delle spese processuali.
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Soglia di fallibilità e debiti rateizzati dopo la sentenza
Un creditore ha chiesto il fallimento di una società in accomandita semplice e del suo socio accomandatario per debiti scaduti superiori alla soglia di fallibilità di trentamila euro. Il tribunale ha dichiarato il fallimento, ma la corte d'appello lo ha successivamente revocato. I giudici di secondo grado hanno ritenuto che la concessione di una rateizzazione con un ente pubblico, concordata dopo la sentenza fallimentare, avesse abbassato il debito scaduto sotto il limite di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del creditore. I giudici di legittimità hanno chiarito che il computo dei debiti deve avvenire al momento della decisione del tribunale. Accordi rateali successivi o semplici dilazioni non cancellano lo stato di insolvenza e non impediscono la dichiarazione di fallimento.
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Istanza di fallimento nulla con la delega del decreto ingiuntivo
Una società creditrice ha presentato un'istanza di fallimento contro un'azienda debitrice, utilizzando la vecchia procura alle liti rilasciata solo per ottenere un decreto ingiuntivo. Il tribunale ha dichiarato il fallimento, ma i giudici di appello hanno revocato la decisione per difetto di rappresentanza dell'avvocato. Il curatore fallimentare ha impugnato il verdetto sostenendo la validità del mandato generale o la necessità di un termine per regolarizzare l'atto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del curatore. La procura ottenuta per recuperare un singolo credito non autorizza ad avviare la procedura concorsuale. Quando la controparte contesta tempestivamente il vizio, il creditore deve produrre subito la nuova procura senza attendere inviti dal giudice. La revoca del fallimento resta quindi definitiva.
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Affitto di azienda e debiti di lavoro: paga anche l’affittuario
Diversi dipendenti hanno promosso istanza di fallimento contro la società affittuaria per il mancato pagamento delle retribuzioni maturate durante il rapporto lavorativo. La società debitrice ha contestato la decisione, sostenendo l'invalidità della notifica del procedimento e invocando la risoluzione contrattuale per escludere l'applicazione delle tutele datoriali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della società, confermando la piena validità della notifica telematica tramite PEC e il successivo deposito in Comune. I giudici hanno chiarito che, nel caso di affitto di azienda e debiti di lavoro, la responsabilità solidale tra concedente e affittuario opera inderogabilmente a tutela dei diritti retributivi dei lavoratori subordinati.
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