LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

art. 6 l.f.

18 provvedimenti

Dichiarazione di Fallimento: Credito Controverso non Ferma la Sentenza
Un Comune creditore ha chiesto la dichiarazione di fallimento di un'Azienda per un debito rilevante, accertato tramite un lodo arbitrale. Nonostante l'efficacia esecutiva del lodo fosse stata sospesa, la Corte d'Appello ha confermato il fallimento. L'Azienda ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la valutazione del credito e lo stato di insolvenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che per la dichiarazione di fallimento non è necessario un accertamento definitivo del credito, ma basta una valutazione incidentale della sua esistenza. Inoltre, lo stato di insolvenza è un apprezzamento di fatto insindacabile in Cassazione se ben motivato. L'Azienda ha perso e dovrà pagare le spese legali.
Continua »
Dichiarazione di fallimento valida anche per un solo debito
Una società creditrice in concordato preventivo ha ottenuto la dichiarazione di fallimento di una società debitrice per un debito insoluto di oltre 1,6 milioni di euro. L'impresa debitrice ha impugnato la sentenza contestando i poteri del liquidatore creditore e sostenendo che il mancato pagamento di una singola pretesa non potesse dimostrare l'insolvenza. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che il liquidatore giudiziale possiede piena legittimazione ad agire per recuperare i crediti sociali. Inoltre, anche l'inadempimento verso un solo creditore evidenzia lo stato di insolvenza quando assume importi rilevanti e manifesta una strutturale incapacità finanziaria dell'impresa, rendendo legittima la dichiarazione di fallimento.
Continua »
Fallimento valido senza risoluzione del concordato preventivo
Una società cooperativa in liquidazione aveva ottenuto l'omologazione di un concordato preventivo con cessione dei beni. Durante la fase esecutiva, la debitrice non è riuscita a pagare i debiti ristrutturati né ulteriori pendenze. Il Pubblico Ministero ha chiesto e ottenuto la dichiarazione di fallimento della società. La cooperativa ha contestato il provvedimento, sostenendo l'impossibilità di dichiarare il fallimento senza la preventiva risoluzione del concordato preventivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società debitrice. I giudici hanno chiarito che il fallimento può essere dichiarato direttamente quando l'insolvenza persiste, anche su istanza del Pubblico Ministero. L'inadempimento del piano rende inattuabile l'accordo e conferma la crisi irreversibile, senza necessità di sciogliere prima l'intesa. La Corte ha inoltre condannato il liquidatore in solido per lite temeraria.
Continua »
Cessione crediti in blocco: confermata l’insolvenza societaria
Una società debitrice ha impugnato la dichiarazione di fallimento richiesta da una società di cartolarizzazione. La creditrice aveva acquistato un portafoglio di crediti deteriorati tramite un'operazione di cessione crediti in blocco. La debitrice ha contestato la legittimazione della creditrice e l'assenza di prova sul trasferimento dello specifico credito. La Corte d'Appello ha respinto il reclamo confermando il fallimento, poichè lo stato di insolvenza risultava provato dall'insieme degli elementi aziendali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il primo motivo difettava di autosufficienza per mancata trascrizione dei motivi di reclamo, mentre il secondo richiedeva un inammissibile riesame dei fatti già valutati nei gradi di merito.
Continua »
Dichiarazione di fallimento: se il PM rinuncia il giudice si ferma
Il Pubblico Ministero presentava un'istanza per la dichiarazione di fallimento nei confronti di un'Azienda in liquidazione, ma decideva di desistere prima della decisione del Tribunale. Nonostante la rinuncia, il Tribunale dichiarava comunque il fallimento. La Corte d'Appello revocava tale decisione, ritenendo che la desistenza del Pubblico Ministero impedisse al giudice di procedere d'ufficio. La Corte di Cassazione ha confermato questa linea, rigettando il ricorso del Fallimento. I giudici hanno stabilito che il Pubblico Ministero, agendo come parte sostanziale, ha la piena facoltà di rinunciare alla propria richiesta. Consentire al giudice di pronunciare la dichiarazione di fallimento nonostante la desistenza significherebbe reintrodurre illegittimamente il fallimento d'ufficio, abolito dalla riforma del diritto fallimentare. L'Azienda in liquidazione vince definitivamente la causa.
Continua »
Dichiarazione di fallimento: valida anche con debiti contestati
L'Agente della Riscossione ha richiesto la dichiarazione di fallimento di una società per un debito tributario superiore a otto milioni di euro. La Società ha impugnato la decisione, lamentando l'invalidità della notifica dell'atto (avvenuta tramite deposito nella casa comunale a ridosso di Ferragosto) e contestando la legittimazione del creditore, poiché i debiti erano ancora sotto giudizio (sub judice). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la notifica è valida se la Società non mantiene attiva la propria PEC. Inoltre, per la dichiarazione di fallimento non serve un accertamento definitivo del credito: basta una valutazione provvisoria del giudice fallimentare sulla sussistenza del debito, anche se questo è contestato in altre sedi.
Continua »
Impresa agricola e fallimento: i criteri Cassazione
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di una società che contestava la propria dichiarazione di fallimento, sostenendo la propria natura di impresa agricola. Sebbene i giudici di merito avessero dichiarato il fallimento basandosi sulla cessazione dell'attività agricola e sulla vendita dei terreni, la Suprema Corte ha chiarito che tali fatti non dimostrano automaticamente l'esercizio di un'attività commerciale. Per assoggettare a fallimento un'impresa agricola, è necessario provare che essa abbia effettivamente svolto attività commerciali prevalenti, non essendo sufficiente la mera dismissione dell'attività originaria.
Continua »
Stato di insolvenza: i criteri per la Cassazione
La Corte di Cassazione conferma la dichiarazione di fallimento di una società in liquidazione, rigettando il suo ricorso. La decisione si fonda sulla valutazione dello stato di insolvenza, determinato dall'incertezza e dalla dubbia esigibilità dell'unico, ingente credito vantato dalla società. L'ordinanza chiarisce importanti principi procedurali, tra cui l'autosufficienza del ricorso e le conseguenze della 'doppia ratio decidendi' adottata dal giudice di merito.
Continua »
Holding di fatto: la Cassazione e il fallimento
La curatela di una società fallita ha richiesto il fallimento di un gruppo familiare e di un'altra società, ipotizzando l'esistenza di una holding di fatto che avrebbe danneggiato l'impresa fallita. La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha stabilito che la curatela ha piena legittimazione a richiedere il fallimento autonomo della holding di fatto, agendo in qualità di creditore per i danni subiti a causa della cattiva gestione (eterodirezione). La Corte ha cassato la precedente decisione di merito che negava tale legittimazione, rinviando il caso per un nuovo esame.
Continua »
Errore di fatto: Cassazione revoca la sua ordinanza
La Corte di Cassazione ha revocato una propria precedente ordinanza a causa di un errore di fatto. La Corte aveva erroneamente ritenuto pendente un giudizio, ignorando che la sentenza su cui si basava il credito dell'istante era già passata in giudicato. Tale circostanza, decisiva e provata in atti ma non percepita dal giudice, ha portato all'accoglimento del ricorso per revocazione, ribaltando l'esito del giudizio e affermando la legittimazione del creditore a chiedere il fallimento del debitore.
Continua »
Ricorso inammissibile: Cassazione e fallimento
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una società contro la sentenza di fallimento. I motivi sono stati giudicati generici, ripetitivi e volti a un riesame del merito non consentito in sede di legittimità. La decisione sottolinea i requisiti di specificità del ricorso in Cassazione e le conseguenze di un'impugnazione temeraria.
Continua »
Atti in frode: dati falsi revocano il concordato
La Corte di Cassazione conferma la revoca di un concordato preventivo e la successiva dichiarazione di fallimento di una società. La decisione si fonda sulla constatazione che la presentazione di dati contabili e patrimoniali significativamente diversi dalla realtà integra gli estremi degli atti in frode ai creditori, a prescindere da un'esplicita volontà di ingannare. La mera consapevolezza di fornire informazioni incomplete o inesatte è sufficiente a compromettere la procedura.
Continua »
Istanza di fallimento: il rinvio non è rinuncia
La Cassazione ha stabilito che la richiesta di rinvio di un'udienza prefallimentare, avanzata dal creditore in attesa di un pagamento, non costituisce una rinuncia tacita all'istanza di fallimento. La rinuncia deve essere espressa. Di conseguenza, il tribunale può dichiarare il fallimento anche dopo tale richiesta. La Corte ha cassato la decisione d'appello che aveva revocato il fallimento, ritenendo erroneamente che il rinvio implicasse una desistenza.
Continua »
Onere della prova nel fallimento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un ex socio contro la sentenza di fallimento della sua società. L'ordinanza sottolinea che il ricorrente non ha adempiuto al proprio onere della prova nel dimostrare una sede effettiva diversa da quella legale, né ha contestato validamente la legittimazione del creditore istante o lo stato di insolvenza. La Corte ribadisce che il ricorso per cassazione non può limitarsi a richiedere una nuova valutazione dei fatti, ma deve basarsi su vizi di legittimità.
Continua »
Legittimazione attiva creditore: credito contestato
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 26518/2025, ha stabilito un principio fondamentale sulla legittimazione attiva creditore per la richiesta di liquidazione giudiziale. Un credito semplicemente contestato o 'sub iudice' non è sufficiente. Il giudice deve effettuare una valutazione sommaria ed incidentale per verificare l'effettiva esistenza del credito, non potendo basarsi sulla mera pendenza di un'altra causa. La Corte ha quindi annullato la decisione di merito che aveva aperto la liquidazione basandosi solo sulla contestazione del credito.
Continua »
Fattibilità del concordato: limiti del giudice
Una società ha presentato ricorso in Cassazione dopo che la sua domanda di concordato preventivo era stata respinta per mancanza di fattibilità economica. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il tribunale ha il dovere di valutare la fattibilità del concordato, limitatamente alla manifesta inettitudine del piano a raggiungere i suoi obiettivi. Il ricorso è stato inoltre respinto per la sua genericità e perché mirava a un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità.
Continua »
Stato di insolvenza: un solo debito può bastare?
Una società di calzature si oppone alla dichiarazione di fallimento, sostenendo che un singolo debito non pagato non dimostra lo stato di insolvenza, data la presenza di linee di credito bancarie. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che lo stato di insolvenza è una condizione oggettiva di incapacità a far fronte ai propri impegni finanziari. Anche un solo inadempimento significativo può essere un sintomo sufficiente a rivelare questa condizione, rendendo irrilevanti contestazioni pretestuose del credito o la mera esistenza di affidamenti bancari non liquidi.
Continua »
Abuso del diritto: no a concordati per ritardare il fallimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20182/2025, ha stabilito che la presentazione di una nuova domanda di concordato preventivo, al solo scopo di eludere le conseguenze negative di una precedente procedura destinata all'insuccesso, costituisce un abuso del diritto. La Corte ha rigettato il ricorso di una società, confermando sia la sua dichiarazione di fallimento sia l'estensione dello stesso a un'altra società, riconosciuta come socia di una supersocietà di fatto. La decisione ribadisce che gli strumenti di risoluzione della crisi non possono essere usati in modo strumentale e dilatorio per paralizzare le legittime istanze dei creditori.
Continua »