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Art. 577 Codice Penale — Sezione Prima Penale

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270 provvedimenti

Altri anni per Art. 577 Codice Penale

Omicidio e custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari
Due donne hanno pianificato e commesso l'omicidio di un'anziana parente mediante somministrazione di farmaci e soffocamento, allo scopo di rapinarla di denaro e gioielli. Il Giudice per le indagini preliminari ha disposto la misura della custodia cautelare in carcere per entrambe. Il Tribunale del riesame ha confermato il provvedimento. Le indagate hanno fatto ricorso in Cassazione eccependo la mancanza di gravi indizi, il mancato interrogatorio preventivo e la presenza di figli minori per una delle due. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi: la gravità dei fatti giustifica la misura carceraria unitaria, esclude l'obbligo di audizione preventiva per connessione con reati gravi e supera il divieto ordinario per le madri di minori.
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Incidente o tentato omicidio: confermata la condanna
Un automobilista ha invaso deliberatamente la corsia opposta di marcia per travolgere un uomo a bordo di uno scooter, causandogli gravi lesioni. Il movente risiedeva nella gelosia ossessiva verso la vittima, sospettata di una relazione con la moglie del conducente. I giudici di merito hanno condannato l'imputato a otto anni e quattro mesi di reclusione per tentato omicidio aggravato dai futili motivi e dalla recidiva. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo la natura colposa dell'incidente stradale e contestando le intercettazioni telefoniche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando integralmente la condanna e ribadendo che investire intenzionalmente una persona per gelosia morbosa integra il delitto di tentato omicidio con l'aggravante della futilità del motivo.
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Omicidio e prova: limiti al ricorso straordinario per errore di fatto
Un uomo condannato per concorso in omicidio premeditato ha impugnato la decisione definitiva della Suprema Corte. La difesa ha azionato lo strumento del ricorso straordinario per errore di fatto, denunciando una presunta svista dei giudici di legittimità sulla datazione della morte della vittima e sul reale movente delittuoso derivante dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta e ha dichiarato inammissibile il ricorso. Gli ermellini hanno ribadito che il rimedio eccezionale corregge solo errori materiali o sviste di lettura degli atti interni al giudizio. La contestazione sull'attendibilità delle perizie e sulle testimonianze riguarda la valutazione delle prove e costituisce un dissenso sul merito, non un errore percettivo. Il condannato è stato sanzionato al pagamento delle spese di lite e al versamento di una somma alla Cassa delle ammende.
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Omicidio volontario con minorata difesa: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a ventuno anni di reclusione per il reato di omicidio volontario con minorata difesa a carico dell'Imputato. L'uomo aveva scaraventato a terra l'anziana madre, provocandole una lussazione all'anca che ne impediva qualsiasi reazione. Successivamente, aveva schiacciato il torace della donna immobilizzandola fino a provocarne il decesso per asfissia meccanica. La Suprema Corte ha respinto i ricorsi della difesa relativi alla presunta accidentalità del fatto, confermando sia la sussistenza del dolo omicida sia l'aggravante dei maltrattamenti in famiglia. La sentenza ha ribadito che l'aggressore ha approfittato consapevolmente della condizione di assoluta vulnerabilità fisica in cui aveva ridotto la vittima, rigettando le richieste di perizia e confermando la piena validità della ricostruzione dei giudici di merito.
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Premeditazione nei reati minorili: lite o aggressione pianificata?
Un giovane è stato accusato di tentato omicidio aggravato per aver ferito un coetaneo all'addome con un coltello a seguito di una lite per motivi di gelosia. Il Tribunale per i Minorenni ha applicato la misura cautelare del collocamento in comunità, ritenendo sussistenti la premeditazione e il pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione, accogliendo in parte il ricorso della difesa, ha confermato la gravità del fatto ma ha annullato la decisione in merito alla **premeditazione nei reati minorili** e all'adeguatezza della misura custodiale. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'agguato e il piano preordinato richiedono un lasso di tempo ampio e la ferma volontà criminosa, elementi non provati nel caso di uno scontro occasionale. La causa è stata rinviata per un nuovo giudizio che consideri la priorità dei percorsi educativi del minore.
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Concorso in omicidio: esecutore condannato, rinvio per l’autista
La Corte di Cassazione ha esaminato la condanna di due uomini per un duplice agguato mortale legato al controllo dello spaccio. Il primo imputato, esecutore materiale dell'agguato, ha visto respinto integralmente il ricorso: i giudici hanno confermato la sua condanna a trent'anni di reclusione grazie alle dichiarazioni del mandante e a una confessione resa a un compagno di cella. Il secondo imputato, autista del commando, ha contestato il concorso in omicidio sostenendo di essere stato costretto sotto minaccia. I supremi giudici hanno confermato la sua colpevolezza e l'aggravante del metodo mafioso, ma hanno annullato con rinvio la sentenza limitatamente all'aggravante della premeditazione, poiché i giudici d'appello hanno completamente omesso di motivare la sua reale adesione preventiva al piano omicida.
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Chiamata in correità e omicidio: annullato l’ergastolo
La vicenda riguarda un grave agguato mortale eseguito da due persone a bordo di uno scooter rubato. Il primo giudice condanna l'esecutore materiale ed assolve il presunto complice per carenza di riscontri individualizzanti. La Corte di Appello ribalta il verdetto e condanna entrambi all'ergastolo, valorizzando la chiamata in correità de relato e i tabulati telefonici. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del complice, annullando la condanna con rinvio: una chiamata in correità richiede riscontri specifici sul fatto e una motivazione rafforzata. Nei confronti dell'esecutore materiale la Corte conferma la condanna per omicidio premeditato, escludendo tuttavia l'aggravante del metodo mafioso per assenza di intimidazione ambientale concreta.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: no a nuove valutazioni
L'Imputato, condannato in via definitiva per omicidio premeditato, ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto dinanzi alla Corte di Cassazione. La difesa ha sostenuto che i giudici di legittimità fossero incorsi in una svista percettiva nel valutare la concordanza tra le dichiarazioni del coimputato e quelle del collaboratore di giustizia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il rimedio straordinario corregge unicamente le sviste materiali sugli atti, e non le contestazioni sulla valutazione delle prove. Trattandosi di un dissenso sull'interpretazione delle testimonianze, la doglianza integra un presunto errore di giudizio e non di fatto. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali, al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende e al risarcimento delle spese legali sostenute dai familiari della vittima.
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Omicidio e fiamme: confermata l’aggravante della crudeltà
Un ospite di una comunità aggredisce brutalmente un religioso anziano e malato, si allontana per compiere furti e prelievi con carte sottratte, e poi ritorna per dare fuoco alla vittima inerme nel letto, causandone la morte. La Corte di Cassazione conferma la condanna a ventidue anni di reclusione per omicidio, ribadendo la piena sussistenza della circostanza aggravante della crudeltà. I giudici evidenziano che appiccare il fuoco a una persona già resa inoffensiva costituisce un'inutile inflizione di patimenti ulteriori rispetto all'azione letale. I Supremi Giudici annullano solo la condanna alle spese legali verso una parte civile totalmente soccombente.
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Continuazione tra reati e mafia: stop a sconti automatici
Il Condannato ha richiesto al giudice dell'esecuzione la continuazione tra reati per unire una condanna per omicidio a quelle per associazione mafiosa. Il richiedente sosteneva che l'omicidio fosse servito per affermare la propria posizione nel clan. I giudici hanno respinto la richiesta: il delitto derivava da dissidi familiari ed eventi contingenti, non previsti al momento dell'ingresso nell'associazione criminale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. La continuazione tra reati richiede una specifica programmazione iniziale di tutti i delitti. L'agire per accreditarsi nella cosca o la matrice mafiosa dimostrano una spiccata capacità a delinquere, ma non provano un originario piano unitario.
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Tentato omicidio o lesioni: sparo alla gamba e carcere
L'Indagato ha esploso colpi di pistola contro un rivale da una moto in corsa, ferendolo al calcagno dopo un diverbio. La difesa ha sostenuto la configurabilità delle sole lesioni aggravate, invocando una mera finalità intimidatoria. I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere per tentato omicidio aggravato da premeditazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato: l'uso dell'arma da fuoco a distanza ravvicinata e ad altezza d'uomo manifesta una chiara idoneità lesiva mortale, indipendentemente dal punto corporeo attinto per mero errore di mira.
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Omicidio di mafia: resta la custodia cautelare in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere per un uomo indagato di concorso in omicidio aggravato dal metodo mafioso. Il delitto risale a molti anni prima. La difesa contestava l'attendibilità dei collaboratori di giustizia e lamentava l'assenza di esigenze cautelari attuali a causa del tempo trascorso. I giudici di legittimità hanno respinto le doglianze difensive. Le testimonianze dei collaboratori risultano reciprocamente concordanti e supportate da precisi riscontri oggettivi, tra cui intercettazioni telefoniche e il ritrovamento della moto utilizzata per il crimine. Per i reati aggravati da contesto mafioso vige la presunzione di pericolosità sociale. Il semplice decorso del tempo non basta ad annullare la misura cautelare.
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Permesso premio negato per delitti gravi: serve revisione critica
Un detenuto condannato per omicidio aggravato ha richiesto il permesso premio dopo aver svolto attività lavorativa interna, aver scritto una lettera di scuse ai familiari della vittima e aver intrapreso percorsi riparativi. Il Magistrato e il Tribunale di Sorveglianza hanno respinto la richiesta a causa della scarsa revisione critica del passato delittuoso, elemento attestato dalla relazione dell'equipe trattamentale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la sola buona condotta carceraria non basta per ottenere il permesso premio. Per reati gravi e con pena residua consistente, serve una concreta e significativa rivisitazione critica del reato per escludere la pericolosità sociale.
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Vizio parziale di mente: lucidità e disturbo nel delitto
La Suprema Corte ha confermato la condanna a diciannove anni di reclusione per una madre responsabile della morte del figlio di due anni, precipitato dal sesto piano di un edificio. I giudici hanno escluso la fatalità o la condotta colposa, accertando la natura volontaria del gesto dettato dal timore patologico di perdere l'affidamento del minore. Alla donna è stato applicato il vizio parziale di mente, derivante da un grave disturbo borderline di personalità che ha alterato la comprensione della realtà lasciando intatta la determinazione nell'azione. La Cassazione ha rigettato la richiesta difensiva di una nuova perizia psichiatrica e ha confermato il diniego delle attenuanti generiche, reputando logica e completa la valutazione dei periti sulla lucidità organizzativa dell'imputata.
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Aggravante della crudeltà: confermato l’ergastolo
L'Imputato ha ucciso la sua ex compagna nell'androne di casa con 56 coltellate e colpi sferrati con un oggetto contundente, dopo che la donna aveva interrotto la relazione affettiva. La Corte di Assise di Appello lo ha condannato all'ergastolo, confermando l'Aggravante della crudeltà. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'errata applicazione di tale aggravante, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e il diniego dell'accesso ai programmi di giustizia riparativa. La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'elevato numero di colpi inferti a una vittima inerme dimostra la volonta' di infliggere sofferenze atrocemente gratuite. Inoltre, la confessione tardiva e l'assenza di un sincero ravvedimento precludono sia lo sconto di pena che l'accesso ai percorsi di riparazione.
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Premeditazione nell’omicidio: l’ergastolo diventa definitivo
L'Imputato ha ucciso con un'arma da fuoco il nuovo compagno dell'ex moglie. I giudici di merito hanno condannato l'uomo all'ergastolo. La pena comprende le aggravanti dello stalking e della premeditazione nell'omicidio. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha sostenuto l'assenza di pianificazione, la mancata alterazione delle abitudini della vittima e ha richiesto l'accesso alla giustizia riparativa per ottenere le attenuanti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno confermato la premeditazione nell'omicidio valorizzando l'assenza ingiustificata dal lavoro e l'attesa del momento idoneo. Inoltre, la Corte ha escluso la giustizia riparativa a causa dell'assenza di pentimento e dell'acredine manifestata dall'Imputato anche dopo il delitto. La condanna all'ergastolo resta definitiva.
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Tentato omicidio: ferite lievi ma condanna confermata
L'Aggressore ha inseguito e colpito la Vittima con una roncola lunga ventitré centimetri all'interno di una stazione della metropolitana, dopo il mancato pagamento di una partita di marijuana. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio, detenzione illecita di stupefacenti e porto abusivo di arma. I giudici hanno chiarito che l'uso di una lama micidiale, i colpi indirizzati verso parti vitali e le lesioni difensive provano la volontà omicida, a prescindere dalla superficialità delle ferite guarite in dieci giorni. La Suprema Corte ha respinto integralmente il ricorso del colpevole.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per omicidio
L'Imputato, accusato di un grave omicidio aggravato da premeditazione e crudeltà, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari muniti di braccialetto elettronico. La difesa ha sostenuto l'assenza di un pericolo attuale di recidiva, presentando una perizia tecnica per ridimensionare il fatto a omicidio colposo e contestando i precedenti contatti compulsivi dell'uomo con donne vulnerabili. Il Tribunale prima e la Corte di Cassazione poi hanno respinto la richiesta. I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere evidenziando l'inadeguatezza di misure meno afflittive, la pericolosità sociale del soggetto e l'impossibilità di rivalutare il quadro probatorio complessivo in sede di appello cautelare.
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Tentato omicidio: l’assenza di traiettoria non esclude la colpa
La vicenda nasce dal conflitto tra due individui. L'aggressore ha minacciato la vittima sotto casa sparando colpi a terra. Il giorno successivo, incrociando l'auto della vittima, ha sporto il braccio fuori dal finestrino esplodendo due colpi di pistola ad altezza d'uomo. La vittima si è salvata riparandosi dietro il veicolo. I giudici di merito hanno condannato l'imputato a cinque anni e dieci mesi di reclusione per tentato omicidio aggravato da premeditazione e futili motivi, oltre a reati di armi e minacce. La difesa ha contestato la sussistenza del delitto per il mancato rinvenimento delle traiettorie dei proiettili. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando integralmente la condanna definitiva e infliggendo tremila euro di sanzione alla Cassa delle ammende.
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Tentato omicidio aggravato: lite societaria e spari ai parenti
Un uomo si reca armato presso l'azienda di famiglia dopo aspri contrasti sulla gestione delle quote societarie. L'aggressore spara molteplici colpi di pistola contro il cognato e colpisce violentemente la sorella alla testa. La Corte di Appello condanna l'imputato a otto anni di reclusione per il reato di tentato omicidio aggravato nei confronti di entrambi i parenti. L'imputato presenta ricorso in Cassazione invocando la difesa legittima, l'attenuante della provocazione e vizi istruttori. I giudici di legittimita dichiarano il ricorso inammissibile. La Corte esclude categoricamente la provocazione: la reazione a mano armata risulta del tutto sproporzionata rispetto alle tensioni economiche e familiari pregresse.
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