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Art. 57 Codice Penale

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74 provvedimenti

Ricorso inammissibile: quando l’appello è generico
La Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile per diffamazione, presentato da un giornalista e un direttore. Il ricorso era generico e non contestava specificamente le motivazioni della condanna, basata sull'attribuzione di un soprannome infamante a una donna in un articolo di stampa. La Corte ha confermato la condanna al pagamento delle spese e di una sanzione.
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Ricorso inammissibile: l’accordo in appello è vincolante
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile poiché proposto contro una sentenza di appello frutto di un accordo tra le parti (ex art. 599-bis c.p.p.). L'imputato, avendo rinunciato a tutti i motivi di appello tranne quelli sulla pena, non poteva sollevare questioni di responsabilità in Cassazione. Di conseguenza, è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Responsabilità amministratore sito e diffamazione online
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un amministratore di un sito web, condannato per diffamazione aggravata. La Corte ha ribadito che la specifica responsabilità amministratore sito prevista dall'art. 57 c.p. è limitata alle sole testate giornalistiche telematiche registrate, escludendo altre piattaforme come blog o forum. L'inammissibilità del ricorso, dovuta anche alla presentazione di motivi di fatto, ha comportato la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Cronaca giudiziaria: i limiti del giornalista
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per diffamazione a carico di una giornalista e del direttore di un quotidiano. La sentenza stabilisce che nell'ambito della cronaca giudiziaria, la verità della notizia va valutata sulla base degli atti di indagine disponibili al momento della pubblicazione, e non sull'esito finale del processo. Un'eventuale successiva assoluzione della persona oggetto dell'articolo non rende, di per sé, il pezzo diffamatorio se questo riportava fedelmente l'ipotesi accusatoria dell'epoca.
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Risarcimento danno diffamazione: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso di risarcimento danno diffamazione a mezzo stampa. Una professionista aveva citato in giudizio un giornalista e il direttore di un quotidiano per un articolo che le attribuiva falsamente gravi indizi di corruzione. La Corte d'Appello aveva condannato il solo giornalista a un risarcimento di 10.000 euro. La Cassazione ha rigettato sia il ricorso della danneggiata, che chiedeva un risarcimento maggiore e la condanna del direttore, sia quello del giornalista, che contestava la sua responsabilità. La sentenza conferma che la prova del danno alla reputazione può essere presuntiva e che la mancata richiesta di rettifica da parte della vittima non esclude né riduce il diritto al risarcimento.
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Responsabilità direttore responsabile: il lettore medio
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per diffamazione a carico del direttore di un quotidiano. La Corte ha stabilito che la responsabilità del direttore responsabile non può basarsi sul criterio superato del "lettore frettoloso", che si ferma solo al titolo. La valutazione sulla diffamatorietà deve invece considerare la percezione del "lettore medio", che contestualizza titolo e sottotitolo con il contenuto dell'intero articolo, specialmente se questo riporta fatti veri. Poiché il titolo era una sintesi non esorbitante dei fatti veri narrati nell'articolo, il fatto non costituisce reato.
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Diritto di cronaca giudiziaria: i limiti secondo la Corte
Un giornalista e il direttore di un quotidiano, condannati per diffamazione ai danni di un professore universitario, sono stati assolti dalla Corte di Cassazione. La Corte ha stabilito che l'articolo, pur avendo un contenuto lesivo della reputazione, era giustificato dal legittimo esercizio del diritto di cronaca giudiziaria. Sono stati infatti rispettati i requisiti di verità dei fatti (poiché basati su atti d'indagine), interesse pubblico alla notizia e continenza formale nell'esposizione.
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Remissione di querela: estingue il reato di diffamazione
Un giornalista e il direttore di un noto quotidiano erano stati condannati per diffamazione a mezzo stampa. Durante il ricorso per Cassazione, la persona offesa ha proceduto con la remissione di querela, che è stata accettata dagli imputati. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di condanna senza rinvio, dichiarando l'estinzione del reato. La decisione sottolinea che la remissione di querela, se ritualmente accettata, prevale su eventuali cause di inammissibilità del ricorso, portando alla fine del procedimento penale.
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Direttore responsabile e diffamazione: la Cassazione decide
Il direttore responsabile di un quotidiano è stato condannato per un articolo che insinuava il coinvolgimento di un imprenditore in un'indagine. La Cassazione, pur riaffermando l'incancellabile responsabilità penale del direttore responsabile che non può essere delegata tramite contratto, ha annullato la condanna. Il motivo è che la corte d'appello non ha adeguatamente dimostrato la falsità della notizia al momento della pubblicazione, rinviando il caso per una nuova valutazione sul diritto di cronaca.
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Prescrizione reato: la Cassazione chiarisce i tempi
Un conducente di scuolabus, inizialmente assolto dall'accusa di guida in stato di ebbrezza, si è visto riformare la sentenza in appello con una declaratoria di prescrizione del reato basata su un errore di data. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso, ha corretto il calcolo, ma ha comunque annullato la sentenza perché la prescrizione del reato è maturata nelle more del giudizio di legittimità, confermando la priorità della causa di estinzione del reato.
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Diritto di critica e diffamazione: limiti e tutele
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un magistrato che accusava di diffamazione un noto critico d'arte per un articolo. La Corte ha stabilito che il diritto di critica prevale quando si basa su un fatto vero (un'intervista del magistrato), ha interesse pubblico e, sebbene aspra, la critica rimane nei limiti della continenza verbale, criticando un'opinione e non attaccando la persona.
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Trasferimento ramo d’azienda: quando è legittimo?
Una giornalista ha contestato la legittimità della cessione del suo contratto di lavoro, avvenuta nell'ambito di un trasferimento ramo d'azienda da una grande casa editrice a una nuova società. La Corte di Cassazione ha confermato le sentenze dei gradi precedenti, ritenendo l'operazione valida. Il punto cruciale è stato il riconoscimento che l'unità trasferita, dedicata ai servizi grafici, possedeva una sufficiente e preesistente autonomia organizzativa e funzionale per essere qualificata come un vero e proprio ramo d'azienda, legittimando così il passaggio dei lavoratori ad essa collegati.
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Diffamazione e diritto di critica: limiti e giudicato
La Corte di Cassazione conferma la condanna al risarcimento per un giornalista che aveva accusato una collega di diffondere dati falsi per favorire una parte politica. La sentenza stabilisce chiari confini tra diffamazione e diritto di critica, sottolineando come l'attribuzione di una condotta deontologicamente scorretta e faziosa superi la critica legittima. Viene inoltre chiarito che, a seguito di annullamento di una sentenza penale per i soli effetti civili, il giudice civile gode di piena autonomia e non è vincolato da un eventuale giudicato penale parziale.
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Cessione di ramo d’azienda: quando è legittima?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di una cessione di ramo d'azienda nel settore editoriale, respingendo il ricorso di una giornalista. La sentenza stabilisce che per valutare la validità del trasferimento, è necessario un esame complessivo degli elementi, non isolato. L'autonomia funzionale del ramo ceduto sussiste se questo mantiene la capacità di operare sul mercato con i beni trasferiti (personale, marchi, archivi), anche in caso di cambio del direttore e della linea editoriale.
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