Un sacerdote consegna mille euro, trovati in abiti donati alla Caritas, presso una stazione dei Carabinieri. Il Carabiniere, temporaneamente al comando, ripone la somma nella cassaforte dell'ufficio ma successivamente se ne appropria, confidando poi a un collega di aver restituito il denaro a una donna. Accusato del reato di peculato, l'imputato si difende sostenendo che il possesso fosse irregolare e che le sue dichiarazioni al collega fossero inutilizzabili. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che l'appropriazione di denaro ricevuto nell'esercizio delle funzioni configura pienamente il reato di peculato, e che le confidenze spontanee fatte a un collega di pari grado, non impegnato in indagini, sono prove del tutto utilizzabili nel processo.
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