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Art. 51 r.d. n. 267/1942

6 provvedimenti

Ammissione al passivo con riserva tra fallimento e appello
Due proprietari hanno citato in giudizio l'inquilino per canoni non pagati e risarcimento danni. Il Tribunale ha accolto solo in parte le loro domande. I proprietari hanno quindi presentato appello per ottenere l'intero importo. Durante il secondo grado di giudizio, l'inquilino è fallito. Il giudice fallimentare ha disposto l'ammissione al passivo con riserva per i crediti riconosciuti in primo grado. Tuttavia, la Corte d'Appello ha dichiarato improcedibile la causa ordinaria ritenendo prevalente la volontà del giudice delegato. I proprietari hanno fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei creditori. Quando esiste già una sentenza di primo grado prima del fallimento, la causa di appello deve proseguire normalmente davanti al giudice ordinario per verificare il reale credito.
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Atto di recupero crediti d’imposta: il Fisco vince sulla crisi
Un'azienda in amministrazione straordinaria ha effettuato una compensazione d'imposta aderendo al regime dell'IVA di gruppo, omettendo però di presentare le garanzie fideiussorie obbligatorie. L'Agenzia delle Entrate ha quindi emesso un atto di recupero crediti d'imposta per gli anni 2007 e 2008. La CTR aveva annullato il recupero, ritenendo che la procedura concorsuale vietasse azioni esecutive e impedisse il rilascio di garanzie. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che l'atto di recupero ha natura di accertamento e non di esecuzione, e che l'amministrazione straordinaria non esonera l'impresa dall'obbligo di fornire le garanzie previste dalla legge per poter accedere alla compensazione fiscale.
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Azione revocatoria: il fallimento non ferma il fisco
Una società riceveva pagamenti per l'affitto di un capannone da un'impresa poi fallita. Il Ministero, creditore dell'impresa fallita per danno erariale, otteneva l'inefficacia di tali pagamenti tramite un'azione revocatoria davanti alla Corte dei conti. Successivamente, l'Agente della Riscossione emetteva una cartella di pagamento da 604 mila euro contro la società beneficiaria per recuperare le somme. La società si opponeva, sostenendo che il fallimento dell'impresa bloccasse l'azione del singolo creditore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'azione revocatoria del singolo creditore è legittima se il curatore fallimentare non subentra o non avvia un'azione analoga. Inoltre, una precedente decisione definitiva tra le stesse parti impediva di ridiscutere la questione. La società è stata condannata a pagare le spese legali.
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Accertamento tributario e sequestro antimafia: vince il Comune
Un Comune ha emesso un avviso di accertamento IMU nei confronti di una società i cui beni immobili erano stati sottoposti a sequestro antimafia. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato l'atto, ritenendo che la competenza esclusiva spettasse al giudice delegato della procedura di prevenzione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Comune, stabilendo che l'accertamento tributario e sequestro antimafia sono compatibili. Il sequestro non impedisce all'amministrazione di verificare il debito d'imposta sorto in precedenza e di notificare l'atto. Questo serve a quantificare il credito e a evitarne la prescrizione, prima della successiva richiesta di ammissione al passivo. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Sequestro antimafia e tasse: valido l’avviso di accertamento
Un Comune ha emesso un avviso di accertamento ICI nei confronti di una Società sottoposta a sequestro antimafia, per un debito tributario sorto prima della misura di prevenzione. I giudici di secondo grado hanno annullato l'atto, ritenendo che solo il giudice delegato potesse accertare il credito. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Comune. La Suprema Corte ha stabilito che il sequestro antimafia non impedisce all'amministrazione di emettere un avviso di accertamento per crediti pregressi. Tale atto non costituisce un'azione esecutiva vietata, ma è uno strumento necessario per quantificare la pretesa fiscale, evitare la decadenza e consentire la successiva insinuazione al passivo della procedura concorsuale.
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Imposta di registro decreto ingiuntivo: quando è dovuta?
Una società ha contestato l'applicazione dell'imposta di registro su un decreto ingiuntivo esecutivo, sostenendo che il successivo fallimento del debitore ne annullasse il presupposto impositivo. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che l'imposta di registro sul decreto ingiuntivo è dovuta in base alla sua natura di atto esecutivo al momento dell'emissione, a prescindere da eventi successivi come il fallimento, che ne limitano solo la concreta eseguibilità ma non ne elidono la validità. La sentenza conferma che solo la revoca o l'annullamento definitivo del decreto possono giustificare un rimborso.
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