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art. 5 r.d. 267/1942

24 provvedimenti

Onere della prova dello stato di insolvenza e crediti aziendali
Un creditore chiedeva il fallimento di una società in liquidazione. La Corte d'Appello, valutando il ricorso dopo una complessa fase di revocazione, cancellava la dichiarazione di fallimento perché l'attivo patrimoniale esposto nei bilanci superava ampiamente i debiti. La Curatela ricorreva in Cassazione sostenendo che l'impresa avesse l'obbligo di dimostrare l'effettivo incasso di tali crediti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso applicando il principio cardine sull'onere della prova dello stato di insolvenza nelle società in liquidazione. La valutazione del dissesto ha natura puramente statica e considera la capienza del patrimonio. Se la società deposita bilanci regolari con un attivo prevalente sul passivo, spetta al creditore dimostrare che i crediti iscritti sono inesigibili o fittizi. In assenza di tale prova contraria, l'istanza di fallimento deve essere rigettata.
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Concordato preventivo e dati omessi: confermato il fallimento
Una società edilizia ha impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata a seguito del rigetto della propria domanda di concordato preventivo. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del concordato preventivo a causa di gravi carenze informative, omissioni di ipoteche, stime immobiliari ingiustificate e crediti futuri privi di adeguata prova documentale. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'incapacità dell'impresa di fornire dati certi ai creditori mina la fattibilità della proposta. Inoltre, la Corte ha stabilito che la prova dello stato di insolvenza può essere ricavata direttamente dai dati contabili forniti dallo stesso debitore. Di conseguenza, il ricorso della società è stato definitivamente rigettato con condanna alle spese.
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Insolvenza di società in liquidazione: attivo gonfiato e fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una società a responsabilità limitata in liquidazione, respingendo il ricorso presentato dal liquidatore. La controversia riguardava la sussistenza dello stato di insolvenza di società in liquidazione a seguito dell'inattendibilità dei valori patrimoniali dichiarati nel bilancio iniziale di liquidazione. La società esponeva un patrimonio immobiliare teoricamente capiente per estinguere i debiti verso l'istituto di credito e altri creditori. Tuttavia, la stima dell'immobile principale disattendeva ingiustificatamente i valori di mercato ufficiali e le compravendite reali della zona. I giudici hanno stabilito che una valutazione patrimoniale sovrastimata e priva di basi concrete non offre alcuna garanzia di copertura dei debiti. In assenza di prove certe sulla reale consistenza dell'attivo, la presunta capienza patrimoniale svanisce, rendendo legittima e inevitabile la dichiarazione di fallimento con conseguente condanna alle spese per la debitrice.
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Risoluzione del concordato preventivo e fallimento immediato
Una società in liquidazione ottiene l'omologazione di un concordato preventivo con cessione dei beni. Durante la fase esecutiva emerge un'incapienza patrimoniale che impedisce il soddisfacimento dei creditori chirografari e di parte dei privilegiati. Un creditore chiede ed ottiene la risoluzione del concordato preventivo e la contestuale dichiarazione di fallimento. La società impugna la decisione in Cassazione sostenendo di non aver garantito percentuali minime di pagamento e contestando la dichiarazione di fallimento prima del passaggio in giudicato della risoluzione. La Suprema Corte rigetta il ricorso: la causa concreta del concordato impone un minimo soddisfacimento dei creditori. Inoltre, la pronuncia di risoluzione è immediatamente esecutiva, consentendo la dichiarazione di fallimento senza attendere la sentenza definitiva. La società perde il ricorso e viene condannata alle spese.
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Espromissione non liberatoria e fallimento del debitore originario
Una società creditrice ha richiesto e ottenuto la dichiarazione di fallimento di una società debitrice a seguito del mancato pagamento di un credito milionario. La debitrice ha contestato la decisione, sostenendo che un precedente accordo transattivo avesse trasferito il debito alla società controllante, liberandola da ogni impegno. I giudici hanno invece qualificato l'intesa come un'espromissione non liberatoria, confermando la responsabilità solidale originaria. Non avendo il creditore rilasciato alcuna liberatoria espressa, la legittimazione ad agire per l'apertura della procedura concorsuale è rimasta pienamente valida. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della debitrice, confermando l'accertamento dello stato di insolvenza e condannando la ricorrente al pagamento delle spese legali.
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Dichiarazione di fallimento valida dopo desistenza
Una società impugna la dichiarazione di fallimento contestando la mancata notifica autonoma dei ricorsi presentati da creditori successivi, dopo la desistenza del primo creditore istante. L'impresa sostiene inoltre l'assenza di insolvenza per via di attivi patrimoniali residui. La Corte di Cassazione respinge integralmente il ricorso dell'azienda. I giudici chiariscono che la notifica del primo ricorso incardina validamente il procedimento, gravando sul debitore l'onere di vigilare sulle ulteriori istanze riunite. La desistenza del creditore iniziale non estingue i ricorsi successivi, data la loro piena autonomia processuale. I debiti fiscali milionari e verso i lavoratori attestano l'incapacità di adempimento ordinario, confermando la legittimità della procedura concorsuale.
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Dichiarazione di fallimento e sede effettiva: conto in rosso
Un istituto di credito ha richiesto la dichiarazione di fallimento e sede effettiva di una società commerciale a causa di un conto corrente rimasto in negativo per circa novecentomila euro. Il debito deriva dallo storno legittimo di un accredito provvisorio tramite addebito diretto europeo, prelevato immediatamente dalla società prima della revoca da parte della banca estera. La società ha contestato la competenza del tribunale locale sostenendo di avere la propria sede legale altrove. La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento, stabilendo che prevale la sede effettiva dove la società opera e gestisce gli affari rispetto a quella legale formale oramai chiusa. Inoltre, i giudici hanno ribadito la piena legittimità dello storno bancario nei termini pattuiti.
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Concordato preventivo con riserva: stop ad abusi e rinvii
Un'imprenditrice ha depositato diverse istanze concorsuali per evitare le richieste di fallimento dei creditori. Dopo aver rinunciato a un concordato e a un accordo di ristrutturazione viziato da informazioni inesatte, ha presentato una nuova domanda di concordato preventivo con riserva. Il Tribunale ha negato la concessione del termine, ritenendo la condotta un abuso del processo volto unicamente a prendere tempo, e ha dichiarato il fallimento dell'attività. La Corte d'Appello ha confermato la decisione, accertando la grave insolvenza e le manovre dilatorie. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'imprenditrice, confermando che il giudice non deve concedere automaticamente il termine per il concordato preventivo con riserva se emergono chiari indici di inammissibilità e abuso dello strumento legale.
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Fallimento società commerciale: decide lo statuto, non l’attività
Una società debitrice ha impugnato la dichiarazione di fallimento chiesta da una società creditrice per utenze non pagate. La debitrice sosteneva di essere un'impresa agricola esente da fallimento e di attraversare solo una difficoltà momentanea. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di fallimento. Per le società costituite in forma societaria rileva l'oggetto sociale indicato nello statuto. Se lo statuto prevede attività commerciali, la società acquista natura commerciale fin dalla costituzione, a prescindere dall'attività svolta in concreto. Inoltre, il debito era stato accertato in modo definitivo da un decreto ingiuntivo non opposto. Di conseguenza, sussistevano tutti i presupposti per il fallimento società commerciale.
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Soglia di fallibilità: superata anche per beni non restituiti
I Proprietari di un'azienda alberghiera chiedono il fallimento della Società affittuaria per il mancato pagamento dei canoni. Durante la fase preliminare, la Società versa ampie somme, riducendo il debito principale a 29.140 euro. Il Tribunale dichiara comunque il fallimento. La Società ricorre sostenendo che l'importo residuo non supera la soglia di fallibilità di 30.000 euro. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che il giudice può stimare incidentalmente i debiti emersi nell'istruttoria prefallimentare, includendo gli interessi e il valore dei beni aziendali non restituiti. Tali somme fanno superare la soglia di fallibilità. Inoltre, lo stato di insolvenza sussiste anche per un solo inadempimento se il passivo supera nettamente l'attivo. La Società perde la causa ed è condannata al pagamento delle spese processuali.
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Notifica fallimento alla società: valido l’invio in sede
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società in liquidazione che opponeva la propria dichiarazione di fallimento. La società lamentava un vizio nella notifica fallimento alla società, sostenendo che l'atto dovesse giungere anche al domicilio personale del liquidatore, oltre a negare lo stato di insolvenza poiché i crediti erano erariali. I giudici hanno chiarito che la legge richiede la notifica presso la sede societaria e che la consegna al domicilio del liquidatore è solo facoltativa. Inoltre, le contestazioni sui debiti fiscali sono risultate generiche e smentite dai bilanci, privi di deposito triennale, che mostravano un patrimonio netto costantemente negativo. La società è stata condannata al pagamento del doppio del contributo unificato.
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Legittimazione istanza di fallimento anche con debito contestato
L'ex liquidatore di una società ha impugnato la dichiarazione di fallimento ottenuta dall'Agente della Riscossione per un debito tributario di circa cinque milioni di euro. Il ricorrente sosteneva la mancanza di legittimazione istanza di fallimento del concessionario, il mancato previo esperimento di esecuzioni individuali e la pendenza di un giudizio di accertamento negativo del debito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'Agente della Riscossione possiede per legge la legittimazione ad agire per conto del fisco ed in nome proprio. Inoltre, la legge non impone tentativi di pignoramento infruttuosi prima del ricorso fallimentare. Infine, anche un credito contestato o sub judice giustifica il fallimento, poiché il tribunale valuta la pretesa creditoria in via incidentale per verificare la sussistenza dell'insolvenza.
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Dichiarazione dello stato di insolvenza: stop agli ex vertici
Un istituto di credito cooperativo è stato sottoposto a liquidazione coatta amministrativa. A distanza di oltre quattro anni, i commissari liquidatori hanno richiesto al tribunale la dichiarazione dello stato di insolvenza della banca. Gli ex amministratori si sono opposti, sostenendo la mancanza di un interesse concreto all'azione a causa del tempo trascorso e contestando il dissesto economico. I giudici di merito hanno invece accertato il deficit patrimoniale, basandosi anche sulle risultanze tecniche fornite dall'autorità di vigilanza bancaria. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione, rigettando il ricorso degli ex vertici aziendali. I giudici hanno chiarito che l'accertamento dell'insolvenza bancaria risponde a preminenti finalità pubblicistiche di tutela del mercato e dei risparmiatori, rendendo irrilevante il tempo trascorso dall'avvio della liquidazione.
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Risoluzione del contratto di leasing: debiti e fallimento
Una società utilizzatrice impugna la dichiarazione di fallimento sostenendo l'inesistenza del debito verso la banca concedente a seguito della restituzione dell'immobile alberghiero. La vicenda ruota attorno alla Risoluzione del contratto di leasing per mancato pagamento dei canoni. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso della debitrice. I giudici chiariscono che, ai sensi della Legge 124/2017, la risoluzione per inadempimento attribuisce alla banca il diritto di recuperare le somme dovute, dedotto il valore di mercato del bene restituito. Poiché il credito residuo stimato supera notevolmente la capienza finanziaria e il valore del bene, sussiste il requisito dell'incapacità di adempiere. Il giudice fallimentare può accertare questo credito in modo incidentale per verificare la legittimazione dell'istituto di credito. La Cassazione conferma la legittimità della procedura fallimentare e condanna la società alle spese.
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Fallimento di società in liquidazione: perizia batte bilancio
Una società cooperativa ha chiesto il fallimento di una società a responsabilità limitata in liquidazione per crediti derivanti da un contratto di appalto non saldato. La debitrice ha contestato la richiesta, disconoscendo la firma sul contratto ed evidenziando un bilancio con attivo formalmente superiore ai debiti. I giudici hanno respinto l'opposizione e confermato lo stato di decozione. Nel fallimento di società in liquidazione, il giudice valuta solo la capienza reale dell'attivo patrimoniale rispetto ai debiti complessivi, senza considerare la continuità aziendale. I valori contabili di bilancio cedono di fronte a perizie esecutive che attestano un valore di realizzo inferiore ai debiti effettivi, mentre l'esistenza del credito d'appalto può essere provata in via incidentale con documenti di cantiere. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della debitrice, confermando definitivamente il fallimento e condannandola alle spese di giudizio.
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Dichiarazione di fallimento: debiti fiscali e bilanci tardivi
Una società commerciale ha impugnato la dichiarazione di fallimento disposta dal tribunale su iniziativa della Procura. L'azienda sosteneva che il debito fiscale superiore a 445.000 euro fosse temporaneo e sanabile con una futura rottamazione delle cartelle. Inoltre, contestava la richiesta del magistrato e presentava bilanci tardivi per dimostrare di essere sotto le soglie dimensionali di legge. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'impresa. I giudici hanno chiarito che i debiti fiscali accumulati per molti anni integrano una vera crisi strutturale irreversibile. La semplice speranza di rottamare i debiti non esclude l'insolvenza se il piano non risulta già attuato. Infine, i bilanci approvati in ritardo durante l'istruttoria non hanno valore probatorio affidabile.
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Concordato fallimentare con assuntore: niente beni se non paghi
Una società conduttrice, debitrice per canoni di locazione verso una procedura fallimentare, propone un concordato fallimentare con assuntore per rilevare la medesima procedura. Il piano viene omologato, ma la società non adempie agli impegni economici assunti. Il curatore richiede quindi il fallimento della società per il mancato pagamento dei canoni. La debitrice sostiene che l'omologazione le abbia trasferito subito tutti i crediti, azzerando il debito per confusione o compensazione. La Corte di Cassazione respinge la tesi: l'effetto traslativo dei beni all'assuntore può essere legittimamente posticipato al totale adempimento dei pagamenti concordatari. Non avendo pagato, la società non ha acquisito alcun credito e resta debitrice, confermando la piena legittimazione del fallimento ad agire.
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Debiti e dichiarazione di fallimento: le regole della Cassazione
Alcuni dipendenti hanno richiesto la dichiarazione di fallimento per il titolare di una ditta individuale a causa del mancato pagamento degli stipendi. In seguito, parte dei lavoratori ha rinunciato all'azione, portando i debiti sotto la soglia di trentamila euro. Tuttavia, altri colleghi sono intervenuti nel giudizio facendo risalire il passivo oltre il limite legale. I giudici hanno confermato il dissesto dell'imprenditore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del titolare, stabilendo che la soglia minima di debito per la dichiarazione di fallimento deve sussistere al momento della decisione finale del tribunale e che l'onere di provare il mancato superamento dei limiti dimensionali ricade sempre sul debitore.
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Reclamo contro la dichiarazione di fallimento: lite nulla
Un ex socio e liquidatore ha proposto reclamo contro la dichiarazione di fallimento della propria ex società a responsabilità limitata. La Corte di Appello ha respinto il ricorso senza coinvolgere formalmente nel giudizio la società fallita, rappresentata dal nuovo liquidatore giudiziale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ex socio. I giudici supremi hanno chiarito che la società insolvente costituisce parte necessaria nel procedimento di impugnazione. La mancata notifica dell'atto alla società e la mancata integrazione del contraddittorio da parte dei giudici di appello determinano la nullità della decisione. La Suprema Corte ha dunque cassato la sentenza e rinviato la causa per rinnovare integralmente il procedimento.
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Fallimento e debiti fiscali: il Fisco vince la lite
Una società impugna la dichiarazione di fallimento emessa dal Tribunale. L'impresa debitrice sostiene che i debiti fiscali siano prescritti a causa dell'estinzione di precedenti contenziosi tributari non riassunti dopo il rinvio. La società invoca inoltre l'improcedibilità del procedimento per effetto della normativa emergenziale della pandemia. La Corte di Cassazione respinge integralmente il ricorso. I giudici stabiliscono che la mancata prosecuzione del giudizio tributario rende definitiva la pretesa fiscale originaria del Fisco, facendo scattare un nuovo termine di prescrizione decennale dal momento dell'estinzione processuale. Il blocco fallimentare previsto dalla disciplina emergenziale si applicava esclusivamente ai procedimenti introdotti tra il 9 marzo e il 30 giugno 2020 e non a quelli già pendenti. La Suprema Corte conferma definitivamente lo stato di dissesto dell'impresa e condanna la società alle spese.
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