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Art. 5 R.D. 267/1942 (Legge Fallimentare)

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Dichiarazione di fallimento: concordato revocato e debiti
Una società commerciale ha impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata dal Tribunale e confermata dalla Corte d'Appello dopo la revoca dell'ammissione al concordato preventivo. La società sosteneva che l'insolvenza si basasse su dati finanziari risalenti e contestava la legittimazione del Pubblico Ministero all'iniziativa concorsuale, oltre a difendere la bontà del proprio piano concordatario. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società debitrice. I giudici hanno chiarito che il Pubblico Ministero può richiedere la dichiarazione di fallimento ogni volta che riceve notizia dell'insolvenza dal giudice civile. Inoltre, la Suprema Corte ha ribadito che l'insolvenza si misura sull'incapacità strutturale di operare sul mercato e adempiere regolarmente ai debiti correnti, confermando integralmente le statuizioni dei giudici di merito e condannando la società alle spese legali.
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Bilanci omessi e debiti: accertamento dello stato di insolvenza
Una società commerciale ha impugnato la dichiarazione di fallimento sostenendo l'assenza dei presupposti economici. L'azienda riteneva che un debito verso il fisco di 63.000 euro non fosse sufficiente a dimostrare la propria crisi definitiva. L'impresa aveva inoltre affittato l'azienda a terzi poco prima della richiesta del Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e confermato la pronuncia di fallimento. I giudici hanno chiarito che il mancato deposito pluriennale dei bilanci presso il registro delle imprese rappresenta un chiaro sintomo esteriore di blocco dell'attività economica. Questo comportamento, unito al debito erariale non pagato, legittima l'accertamento dello stato di insolvenza. La manovra contrattuale tardiva non cancella l'incapacità operativa e contabile della società.
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Stato di insolvenza: passivo milionario e fallimento
Una società debitrice ha impugnato la dichiarazione di fallimento sostenendo che il credito azionato dalla società creditrice fosse modesto, privo di titolo esecutivo e parzialmente contestato. La debitrice ha inoltre eccepito di aver eseguito pagamenti recenti per oltre un milione di euro e di possedere commesse future. La Corte d'Appello e la Corte di Cassazione hanno confermato il fallimento. I giudici hanno accertato che lo stato di insolvenza dipende da una valutazione complessiva della situazione debitoria, la quale evidenziava passività per milioni di euro a fronte di un attivo largamente insufficiente. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della fallita, condannandola alle spese.
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Fallimento di società in liquidazione: debiti e attivo bloccato
Una società immobiliare in fase di chiusura ha impugnato la dichiarazione di dissesto, sostenendo che il proprio patrimonio superasse i debiti e che le problematiche penali sui terreni non impedissero una chiusura ordinaria. I giudici hanno invece confermato il fallimento di società in liquidazione evidenziando che i beni aziendali non erano prontamente monetizzabili per pagare tutti i creditori. La Suprema Corte ha precisato che i finanziamenti concessi dai soci costituiscono debiti effettivi da calcolare nel passivo, anche se rimborsabili in subordine. Inoltre, la mera speranza di recuperare oneri concessori o l'esistenza di sequestri non cancella le passività verso gli acquirenti.
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Crediti da riscuotere e stato di insolvenza: confermato il fallimento
L'Agenzia di riscossione ha promosso la dichiarazione di fallimento di una società a causa di un debito erariale superiore a tre milioni di euro. L'Azienda debitrice ha contestato la decisione, sostenendo di possedere un ingente credito verso terzi e addebitando la crisi al mancato pagamento da parte del proprio debitore. I giudici hanno confermato la sussistenza dello stato di insolvenza. La società versava in inattività, mancava di liquidità e il credito vantato era di difficile e lento recupero. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società debitrice, confermando definitivamente il fallimento e condannando i ricorrenti alle spese legali.
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Stato di insolvenza: i beni attivi non salvano dal fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di un'azienda commerciale, respingendo il ricorso presentato dall'amministratore. La controversia nasceva dalla richiesta di fallimento avanzata da alcuni creditori insoddisfatti. L'amministratore sosteneva l'assenza del presupposto fondamentale, affermando che i giudici avessero valutato solo i debiti senza confrontarli con i beni attivi della società. La Suprema Corte ha chiarito che lo stato di insolvenza per una società ancora attiva non dipende dal mero confronto contabile tra attivo e passivo. I giudici verificano invece l'impotenza economica strutturale e l'incapacità dell'impresa di procurarsi liquidità o credito per adempiere regolarmente ai propri debiti.
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Fallimento di società in liquidazione: crediti incerti e debiti
Una società debitrice in fase di liquidazione ha contestato la sentenza di fallimento richiesta da una ditta fornitrice. La debitrice sosteneva di possedere crediti futuri sufficienti a coprire i debiti, escludendo così la crisi. I giudici hanno respinto il reclamo. La Corte di Cassazione ha confermato che per il fallimento di società in liquidazione rileva l'insolvenza patrimoniale: l'attivo deve garantire l'integrale pagamento dei creditori. Poiché i crediti dichiarati erano aleatori e non dimostrati, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato la debitrice alle spese.
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Patrimonio bloccato e stato di insolvenza: fallimento confermato
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una società di persone e dei suoi soci illimitatamente responsabili. I debitori sostenevano di avere un patrimonio immobiliare superiore ai debiti e di aver concesso l'azienda in affitto, invocando il criterio della cosiddetta insolvenza statica. La Suprema Corte ha chiarito che l'affitto d'azienda non equivale alla liquidazione formale. I giudici devono valutare lo stato di insolvenza in modo dinamico e prospettico. Poiché l'immobile aziendale e i conti societari erano bloccati da un sequestro penale, la società non disponeva di liquidità per pagare i debiti tributari e bancari, anche se dilazionati con la rottamazione fiscale. I beni indisponibili e illiquidi non escludono il fallimento.
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Stato di insolvenza in liquidazione: basta il deficit
Un creditore ha richiesto il fallimento di una società a responsabilità limitata già in fase di liquidazione. Il Tribunale ha dichiarato il fallimento dell'impresa. Successivamente, la Corte di Appello ha revocato la decisione, giudicando modesto il disavanzo contabile e valorizzando i pagamenti eseguiti dai soci dopo la sentenza. La Curatela Fallimentare ha proposto ricorso in Cassazione contro la revoca. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della Curatela e ha annullato la pronuncia di secondo grado. I giudici hanno chiarito che lo stato di insolvenza in liquidazione richiede una valutazione patrimoniale statica. L'attivo deve coprire interamente i debiti esistenti al momento della decisione. Gli atti e le rinunce dei soci successivi alla pronuncia non cancellano il fallimento originario.
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